Published On: gio, Nov 19th, 2020

COVID-19, nuovo studio fa luce sulla perdita dell’olfatto

Circa l’80% delle persone positive sintomatiche al COVID-19 mostra disturbi dell’olfatto o del gusto. Si tratta di mancanze all’apparenza banali, ma che in determinate circostanze potrebbero rappresentare un’importanza considerevole. Non è un caso che alcuni pazienti tendano ad andare sotto stress, specie perché il nostro senso di sopravvivenza ci impone di essere attenti a questi particolari.

Pensiamo al rischio di mangiare qualcosa di avariato e non sentirlo, oppure all’impossibilità di percepire una fuga di gas o l’odore di un incendio.

Inizialmente gli scienziati credevano che ciò potesse comportare effetti gravi e duraturi, ma gli studi successivi hanno mostrato che ciò non accade perché il virus interessa l’epitelio nasale piuttosto che i neuroni olfattivi.

Ora, Nicolas Meunier, neuroscienziato dell’Università Pasi-Saclay di Parigi, in uno studio pubblicato su Brain, Behaviour and Immunity, ha infettato il naso dei criceti siriani dorati con SARS-CoV-2. Dopo 48 ore circa la metà delle cellule sustentacolari sono risultate infette, a differenza dei neuroni olfattivi, non intaccati nemmeno dopo 15 giorni. Tuttavia, le loro ciglia erano scomparse, suggerendo che la causa della perdita dell’olfatto potrebbe essere dovuta alla rottura dell’epitelio olfattivo.

Non è chiaro, però, se il danno sia procurato dallo stesso virus o dall’invasione di cellule immunitarie, osservate dopo l’infezione.
E se la perdita dell’olfatto può essere spiegata attraverso questo processo, descrivere il motivo per cui avvenga la perdita del gusto trova ancor più complicazioni. Le cellule del recettore del gusto non contengono ACE2, quindi probabilmente non vengono infettate da SARS-CoV-2, ma potrebbero esserlo le altre cellule di supporto nella lingua.

Anche la perdita della sensibilità chimica rimane inspiegabile e in gran parte inesplorata, ma non è chiaro nemmeno il periodo entro il quale anche l’anosmia e la parosmia possano perdurare. Generalmente si verifica un recupero spontaneo, talvolta improvviso e altre volte graduale dopo circa un mese.

Saranno necessari ulteriori test di verifica per far luce sui restanti punti.

Bibliografia: Scientific American

About the Author

- Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it