Sudan: la drammatica guerra dimenticata
Ci sono guerre di serie A e guerre di serie B. In ogni caso, indipendentemente dal fatto che siano “popolari” sui media o meno, sono sempre guerre. Violenze, diritti negati, vittime, sfollati: il copione purtroppo è sempre lo stesso, ma non di tutte se ne parla. Ci sono conflitti che ci sono più “vicini” o che possono essere utilizzati per strumentalizzazioni politiche o ideologiche, ma tutte le guerre sono purtroppo esattamente e maledettamente uguali fin dalla notte dei tempi.
Nel 2022 è scoppiato il conflitto fra Ucraina e Russia. L’ultima guerra con questa risonanza in Europa risaliva al 1999 con la guerra del Kosovo. Il conflitto è salito agli onori della cronaca e la solidarietà verso il popolo ucraino è cresciuta a dismisura. Bandiere ucraine ovunque e grande attenzione mediatica. Certo, una nuova guerra in Europa, che tocca i confini della NATO e i valori occidentali, ci tocca da vicino, ma anche questa dopo un po’ è passata di “moda”.
I media e l’opinione pubblica passano ad occuparsi del conflitto tra Israele e Hamas, che diventa la nuova guerra mediatica. Ogni guerra è una tragedia e una sconfitta per l’umanità: quando il genere umano non riesce a trovare un accordo diplomatico, i civili muoiono.
Però ci stupiamo dei conflitti, ma spesso odiamo per vari motivi il nostro vicino di casa, quello del pianerottolo di sopra, il nostro confinante di terreno ecc. Spesso per futili motivi, anche in questi casi “domestici” si sfocia nella violenza. Se ci si mettono poi religioni diverse, orientamenti politici diversi, colore della pelle, risorse, interessi strategici ed economici, queste differenze si tramutano in guerre e di conseguenza in sciagure per l’umanità.
Come dicevamo, la guerra fra israeliani e palestinesi, che dura ormai da tempo immemore, è balzata alle cronache per le atroci violenze, innescando importanti prese di posizione in tutto il mondo sfociate in manifestazioni. È paradossale che manifestare contro la violenza, a volte, scateni altra violenza. Queste guerre poi scatenano il “tifo” sia fra le persone che fra la politica, diventando spesso scuse per definire indirizzi politici e ideologie.
Torniamo però ai conflitti in corso. Tra questi non vi è traccia del conflitto in Sudan, scoppiato nel 2023. Una guerra civile, che vede contrapposte le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) per il controllo del Paese, di fatto non vi è traccia da nessuna parte sui media generalisti. Solo qualche rivista specializzata o giornalista attento ne scrive sui social. Questo conflitto è davvero drammatico in termini di numeri. Non che un conflitto si misuri con essi, ma le stime sulle vittime dirette sono nell’ordine delle decine di migliaia, fra 60 e 150 mila e, a causa dell’interruzione degli aiuti e dell’assistenza sanitaria, le Nazioni Unite temono che centinaia di migliaia di bambini siano a rischio di morte per malnutrizione e malattie.
Questi numeri dovrebbero stare nelle prime notizie dei TG, ma l’assenza di diretti interessi strategici per i governi occidentali e/o il colore della pelle non destano alcuna curiosità mediatica. Qui nessun intervento diretto di governi occidentali, nessuna mobilitazione internazionale massiccia di aiuti o di influencer (tipo la Flotilla per Gaza), niente di niente. Certo, che la regione sudanese del Darfur sia una delle aree più povere al mondo è noto, ma di questo conflitto così atroce le notizie sono frammentarie. Su circa 50 milioni di abitanti, ben 8 milioni di persone si sono spostate internamente o sono fuggite all’estero. Qualcuno ha provato a cercare una soluzione diplomatica, ma di certo senza troppa forza. Bisognerà attendere che accada come in Ex Jugoslavia dove ci sono voluti anni di massacri prima che l’intervento internazionale fosse risolutivo? Certo, in Sudan, come in Jugoslavia, si tratta di una guerra intestina e qualcuno dice “che si sbroglino da soli”, ma non è certo girando la testa dall’altra parte che restiamo umani, come grida qualcuno.
Il Sudan non è che un tragico esempio; decine di altri conflitti insanguinano il globo, ma è probabilmente questo il più grave per la portata della sua crisi umanitaria e per la totale indifferenza internazionale.
Per la pace non si intravedono spiragli imminenti, né nel conflitto in Sudan, né in quelli più “popolari” come la guerra tra Israele e Hamas, dove regna una tregua fragile e armata, o in quello, ormai quasi “snobbato”, in Ucraina, che non accenna a cessare rapidamente.
A nulla valgono gli appelli generici se non sono seguiti da un’azione diplomatica concreta e determinata. Dobbiamo sperare che la politica e la diplomazia compiano uno sforzo titanico e prioritario. Solo così potrà vincere l’intero genere umano, dimostrando di essersi evoluto oltre il tragico retaggio della clava.












