Islanda in UE, previsto un referendum per il 2027
Diciamo che i media italiani non hanno mai brillato per raccontare cosa accade fuori dai nostri confini, se non per questioni di assoluta urgenza. Spesso si avverte un certo disinteresse, forse perché si ritiene che agli italiani certe notizie interessino poco. Di certo, una storia coloniale molto breve rispetto a quella di giganti come Francia e Regno Unito contribuisce a questo distacco. Non è neppure una questione di colore politico del governo; è che, in fondo, abbiamo così tanto da raccontarci tra un campanile e l’altro che ciò che accade globalmente finisce in secondo piano. Questo include anche le ex colonie come Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia di cui molti connazionali faticano persino a indicare la collocazione geografica.
Fatta questa premessa, andiamo a scovare una notizia che sta passando sotto silenzio nel nostro Paese: il possibile ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea.
Un ritorno di fiamma dopo dieci anni
Reykjavík aveva già presentato domanda di adesione nel 2009, sulla scia del crollo finanziario che aveva messo in ginocchio l’isola. Tuttavia, nel 2015, un governo di stampo conservatore sospese i trattati senza indire il referendum promesso, congelando di fatto il percorso. Il Paese scandinavo non avrebbe grandi problemi tecnici ad entrare: essendo già parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) e dell’area Schengen, soddisfa già la stragrande maggioranza dei parametri di Bruxelles.
Fino ad oggi, l’ostacolo principale è stato l’orgoglio insulare, che si traduce in una questione economica vitale: la pesca. Entrare nell’UE significherebbe sottostare alla Politica Comune della Pesca, aprendo le ricche acque islandesi alle flotte straniere, un compromesso che la popolazione non è mai stata pronta a digerire.
L’effetto Trump e lo scacchiere Artico
Cosa è cambiato oggi? A riaprire il dibattito sono state le notizie di questi mesi riguardo alle rinnovate pretese degli USA, guidati da Donald Trump, di annettere la Groenlandia. Questa spinta espansionistica americana, unita alla militarizzazione dell’Artico, ha generato un senso di insicurezza. Gli islandesi sembrano voler riaprire le trattative non solo per ragioni economiche, ma per ottenere uno “scudo” politico e diplomatico.
L’attuale coalizione di governo ha infatti ipotizzato un referendum per la primavera del 2027. Se il “sì” dovesse prevalere, l’Islanda potrebbe riaprire le trattative e diventare il 28° Stato membro, colmando il vuoto lasciato dal Regno Unito.
Il confronto con il “Bregret” britannico
Mentre l’Islanda guarda a sud-est, proprio in questi giorni nel Regno Unito si è riacceso il dibattito sulla Brexit. A dieci anni dal voto del 2016, i dati economici e i sondaggi evidenziano come la maggior parte degli inglesi consideri l’uscita un errore (il cosiddetto Bregret). Sebbene un rientro della Gran Bretagna non sia ipotizzabile a breve termine, il contrasto è evidente: chi è uscito ne paga le conseguenze, mentre chi è fuori comincia a vedere l’ombrello europeo come una necessità vitale.
L’UE si trova certamente in un momento storico complesso e pieno di sfide interne, ma queste spinte verso l’integrazione sono il segno che, vista da fuori, l’Unione rimane un porto sicuro e una questione di importanza strategica fondamentale.












