Published On: Sab, Mar 28th, 2026

L’Italia e i tentativi di cambiare la Costituzione

La Costituzione Italiana vigente è entrata in vigore il 1° gennaio 1948, dopo i lavori dell’Assemblea Costituente e a valle dei terribili anni di regime e di guerra civile che accompagnarono l’Italia dagli anni ’20 agli anni ’40 del secolo scorso. Il testo riflette la volontà dei padri costituenti di scongiurare che in futuro il nostro Paese possa tornare a essere una terra autoritaria, dove non vi era libertà di espressione e dove l’appartenenza a una religione diversa comportava la deportazione nei campi di concentramento, per citare solo alcuni dei tragici eventi di quegli anni che costarono la vita a circa mezzo milione di italiani.

Ovviamente, durante la stesura di questo documento fondamentale per la nostra democrazia, è stato comunque lasciato spazio a eventuali modifiche future. Sono proprio gli ultimi due articoli a regolare tali cambiamenti: il 138 e il 139, che in poche righe chiare stabiliscono le regole del gioco.

L’Articolo 138 recita:

“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.”

Mentre l’Articolo 139 stabilisce che:

“La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.”

Quest’ultimo blindando definitivamente il sistema, chiude la strada a un eventuale ritorno della Monarchia.

Dal 1948 a oggi, la Costituzione è stata modificata circa 20 volte. La prima volta avvenne nel 1963 per una precisazione su Camera e Senato; da lì in poi si sono susseguite modifiche minori passate con la maggioranza dei due terzi (detta anche qualificata), che non richiede referendum popolari oppure con maggioranza assoluta senza che qualcuno richiedesse un referendum confermativo. I casi di consenso quasi unanime più recenti sono stati quelli per inserire nella Carta la tutela ambientale e il valore dello sport.

In altri casi, quando la riforma è stata approvata a sola maggioranza assoluta, è stato richiesto il referendum che, pur non essendo obbligatorio, può essere attivato con le modalità viste sopra. Così è accaduto per la prima volta nella storia d’Italia nel 2001, con la riforma del Titolo V e la maggiore delega alle Regioni. Il referendum fu scarsamente partecipato e andò a votare, in quel 7 ottobre, solo il 34% degli italiani; forse perché era la prima volta e non tutti avevano chiaro che per i referendum costituzionali non è previsto il quorum. Vinse il “Sì” alla riforma con il 64% dei voti validi. Oggi ci si domanda se quella riforma, che ha creato un frazionamento legislativo fra le regioni, abbia davvero portato benefici o abbia invece aumentato la burocrazia. Sono state spostate le competenze regionali su scuola e sanità, e molti ritengono che questo abbia creato cittadini di “serie A” e “serie B”. Tale riforma fu proposta anche per addolcire le spinte secessioniste di alcune regioni del Nord Italia.

Nel 2006 si voleva, con la “Devolution”, proseguire su questa strada della federazione di regioni, ma la riforma fu bocciata. In questo secondo referendum l’affluenza balzò al 52% e fu schiacciante la vittoria del “No” con il 61% dei voti. Ci sono stati poi altri appuntamenti referendari: nel 2016, quando la riforma prevedeva il superamento del bicameralismo perfetto e l’abolizione del CNEL, si raggiunse il record di affluenza pari al 65% e anche qui vinse il “No” con il 59%. A seguito dei risultati l’allora primo ministro Renzi decise di dimettersi. Nel 2020, in piena epoca Covid, andò invece a votare il 51% degli italiani per il taglio dei parlamentari e vinse il “Sì” con quasi il 70% dei voti. In ultimo, nel marzo 2026, la riforma della giustizia ha visto di nuovo un’affluenza sostenuta ed è stata bocciata dal 54% degli italiani.

Dunque, i referendum costituzionali nella storia repubblicana sono stati complessivamente 5: solo in due casi l’esito è stato positivo e le riforme sono entrate in vigore. Per ben quattro volte, invece, gli italiani hanno detto “No” al cambio della Costituzione.

In conclusione, la storia delle riforme costituzionali in Italia dimostra una profonda cautela dei cittadini nel modificare l’architettura dello Stato. Sebbene il Parlamento abbia aggiornato il testo in 17 occasioni per aspetti tecnici o valoriali (come l’ambiente), i grandi progetti di revisione organica sono quasi sempre naufragati davanti al voto popolare. Il referendum dell’ottobre 2001 e quello del settembre 2020 restano le uniche due eccezioni in cui gli italiani hanno dato il via libera al cambiamento, confermando una tendenza generale a preferire la stabilità dei principi del 1948 rispetto a trasformazioni radicali del sistema.

Qui potete consultare il testo completo della Costituzione Italiana.

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. * Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it * * IG: @latitude_45