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Accadde oggi – 6 Giugno 1912: in Alaska la più intensa eruzione del XX secolo

Immagine esemplificativa

Il 6 Giugno 1912, l’Alaska cominciò ad essere interessata da forti scosse di terremoto con ipocentri poco profondi. Stava cominciando l’eruzione vulcanica più forte del XX secolo.

A quei tempi la penisola era costituita da una bassa densità abitativa, ancor meno di quanto lo sia oggi, per cui i fenomeni precursori dei giorni precedenti passarono quasi totalmente inosservati. Sta di fatto che una tremenda esplosione, udita sino a 1200 chilometri dal vulcano, diffuse un’enorme nube di cenere verso il cielo.

Si pensò ad un’eruzione del Katmai, ma gli abitanti dell’isola di Kodiak, ubicata a 100 chilometri dall’esplosione, furono i primi a rendersi conto della gravità della situazione. La visione che si presentò agli abitanti dell’isola dopo il forte boato fu a dir poco spaventosa; enormi nubi di cenere alte circa 32 chilometri e violenti flussi piroclastici, ossia una miscela di gas surriscaldati, polvere e cenere, erano in rapida discesa lungo il fianco del vulcano Novarupta. Nel giro di poche ore si venne a creare una spessa coltre di cenere che continuò a cadere nei giorni successivi. Molte costruzioni finirono per crollare a causa del suo peso sui tetti, uccidendo anche coloro i quali cercarono riparo nella propria abitazione. All’esterno la situazione non fu migliore: le dense nubi obbligavano ad una respirazione difficile, causavano bruciore agli occhi e il giorno divenne notte. Animali e persone morirono per soffocamento, cecità o per impossibilità di trovare acqua o cibo. Gas incandescenti fuoriuscirono per 60 ore e il materiale espulso dal cratere sommitale, a circa 470 chilometri a sud-ovest di Anchorage, finì per ricoprire tutta la regione. Al termine dell’eruzione, la nube di cenere si era diffusa su tutto il sud dell’Alaska, sulla maggior parte del Canada occidentale e su diversi stati americani. Il 17 Giugno, raggiunse l’Africa.

Oggi, importanti sciami sismici o fenomeni bradisismici attirerebbero l’attenzione di tutti i media mondiali. Settimane o mesi prima di grandi eruzioni, gli scienziati sarebbero in grado di ricevere dati in tempo reale dalle strumentazioni installate nelle apposite aree. Si stilerebbero bollettini di allerta e si analizzerebbero i dati delle reti mondiali di monitoraggio, e la notizia sarebbe divulgata in poche ore in tutti i luoghi tecnologicamente avanzati. Tuttavia, tutto questo non era presente nel 1912, e i meccanismi che regolano questi eventi erano quasi del tutto sconosciuti.

Si trattò di una delle più grandi eruzioni della storia dell’Alaska, trenta volte più intensa rispetto all’eruzione del Monte Sant’Elena e oltre tre volte quella del Pinatubo del 1991.

Colata di lava

In realtà che l’eruzione provenisse dal Novarupta e non dal Katmai lo si capì soltanto 40 anni dopo. La maggior parte delle popolazioni residenti oltre l’Alaska non erano a conoscenza del fatto che un vulcano avesse eruttato con quella forza, né tantomeno nessuno poteva sapere quale vulcano ne fosse responsabile. La National Geographic Society, organizzò quindi varie spedizioni per esaminare i dati, trovando un paesaggio simile a quello lunare; brullo, desolato. In più, a 4 anni dall’evento, migliaia di getti di vapore ruggivano dalla terra. L’eruzione scagliò una quantità di magma tale da prosciugare le camere magmatiche sottostanti; ne venne fuori un cratere di circa 3,2 chilometri di diametro e oltre 800 metri di profondità. Anche per quei ricercatori, il responsabile di quell’evento fu il vulcano Katmai. Fu soltanto nel 1950 che gli scienziati notarono che la colata piroclastica era maggiore nei pressi del Novarupta.

Un’eruzione vulcanica

Un’eruzione simile metterebbe ko il traffico aereo commerciale di tutto il continente nordamericano, ed infatti una delle ragioni più importanti per monitorare le eruzioni vulcaniche è il potenziale pericolo che essi presentano al traffico aereo. Le minuscole particelle di cenere sarebbero letali per i motori a reazione e potrebbero colpire i velivoli che volano anche a 1600 chilometri di distanza. Tuttavia, fermare questa forza della natura è impossibile e allo stato attuale è necessario sviluppare piani di evacuazione, pianificare decisioni e monitorare la regione dove il tutto potrebbe verificarsi. Insomma, prevenire. Più si conosce, maggiore sarà la probabilità di evitare danni e perdite umane. Questi eventi del passato devono istruirci per il futuro.

Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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