Published On: ven, Nov 27th, 2020

Il clima più caldo determina un cambiamento prematuro del colore delle foglie

Le giornate si accorciano e le temperature si abbassano. In questo periodo i boschi dell’emisfero settentrionale regalano gli splendidi colori autunnali, grazie alle foglie che assumono tonalità di colore contrastanti. Alcune specie di alberi tendono a spogliarsi e a mostrare una colorazione rossastra, generando un tappeto di foglie suggestive sotto i nostri piedi.

In inverno poi, gli stessi alberi appaiono completamente spogli, in attesa della stagione primaverile, quando la natura si risveglia. Durante i mesi più caldi poi, essi assumono anidride carbonica dall’atmosfera e la immagazzinano in molecole complesse, rilasciando ossigeno come sottoprodotto. E’ il processo di fotosintesi. Maggiore è la fotosintesi, più carbonio viene bloccato.

Ora, noi sappiamo che il biossido di carbonio in eccesso è uno dei principali motori del cambiamento climatico. L’uomo ne sta immettendo in quantità spropositate, favorendo un surriscaldamento di tutto il pianeta. Per lo meno è quello che pensa il 97% della comunità scientifica, composta dagli enti e dalle università più autorevoli. Estati sempre più calde favoriscono un maggior accumulo di anidride carbonica negli alberi e nelle piante rispetto ad anni passati. Ma è proprio così?

La durata del giorno e la temperatura dell’aria sono tradizionalmente accettati come i due fattori principali che determinano il cambiamento del colore delle foglie, portando gli scienziati a credere che maggior calore significasse un ritardo.

Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia ha però messo in dubbio tale affermazione.

Studiando le specie di alberi decidui europei, tra cui l’ippocastano, la betulla argentata e la quercia inglese, gli autori del nuovo studio hanno registrato la quantità di carbonio assorbita da ciascun albero per stagione e come ciò alla fine ha influito sulla caduta delle foglie.

Credit: Renato Sansone

Utilizzando i dati del Pan European Phenology Project, che ha monitorato alcuni alberi per ben 65 anni, i ricercatori hanno scoperto nel loro studio osservazionale a lungo termine che per ogni aumento del 10% dell’attività fotosintetica durante la stagione di crescita primaverile ed estiva, gli alberi perdono le foglie, in media, otto giorni prima.

Un risultato assolutamente inaspettato. Il team ha studiato i cambiamenti scegliendo alberi completamente esposti al Sole, parzialente e perennemente in ombra. Ciò che è emerso è che esiste un limite alla quantità di fotosintesi che un albero può svolgere durante una stagione di crescita e che gli alberi decidui possono assorbire solo una determinata quantità di carbonio ogni anno; e una volta raggiunto tale limite, non può più essere assorbito.

A quel punto le foglie iniziano a cambiare colore. Questo limite è fissato dalla disponibilità di nutrienti, in particolare azoto, e dalla struttura fisica della pianta stessa, in particolare dai vasi interni che muovono l’acqua e le sostanze nutritive disciolte. L’azoto è un nutriente chiave di cui le piante hanno bisogno per crescere, ed è spesso la quantità di azoto disponibile che limita la crescita totale. Questo è il motivo per cui agricoltori e giardinieri utilizzano fertilizzanti azotati, per superare questa limitazione.
Tutti questi vincoli significano che l’assorbimento di carbonio durante la stagione di crescita è un meccanismo di autoregolazione negli alberi e nelle piante erbacee.

In sostanza, quindi, livelli crescenti di carbonio implicano un clima più caldo e stagioni di crescita più lunghe, non consentendo agli alberi decidui di assorbire più anidride carbonica. Secondo il modello predittivo del team guidato da Deborah Zani, entro il 2100 le stagioni di crescita saranno tra 22 e 3 giorni più lunghe e le foglie cadranno dai rispettivi alberi tra 3 e 6 giorni prima rispetto ad ora.

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- Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it