Published On: Mar, Mar 17th, 2026

Marcovinicio: L’arte come disobbedienza

Ci sono artisti che avanzano seguendo il flusso delle mode, adattandosi alle correnti dell’arte contemporanea con la leggerezza di chi preferisce non disturbare troppo l’ordine delle cose. E poi esistono figure come Marcovinicio, che da sempre percorre una traiettoria diversa: obliqua, irregolare, spesso scomoda.

La sua storia non è quella di una carriera lineare. È piuttosto il racconto di una resistenza. Fin dagli inizi, quando molte delle sue opere venivano giudicate “troppo sbilenche” o “troppo dirette”, ha scelto di non addomesticare il proprio linguaggio. Ha attraversato fasi di riconoscimento e momenti di silenzio con la stessa postura: quella di chi difende una visione dell’arte che non consola, ma interroga.

Oggi il suo lavoro continua a parlare soprattutto alle nuove generazioni. Non perché offra soluzioni semplici, ma perché mette in discussione ciò che spesso viene dato per scontato.

E proprio da qui nasce questa conversazione.

Uno dei temi che emergono con maggiore forza nella sua riflessione riguarda il rapporto tra arte e tecnologia.

Secondo Marcovinicio, il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene utilizzata nella società contemporanea.

L’artista osserva come molti strumenti digitali, nati teoricamente per migliorare la vita quotidiana, siano diventati invece meccanismi di uniformazione culturale. Un sistema capace di orientare gusti, pensieri e comportamenti fino a ridurre l’individualità.

È proprio questa omologazione silenziosa uno dei bersagli principali della sua ricerca artistica.

Molti artisti parlano di libertà creativa, ma pochi sono disposti a pagarne davvero il costo.

Alla domanda su quale sia stato il prezzo più alto da sostenere per rimanere fedele alla propria visione, Marcovinicio risponde con una parola sola.

Esistere.

Una risposta breve, quasi tagliente, che racchiude però l’intera condizione di chi sceglie di non scendere a compromessi con il sistema culturale dominante.

ph credit Marcovinicio: Silenziosa disciplina, 1990, olio su tela, cm 200 x 250

Nel lavoro di Marcovinicio l’imperfezione non è mai un difetto da eliminare. Al contrario, spesso diventa il luogo in cui l’opera rivela la propria verità più autentica.

Nel corso della sua carriera ha cancellato molti dipinti per far nascere nuove opere. Un gesto radicale, quasi iconoclasta.

Eppure confessa di avere un rimpianto: alcune di quelle tele distrutte avrebbero forse meritato di sopravvivere.

È il segno di un rapporto intenso, quasi fisico, con il processo creativo.

Nel suo linguaggio artistico c’è spesso qualcosa che ricorda un piccolo sabotaggio poetico.

Non un gesto distruttivo, ma una deviazione volontaria rispetto alla norma.

Quando gli si chiede quale gesto consigliare ai giovani per opporsi all’omologazione culturale, la risposta sorprende per semplicità e radicalità.

Guardare alla pittura del Duecento e del Trecento, e al Novecento italiano, come a un necessario ritorno all’ordine.

Una provocazione che invita a riscoprire la profondità della tradizione artistica invece di inseguire continuamente la novità.

La metafora più efficace che Marcovinicio usa per descrivere il proprio modo di intendere l’arte arriva dalla montagna.

Se si sbaglia sentiero, dice, si torna indietro.

Non c’è nessuna vergogna nell’errore. L’importante è avere il coraggio di riconoscerlo e ricominciare il cammino.

È una visione della creatività che rifiuta la linearità e accetta invece la deviazione come parte necessaria della ricerca.

Quando si parla del futuro dell’arte, Marcovinicio non indica movimenti o correnti da seguire.

Piuttosto suggerisce un rischio creativo: tornare a dipingere cose semplici.

Un vaso di fiori, per esempio.

Un gesto apparentemente elementare, ma oggi quasi rivoluzionario in un panorama dominato dalla produzione tecnologica e dalla velocità dell’immagine digitale.

ph credit Marcovinicio foto 1: Silenziosa disciplina, 1990, fotografia e cornice, cm 100 x 130

Alla domanda su quale capitolo dell’arte contemporanea cancellerebbe senza rimpianti, l’artista sceglie di non dare una risposta definitiva.

“Ai posteri l’ardua sentenza”, dice.

È una posizione che riflette bene il suo approccio: diffidare delle certezze troppo rapide e lasciare spazio al tempo.

Per Marcovinicio la creazione non è mai un rischio da evitare.

È piuttosto una necessità.

La descrive con un termine insolito: kamlanie, parola che richiama antichi rituali sciamanici in cui il gesto creativo diventa un atto quasi spirituale.

In questo senso l’arte non è soltanto un mestiere o un linguaggio.

È un attraversamento.

Parlare con Marcovinicio significa entrare in un territorio in cui le certezze vengono continuamente messe in discussione.

I suoi traguardi non sono mai stati trofei da esibire, ma tappe di una ricerca ancora in movimento. Nonostante i riconoscimenti e le collaborazioni internazionali, continua a diffidare della superficie e a cercare ciò che non è stato ancora detto.

Ai giovani non offre una strada già tracciata.

Offre piuttosto un invito: difendere la propria autenticità anche quando costa.

Non imitare.
Non compiacere.
Non accelerare soltanto per restare al passo.

Forse è proprio questa la sua lezione più importante.

Non essere un artista che segue il tempo.

Ma qualcuno capace di aprirlo.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.