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Covid-19 e vitamina D, esiste una connessione?

Mabel Amber Pixabay

Studi recenti hanno suggerito che la vitamina D potrebbe svolgere un ruolo preventivo e riduttivo verso Covid-19, ma alcune delle relazioni sono preliminari e non sono state sottoposte a revisione paritaria.

E’ quanto afferma Kathleen Suozzi, un chirurgo dermatologo di Yale Medicine. La mancanza di vitamina D può portare a disturbi ossei sia negli adulti che nei bambini, ma al contrario, una quantità eccessiva assunta dal cibo o dagli integratori, potrebbe causare problemi cardiaci e renali. Inoltre, provare a prenderla naturalmente dal Sole, ma nelle ore sbagliate del giorno o per troppo tempo, espone al rischio del cancro alla pelle.

Per assumere una quantità giusta di vitamina D dal Sole non è necessaria la tintarella: essa può essere assunta in quantità corrette anche grazie ad una passeggiata all’aperto.
Il dott. Suozzi ha poi esaminato 10 paesi con alti tassi di mortalità da Covid-19, notando una carenza più elevata da vitamina D. I risultati della ricerca evidenziano che potrebbe esserci una connessione, ma non esistono ancora abbastanza informazioni per stabilire una relazione.

Prima di Covid-19, la ricerca ha esaminato la carenza di vitamina D nel contesto di una malattia grave, “in particolare tra i pazienti delle unità di terapia intensiva“, osserva Thomas Carpenter, endocrinologo pediatrico di Yale Medicine. “La carenza di vitamina D è stata anche implicata nell’asma e in altri disturbi respiratori“, aggiunge.
E poiché Covid-19 può causare gravi sintomi respiratori, non sorprende che sia stata discussa proprio la vitamina D. “Ci deve essere molta cautela al riguardo“, afferma. “Sicuramente svolge un ruolo fondamentale nel sistema immunitario, ma c’è ancora molto da scoprire“, aggiunge. Anche perché una risposta immunitaria iperattiva in presenza del virus, potrebbe causare febbre alta, gravi problemi respiratori e danni ai polmoni.

Secondo il National Institutes of Health, i livelli normali di vitamina D, che possono essere misurati con un esame del sangue, sono compresi tra 20 e 50 nanogrammi/millilitro. Per la maggior parte delle persone, l’indennità giornaliera raccomandata (RDA) è di 600 UI (unità internazionali) al giorno, o 800 per le persone di età superiore ai 70 anni. Nel loro primo anno, i bambini che sono allattati al seno in modo totale o parziale, devono essere integrati con 400 UI di vitamina D al giorno.

Per le persone che non ottengono la giusta quantità giornaliera dalla loro dieta, il problema è che non esiste un integratore da 600 UI“, afferma il dott. Carpenter. “Dico ai pazienti di assumere una pillola da 1.000 UI cinque volte a settimana per ottenere la stessa quantità“.

In definitiva, la vera scienza che trae le sue conclusioni dal metodo sperimentale, non può ancora dire se esiste una relazione causale tra le due cose. E’ certamente probabile, ma uno scienziato, deve necessariamente avere tutte le prove del caso.  Attualmente sono in corso numerosi trial clinici, ad esempio negli USA, che mirano a testare l’integrazione di VitD nei pazienti con Covid-19 in combinazione con altri farmaci e a confrontare l’effetto di dosi elevate rispetto alle dosi standard. I risultati di questi studi saranno fondamentali per verificare l’utilità di un’integrazione.

Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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