Maurizio Cannavacciuolo, l’arte come farmaco, la curiosità come dosaggio
Parlare con Maurizio Cannavacciuolo significa accettare una regola non scritta: non cercare risposte rassicuranti.
Il suo linguaggio, visivo prima ancora che verbale non accompagna lo spettatore, non lo prende per mano, non gli promette conforto. Piuttosto, lo espone. Lo mette davanti a un’immagine che funziona al pari di un principio attivo: può agire, può non agire, può persino disturbare. Dipende da chi guarda. E soprattutto da quanta curiosità è disposto a spendere.
In un tempo che chiede all’arte di spiegarsi, di essere utile, di performare, Cannavacciuolo continua a praticare una forma di resistenza gentile ma radicale: l’opera non deve nulla a nessuno. Non seduce, non educa, non consola. Esiste. E, se lo si desidera davvero, può essere assunta.
Questa conversazione attraversa temi cruciali: il consumo visivo, i giovani, il digitale, l’intelligenza artificiale, il ruolo dell’artista ma lo fa evitando scorciatoie teoriche. Qui non si parla di arte: si parla con l’arte, o meglio, con chi la pratica come un esercizio continuo di libertà mentale.

2023
olio su tela / oil on canvas
200 x 200 cm
Photo: Maria Enqvist / Allucinazione
Courtesy Galleria Giampaolo Abbondio
Il tuo mondo visivo sembra un paesaggio di “immagini in dialogo”, un microcosmo dove ogni elemento si rispecchia e si traduce. Oggi, in un’epoca dominata dal consumo visivo rapido, come pensi che un’opera possa continuare a fermare lo sguardo, non per un click, ma per un’esperienza duratura?
Non credo che l’opera d’arte abbia il compito di cercare di fermare lo sguardo di chicchessia.
Io credo che il prodotto artistico, in tutte le sue forme di linguaggio, sia un farmaco. Come il cibo, come comunicare o qualunque cosa con cui abbiamo una relazione. Qualsiasi.
Beppe Rocca (neuroscienziato musicofilo) ci dice che Mahler è un genio ma di non ascoltarlo se si è depressi.
Chiaro?
Un vecchio luogo comune, in realtà mai superato, parlava di mettere una bella “macchia di colore” sulla parete dietro al divano, in altri termini un quadro.
Che è una fruizione rispettabilerrima.
Oppure?…
Oppure, ma solo se uno vuole, può essere un oggetto che ci fa muovere il cervello, ci produce emozioni, riflessioni, sentimenti non necessariamente positivi. Questo tutti possono farlo. Dipende dalla maledetta curiosità. Tutto il resto viene di conseguenza.
Esperienza duratura o non duratura o nulla? Dipende dalla energia curiositosa che si decide di spendere. Disposti a mettersi in discussione.
È assumere in modalità intima un farmaco spirituale.
E non dimenticare di leggere le controindicazioni che indica il bugiardino.
Le tue opere spesso condensano simbologie, segni e stratificazioni che non si rivelano al primo sguardo. Se l’arte fosse un linguaggio per “ri-abitare” il tempo, e non solo per “registrarlo” cosa vorresti che i giovani capissero della pazienza e della lentezza nella visione?
Da giovane cercavo giovanilisticamente di capire che cosa significa giovane. Cerco ancora di capire.
Produco un farmaco, appunto, che usa un linguaggio prevalentemente plastico.
Immagini che si possono usare o non usare a qualunque livello ed a qualsiasi velocità. Le eventuali pazienze o lentezze non le trovo rilevanti.
Cito sempre una bambina di otto o nove anni, figlia di un collezionista, che colse brillantemente dettagli fondamentali:
“Ma è vero che che le manine dorate dicono CORNUTO E RUFFIANO?”.
Avemmo “a moment” sotto lo sguardo imbarazzato del genitore che secondo me ancora non ha capito di cosa parlavamo la figlia ed io.
Il dosaggio è da automedicazione. Io c’entro poco poco.
La tua pratica nasce in quegli anni in cui l’architettura e la pittura dialogavano in modo molto strutturato. Guardando ai linguaggi digitali di oggi e all’uso delle tecnologie immersive, pensi che l’arte debba entrare nel dominio dell’esperienza virtuale o restare radicata nella materialità?
L’arte deve fare quello che gli pare, cioè proprio niente. Se “deve” fare qualcosa allora, secondo me, si può chiamare arte applicata.
I cosiddetti linguaggi digitali sono uno strumento come un altro.
Se l’arte, immaginata per un momento come una mente pensante, si ponesse il problema di essere immanente o transeunte io le direi di farsi un cannone da manifesto di Bob Marley, che poi a pensarci bene sempre farmaco è.
Mmmizzica!

