L’arte di oggi, social e tradizione visti dagli occhi di InArtePaul
Paolo Mosca, per il pubblico social InArtePaul, è uno di quei rari divulgatori capaci di muoversi al pari di un funambolo tra mondi solo in apparenza distanti: l’arte e la quotidianità, l’ironia e la vulnerabilità, il digitale e il gesto umano. Nei suoi contenuti c’è sempre un invito a rallentare, a osservare, a lasciarsi stupire.
In un’epoca che macina immagini e brucia significati, lui cerca ancora la scintilla: quella che accende una storia, una domanda, o semplicemente un sorriso.
Lo abbiamo incontrato per parlare di sguardi, futuro, bellezza e della verità, spesso meno rassicurante, che muove chi decide di fare dell’arte un mestiere interiore prima ancora che pubblico.
Nel tuo lavoro sembra esserci sempre un confine sottile tra ironia e vulnerabilità. Qual è l’emozione che oggi guida davvero la tua ricerca artistica — e quale stai ancora cercando di raggiungere?
L’ironia e l’autoironia sono per me fondamentali. Racconto storie — spesso d’arte, ma non solo — e lo faccio spinto dalla curiosità e dalla voglia di stupirmi ancora. Cerco sempre un velo da sollevare, che sia fisico o digitale: sotto c’è quasi sempre un po’ di bellezza.
Viviamo in un’epoca dominata dalla rapidità dello sguardo. Come costruisci immagini che resistano all’algoritmo?
Seguo il mio gusto, certo, ma non dimentico il valore storico o mediatico di un fatto o di un’opera. Mi comporto da editore: do voce anche a ciò che non mi trova d’accordo, o a prospettive inconciliabili. L’importante è stimolare conversazioni. Poi l’algoritmo faccia il suo mestiere.
L’estetica di InArtePaul lavora con icone, simboli, sintesi. L’IA generativa sta modificando il tuo linguaggio o rappresenta una forma di resistenza?
L’IA dividerà il mondo in due: chi le delega tutto, spegnendo lentamente il proprio cervello, e chi la userà mantenendo vivi i neuroni. Meno usiamo la testa, meno siamo ciò che siamo. Io cerco di mantenerla attiva proprio attraverso quello che faccio.
Esiste una parte privata di te che ti sorprende ancora quando affiora nel lavoro?
Ho mantenuto viva la curiosità verso ciò che mi circonda. InArtePaul la sollecita continuamente. Per fare divulgazione devi prima informarti, imparare: questo lato, più infantile e affamato, a volte mi sorprende ancora.
La tua generazione è chiamata a diventare “sostenibile”. L’arte può davvero essere un modello di sostenibilità culturale?
Non amo il concetto di “sostenibilità”: ci vedo dietro troppe operazioni di marketing. L’arte, invece, serve a sviluppare pensiero critico. E credo — e spero — che continui a essere profondamente insostenibile.
I tuoi segni parlano a una comunità giovane e fluida. Ti senti un osservatore o una voce interna a quella generazione?
Io più che artista mi sento divulgatore. E parlo a chiunque voglia ascoltare. L’età anagrafica conta poco: il tempo, in fondo, non esiste.
Qual è la cosa più difficile da lasciare fuori da un’opera? E cosa invece proteggi sempre?
Se per opera intendiamo un reel, cerco sempre di lasciare dentro l’autenticità. Da ogni artista provo a estrarre una sorta di codice sorgente che lo identifichi. È ciò che proteggo di più.
Se dovessi raccontare InArtePaul a un sedicenne che sogna la creatività, qual è la verità più onesta che gli diresti?
Gli direi che c’è moltissima bellezza nel mondo. Ma va accolta e raccontata con onestà, per non essere schiacciati dalla narrazione dominante, che sembra voler mostrare solo bruttezze e conflitti.
Dalle parole di Paolo Mosca emerge una certezza: la creatività non è un talento, ma un esercizio di sguardo. Un lavoro costante di curiosità, onestà e stupore.
La sua arte — divulgativa, iconica, istintiva — ci ricorda che la bellezza non va cercata lontano: bisogna allenarsi a riconoscerla, proteggerla e, quando possibile, condividerla. È in questo gesto semplice e radicale che l’arte continua a esistere, nonostante gli algoritmi.












