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Il Triangolo delle Bermude, storia di un mistero ormai svelato

Sin dagli anni ’50 si sviluppò un vero e proprio mito circa il Triangolo delle Bermude, l’area dell’Oceano Atlantico settentrionale compresa tra l’arcipelago delle Bermude, l’isola di Porto Rico e la penisola della Florida.

Con oltre 1 milione di chilometri quadrati, quest’area fu associata a molteplici sparizioni di navi e aerei, e fino a 1000 membri degli equipaggi, scomparsi senza lasciare tracce.

La più grande perdita si verificò nel 1945 (Volo 19), quando cinque aerosiluranti Avenger della US Navy che volavano da Fort Lauderdale, in Florida, non si presentarono all’isola di Bimini dopo una chiamata radio dei 14 uomini a bordo che denunciarono il mancato funzionamento delle loro bussole. Scomparvero anche tre aerei di soccorso.
Il capo del volo, il tenente Charles Taylor, pronunciò quest’ultima frase: “Stiamo entrando in acque bianche, niente sembra giusto. Non sappiamo dove siamo, l’acqua è verde, non bianca“.

Nacque così la teoria del complotto, poiché la Marina degli Stati Uniti attribuì la causa della scomparsa ad una “causa sconosciuta”, portando ad alcune speculazioni selvagge. Ma secondo Shane Satterley, dottorando alla Griffith University, in Australia, la risposta si trova nei documenti d’archivio.

Il signor Satterley ha scritto per The Conversation: “Prendete la scomparsa di Charles Taylor e dei cinque aerei su cui la Marina americana ha indagato. L’indagine ha scoperto che quando fece buio e il tempo cambiò, Taylor aveva guidato gli aerei nella posizione sbagliata. Egli, tra le altre cose, aveva la reputazione di perdersi, dal momento che fu salvato altre due volte nel Pacifico. La marina stessa formulò la sua idea di quello che successe prima della scomparsa“.

Tuttavia, l’incidente fu descritto come “causa sconosciuta” perché la madre di Taylor, non volendo incolpare suo figlio per la scomparsa dei velivoli, sostenne che non avendo ritrovato tracce, la marina non avrebbe mai potuto dire con certezza cosa fosse accaduto. Quindi, per evitare polemiche e per rispetto nei confronti dei piloti scomparsi, si scelse la via più semplice.
Tra l’altro la maggior parte dei piloti coinvolti nell’incidente erano apprendisti. Ciò significa che non fu insegnato loro come utilizzare correttamente gli strumenti durante il volo notturno o in caso di maltempo.
E ancora, gli aerei in dotazione non avevano molta resistenza in caso di planaggio. Essi sarebbero affondati in soli 45 secondi; e una volta che dei mezzi affondano nel bel mezzo di un oceano, solitamente non vengono più ritrovati.

La carenza di informazioni, come dicevamo, diede vita ad un vero e proprio mito. Libri e documentari cominciarono a speculare sul “Triangolo maledetto“, come venne denominato in seguito a un famoso best-seller del 1974 di Charles Berlitz, secondo il quale nella zona avvenivano misteriosi fenomeni accostati al paranormale e agli UFO. Le teorie viaggiavano dalle basi aliene negli abissi marini a veri e propri rapimenti da parte di dischi volanti; e la gente sembrava affascinata da tali racconti.

Il triangolo veniva addirittura associato a strani bagliori notturni, a nebbie improvvise e al malfunzionamento di orologi e bussole. Nacquero poi le teorie più evolute, come il passaggio in un’altra dimensione, i problemi legati al magnetismo, probabilmente derivato da antiche civiltà che vissero su Atlantide, o a strati di metano che ne permettevano l’affondamento.

Insomma, le vendite procedevano bene e gli ascolti…pure. Perché scomodare la realtà?

Sta di fatto che nel 1975, Lawrence David Kusche, scrittore e aviatore statunitense, mise in luce una serie di inesattezze descritte nel best-seller di Berlitz. Secondo le sue ricerche (oggi dimostrate), il numero delle navi e degli aeromobili dispersi nel triangolo non è più grande, in proporzione, che in qualsiasi altra area dell’Oceano.

Oltre a questa verità, ribadiamo, oggi ormai confermata, la ricerca dell’aviatore mise in evidenza il fatto che il “triangolo maledetto” fosse una rotta di tempeste, e che l’attraversamento in concomitanza di un uragano non poteva certo portare benefici. Il numero di vittime fu poi enormemente aumentato e la dinamica di certi incidenti alterata per infondere maggior dubbio.
Nel romanzo del 1974, ad esempio, si riportano alcuni incidenti in presenza di mare calmo e assenza di vento, quando in realtà l’area fu sconvolta da tempeste e mare agitato.

Nella ricerca di Kusche si legge: “la leggenda del Triangolo delle Bermuda è un mistero fatto ad arte…mantenuto in vita da scrittori che volontariamente o meno fanno uso di dati errati, argomentazioni falsate, ragionamenti svianti e sensazionalismo“.

Oggi, il Triangolo delle Bermude incute lo stesso timore di una qualsiasi area oceanica. Smontare i misteri creati ad hoc dall’ignoranza o dagli interessi fa risultare l’area meno “suggestiva”, ma l’obiettivo della scienza non è mai stato quello di far sognare.

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Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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