Barbara Girod – La montagna non è un prodotto, è una relazione da difendere
C’è un modo di parlare di montagna che non cerca consenso. Non addolcisce, non semplifica, non rincorre l’immagine. Barbara Girod appartiene a questa linea netta e sempre più rara: quella di chi la montagna la vive prima di raccontarla, e la difende prima ancora di amarla pubblicamente. Valdostana, divulgatrice, sci-alpinista per necessità fisica e vocazione interiore, Barbara porta avanti da anni un discorso controcorrente fatto di silenzio, limiti e responsabilità.
La sua non è una montagna da consumare, ma da custodire. Non un palcoscenico per la performance, ma un luogo vivo, fragile, che chiede rispetto prima ancora di essere frequentato.
Nei suoi racconti non c’è eroismo né competizione, ma una relazione viva con i luoghi, fatta di silenzio, memoria e responsabilità. La montagna che emerge non è patinata né addomesticata: è fragile, spesso scomoda, e proprio per questo autentica. Una montagna che non si consuma, ma si protegge, che non si vende, ma si ascolta, chiedendo limiti più che conquiste.

C’è in Barbara qualcosa di profondamente rodariano: la capacità di dire cose serie con parole leggere, di trasformare l’esperienza in racconto e il racconto in coscienza. Non insegna come salire una vetta, ma come stare al mondo con meno rumore e più rispetto. In questa intervista ci accompagna dentro la sua idea di montagna: non un trofeo, ma una relazione da custodire.
C’è una parola che Barbara Girod pronuncia con cautela, quasi con diffidenza: sostenibilità. Perché in montagna, dice, le parole rischiano di diventare scuse. Slogan. Coperture. E invece la montagna chiede altro: silenzio, limite, difesa. Barbara non racconta l’alta quota come conquista, ma come appartenenza. Non parla di numeri, ma di gesti. Non di performance, ma di ascolto.
Nel suo modo di vivere e raccontare l’ambiente alpino, la sostenibilità non è una strategia comunicativa: è una scelta che spesso isola, espone, costa incomprensioni. Ma è anche l’unica possibile, se si vuole continuare a salire senza distruggere.
La sostenibilità come atto radicale
«Per me oggi la sostenibilità in montagna è più un’utopia che uno slogan», racconta. I grandi numeri non funzionano, non reggono l’equilibrio fragile delle terre alte. Lei viaggia da sola, difende ogni sasso, ogni pendio. E non sempre viene capita.
«La montagna va tutelata, non venduta. Non può essere giustificata solo con il “perché il turismo ci dà da mangiare”. Senza rispetto e limiti, alla fine non resterà nulla».
La sua posizione è netta, quasi scomoda: il turismo va educato. E dove serve, regolato. Perché amare la montagna non significa usarla, ma riconoscerne la vulnerabilità.
La solitudine come cura
Nei suoi racconti emerge spesso una solitudine che non è mai fuga. È presenza. È ascolto profondo.
«È nata da una necessità, ma in realtà mi appartiene da sempre», dice. In montagna la solitudine non spaventa: aggiusta. Rimette ordine. Trasforma l’isolamento in relazione.
«Le montagne mi fanno sentire parte di loro. Non come ospite, ma come qualcosa che appartiene».
In questo dialogo silenzioso, l’essere umano smette di imporsi e impara a stare.

Quando l’amore diventa danno
Barbara non idealizza la montagna. La vede ferita ogni giorno da gesti piccoli e violenti, spesso giustificati da buone intenzioni.
Bambini che urlano e lanciano sassi nei laghi. Sacchetti di plastica con escrementi abbandonati nei prati. Botti di Capodanno che uccidono la fauna.
E poi le gite di massa, i parcheggi-discarica, i pendii calpestati.
«Tutto questo viene chiamato amore per la natura. Ma è solo mancanza di cultura del limite».
La montagna, ricorda, non è un parco giochi. È un ambiente vivo, fragile, che va prima capito e solo dopo frequentato.
Rifugi come eredità
Capanna Gnifetti e Rifugio Margherita non sono per lei mete iconiche. Sono luoghi di sangue, memoria, continuità.
Il Monte Rosa è casa perché lo sci alpinismo è l’unico sport che il suo corpo le consente, ma soprattutto perché lì vive un’eredità familiare profonda: un nonno guida, un prozio custode, anni di salita quando non c’erano funivie né elicotteri.
«Io non conquisto nulla. Io torno».
Quando arriva alla Margherita e il rifugio è chiuso, si siede, lascia una stella alpina per i nonni e scende.
«Mi basta poco per essere felice».

Il corpo come alleato
Il rapporto con il corpo, in montagna, per Barbara non è mai stato conflitto. Nonostante i limiti, nonostante un polmone collassato dopo la tubercolosi.
«La montagna mi ha insegnato ad ascoltarlo e fidarmi».
Non ama record, tempi, sfide. Sale per stare bene. Per dialogare. Non per dimostrare.
Raccontare la verità, non l’eroismo
Raccontare la fatica, il dubbio, la lentezza non è una scelta narrativa: è onestà.
«Non tutte le montagne sono alla mia portata. E va bene così».
Barbara parla a chi vive la montagna senza essere atleta, a chi può fare poco ma lo fa con amore smisurato. A chi assapora ogni luce, ogni colore, prima che vengano svenduti.

Giovani, social e bisogno di dimostrare
Non attribuisce tutta la responsabilità ai social. Il vero cambiamento, dice, è arrivato dopo la pandemia: il bisogno compulsivo di fare, dimostrare, esserci.
«La montagna diventa uno sfondo per le performance».
Molti non sanno nemmeno dove sono stati, ma possono dire di esserci stati. E questo svuota l’esperienza.

Se il tuo approccio potesse lasciare un segno
Se potesse lasciare un segno, Barbara vorrebbe trasmettere rispetto, curiosità, amore autentico.
La conoscenza lenta di ogni angolo, di ogni pietra, di ogni silenzio.
«Io provo una vera gelosia amorosa per questi luoghi. Ho percorso ogni chilometro della mia valle, volevo conoscere la storia di ogni sasso.
Se posso lasciare qualcosa alle nuove generazioni, spero sia questo: rispetto, curiosità e amore vero. Non è solo un modo di salire o di guardare: è un modo di stare al mondo. Perché finché ci saranno le Alpi, da esse scenderà sempre il soffio della libertà.».












