Lame d’Argilla: i Calanchi tra scienza e fotografia

Calanchi di Atri (TE) – Credit Photo Michele Di Mauro e Marilena Aprile Ximenes
I calanchi sono tra i paesaggi più particolari e forse meno conosciuti della geografia italiana. Le loro forme, scolpite maestosamente nei versanti collinari, sono un vero e proprio archivio naturale dell’evoluzione del territorio. Le creste sottili e i solchi profondi che li caratterizzano suscitano sempre stupore in chi li osserva.
Cosa sono i calanchi?
I calanchi sono il risultato di lunghi processi geormofologici di erosione di terreni prevalentemente argillosi o con scarsa copertura vegetale, modellati soprattutto dall’azione dilavante delle acque piovane. Tuttavia, affinché possa avvenire la loro formazione, devono essere presenti specifiche condizioni.
In primo luogo è determinante la litologia del terreno: i calanchi si formano infatti in terreni che presentano dei sedimenti argillosi, deposti in ambienti marini durante il Pliocene e il Pleistocene. In seguito ai processi di orogenesi appenninica, il terreno è stato esposto agli agenti atmosferici, divenendo particolarmente vulnerabile all’erosione superficiale.
Un altro elemento fondamentale è il clima mediterraneo, caratterizzato da estati secche e inverni miti e piovosi, che ne favorisce la formazione. Durante le precipitazioni, il terreno argilloso assorbe rapidamente l’acqua, perde coesione e diventa facilmente erodibile. L’assenza o la scarsità di vegetazione favorisce il ruscellamento superficiale, che incide progressivamente piccoli solchi lungo i versanti. Durante la stagione secca, invece, l’argilla tende a contrarsi a causa della perdita di umidità, diventando più vulnerabile alle fessurazioni. L’alternanza tra queste due fasi stagionali accelera nel tempo la disgregazione del versante, contribuendo alla formazione dei tipici sistemi calanchivi.
La pendenza del versante è molto importante all’interno di questo processo, difatti una pendenza troppo bassa, comporterebbe un ristagno dell’acqua mentre una pendenza troppo elevata faciliterebbe le frane.
In Italia queste formazioni geologiche sono ben diffuse lungo l’arco appenninico, soprattutto in Basilicata, Emilia-Romagna e Abruzzo.
I Calanchi in Italia
In Abruzzo i calanchi si sviluppano principalmente lungo la fascia collinare compresa tra gli Appennini e la costa adriatica. Essi prendono il nome di calanchi di Atri (TE), noti anche come Bolge Dantesche. Essi ospitano un’area molto ricca anche dal punto di vista della biodiversità, tutelata infatti dal WWF.
Altrettanto affascinanti sono i calanchi della Basilicata, tra i principali ricordiamo quelli di Aliano e Montalbano Jonico (MT). I calanchi lucani si sviluppano su una successione sedimentaria di età variabile tra i 1,2 milioni e 640 mila anni fa. Essi testimoniano tramite l’affioramento di fossili marini, il progressivo ritorno del mare verso l’attuale costa ionica e le trasformazioni ambientali e tettoniche che si sono susseguite durante il Quaternario.
Infine, sono noti in Italia, anche i calanchi dell’Abbadessa nel parco regionale dei Gessi Bolognesi in Emilia-Romagna. Essi poggiano su un substrato di argille note come le Argille Scagliose, nelle quali sono inglobati frammenti rocciosi di diversa natura. In questo caso sono il risultato della deformazione di antichi sedimenti dell’Oceano Ligure. Qui l’erosione è particolarmente elevata, per cui è possibile osservare incisioni fitte e parallele, versanti molto ripidi e forti contrasti cromatici tra argille e le unità litologiche più resistenti.
Studiare queste particolari forme geologiche e immortalarle tramite suggestivi scatti fotografici, ci permette non solo di ricostruire l’evoluzione geomorfologica del nostro Paese ma anche di valorizzare questi territori come importanti punti di riferimento a livello culturale, turistico e scientifico.
Se la geologia ci spiega come nascono i calanchi, l’arte prova a dirci cosa sono davvero.
Perché osservare un sistema calanchivo non significa soltanto leggere un fenomeno erosivo. Significa trovarsi davanti a una forma di scrittura. Una scrittura lenta, millenaria, incisa nella materia.
Le creste affilate, i solchi che si rincorrono, le fratture che si aprono al pari di segni su una superficie viva: tutto nei calanchi rimanda a un gesto. Non umano, certo. Ma profondamente espressivo.
È un paesaggio che sembra disegnato.
E forse lo è.
Non da una mano, ma da una sequenza di eventi: acqua, tempo, gravità. Una triade che lavora senza intenzione, ma produce forma. E la forma, quando diventa così riconoscibile, così potente, entra inevitabilmente nel dominio dell’estetica.
Nel linguaggio artistico siamo abituati a pensare alla creazione come aggiunta: colore su tela, materia su materia, costruzione.
Nei calanchi accade l’opposto.
Qui si crea togliendo.
Si genera forma attraverso la sottrazione.
L’acqua incide, scava, porta via. E proprio in questo atto distruttivo nasce qualcosa di nuovo. Un equilibrio instabile, fatto di pieni e vuoti, di luci e ombre, di superfici che cambiano continuamente.
È una scultura in divenire.
Non finita.
Non definitiva.
E proprio per questo profondamente contemporanea.
C’è qualcosa nei calanchi che sfugge all’idea classica di bellezza.
Non sono armoniosi nel senso tradizionale.
Non sono rassicuranti.
Sono fragili, taglienti, in costante trasformazione.
Eppure attraggono.
Perché parlano un linguaggio che riconosciamo, anche senza comprenderlo fino in fondo: quello dell’impermanenza. Quello del cambiamento continuo.
In questo senso, i calanchi si avvicinano sorprendentemente a certe ricerche dell’arte contemporanea, dove l’opera non è più un oggetto stabile, ma un processo, un evento, una tensione.
Guardare un calanco non è mai un’esperienza neutra.
C’è chi vi legge desolazione.
Chi vi trova una bellezza aspra.
Chi, ancora, vi riconosce una forma di verità.
Forse perché i calanchi non raccontano solo la storia della Terra, ma anche qualcosa di più vicino a noi: il tempo che passa, le trasformazioni inevitabili, la fragilità delle strutture — naturali e umane.
Sono paesaggi che non si limitano a esistere.
Interrogano.
Forse è proprio questo il punto.
I calanchi non sono soltanto ciò che vediamo.
Sono ciò che accade mentre li guardiamo.
Un dialogo silenzioso tra materia e sguardo.
Tra tempo geologico e tempo umano.
E in questo spazio, sottile ma decisivo, la scienza descrive.
Ma è l’arte che, ancora una volta, prova a comprendere.
In collaborazione con Mattia Abram
Per approfondire il tema consigliamo il libro “Lame d’Argilla”, di Michele Di Mauro e Marilena Aprile Ximenes, Edizioni Viverein