2026
veduta parziale dell’installazione
Mostra personale, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Photo
Maria Enqvist / Allucinazione
Courtesy Galleria Giampaolo Abbondio
Nei tuoi cicli più recenti, come quelli presentati nella mostra “Promenade” emerge una tensione tra la figura e la metafora visiva universale. Ti chiedo: quale crepa nell’immaginario contemporaneo ritieni più urgente da esplorare, e perché?
Provo a far fluire il pensiero qualche volta in modalità cervello destro e talvolta sinistro. Spesso una combinazione dei due emisferi.
Nessuna urgenza esplorativa.
Per lenire tensioni suggerisco pratiche spirituali sincere.
Ho detto sincere.
Se chiedessi a un giovane artista di guardare una tua opera per la prima volta, quale “errore interpretativo” o lettura istintiva vorresti che facesse — qualcosa che tu stesso hai sperimentato lungo il percorso creativo?
Ci ho pensato con cura ed a lungo: non vorrei nulla.
Lo giuro, lo spergiuro e lo rispergiuro.
Nada de nada.
La dicotomia tra ironia e profondità nei tuoi lavori è spesso citata dalla critica. Se l’arte fosse un dispositivo per “disattivare il conformismo del pensiero visivo”, in che modo la tua pittura tenta di farlo? E come dovrebbe fare lo spettatore per restituire libertà a quell’immagine?
Non ho nessuna intenzione di tentare di disattivare niente. Non mi riguarda.
Lo spettatore faccia liberamente ciò che vuole.
Se può.
Hai attraversato anni in cui l’arte assumeva ruoli diversi nel tessuto sociale: da “provocazione culturale” a linguaggio di mercato. Oggi, con l’intelligenza artificiale e la democratizzazione dell’immagine, dove si colloca l’“artista umano” rispetto a un pubblico che produce arte e contenuti visivi ogni giorno?
L’artista umano, superumano o non umano, non necessariamente in accordo con il Varnashrama Dharma, si è assunto nella società il compito professionale di usare la fantasia fronteggiando il proprio inconscio.
Il famoso lavoro sporco che nessuno vorrebbe ma qualcuno comunque lo deve pur fare.
Poche soddisfazioni e tante tatante responsabilità, Signora mia.
Per te, la funzione di un’opera d’arte dovrebbe essere più diagnostica (guardare il presente) o prognostica (immaginare il futuro)? E come può l’arte dare strumenti di giudizio critico a chi vive le contraddizioni culturali e tecnologiche del nostro tempo?
Mi ripeto perché è bello ripetersi, diventa a sua volta euritmicamente decorativo e transarmonioso:
l’arte o l’Arte o L’Arte o L’arte non DEVE avere funzioni, non deve né dovrebbe.
Altrimenti si presenta subito la morte, quella alla Det sjunde inseglet del grande Ingmar.
Urge scelta dicotomica: applicata oppure morta per celebrare con dada-pensiero i suoi allegri funerali.
E ciò sempre ammesso che vada tutto bene.
Procedere con riti apotropaici, prego.

2019
olio e smalto ad acqua su tela / oil and water based enamel on canvas
300 x 200 cm
Photo: Maria Enqvist / Allucinazione
Courtesy Galleria Giampaolo Abbondio
Quella di Maurizio Cannavacciuolo non è un’intervista che si “chiude”.
È piuttosto una sostanza a rilascio prolungato, che continua a lavorare anche dopo l’ultima riga. Le sue parole non spiegano, non rassicurano, non convergono: resistono. E in questa resistenza c’è forse il gesto più politico e più onesto che oggi un artista possa compiere.
In un sistema che chiede all’arte di essere chiara, funzionale, vendibile, Cannavacciuolo rivendica il diritto all’opacità, alla contraddizione, al rischio. L’opera non è una risposta, ma una possibilità.
Un farmaco, appunto.
Da assumere solo se davvero si ha voglia di sentire cosa provoca.











