Published On: Dom, Apr 12th, 2026

Ombre di ‘guerra’ a Ngogo, il lato oscuro del nostro specchio evolutivo

C’è un confine invisibile che separa la convivenza pacifica dal conflitto totale, e non è un’esclusiva umana. Per oltre vent’anni, la comunità di scimpanzé di Ngogo, nel Parco Nazionale di Kibale (Uganda), è stata il modello mondiale di cooperazione animale: duecento individui che vivevano come un unico, immenso gruppo sociale, il più numeroso mai osservato per questa specie. Oggi, però, le cose sono cambiate.

Implicazioni evolutive: l’assenza di driver ecologici

Uno studio trentennale pubblicato su Science ci racconta come quel sogno sia andato in frantumi, trasformandosi in una violenta “guerra civile” che sfida le nostre convinzioni. Una frattura non avvenuta per mancanza di cibo o territorio, ma come spiega il primatologo Aaron Sandel, per cause puramente sociali.

Risultati delle interazioni letali

Tutto è cominciato nel 2014 con la morte (probabilmente per malattia) di cinque maschi adulti, veri e propri “mediatori di pace”. Senza di loro, e con l’ascesa di un nuovo maschio alfa, la fiducia è svanita, portando nel giugno 2015 ai primi scontri tra le due fazioni — i Centrali e gli Occidentali — culminati con la fuga di questi ultimi. Da quel momento le due fazioni hanno iniziato a ignorarsi, cessando anche la riproduzione, mentre i maschi del gruppo occidentale iniziavano a pattugliare regolarmente il territorio per espandere il proprio dominio.

Nel 2017 le tensioni hanno raggiunto il culmine, rivelando il dato più scioccante dello studio: la sproporzione della violenza. Il gruppo Occidentale, pur essendo più piccolo, ha scatenato un’offensiva spietata uccidendo sette maschi adulti e diciassette cuccioli della fazione Centrale, la quale, seppur superiore dal punto di vista numerico, non si è mai coalizzata per una controffensiva.

Considerazioni antropologiche

Questi eventi confermano una similitudine. La “guerra” di Ngogo dimostra che non servono ideologie, religioni o confini politici per scatenare l’odio, poiché basta il collasso dell’identità di gruppo. Quando una comunità diventa troppo grande per permettere di fidarsi l’uno dell’altro, scatta la logica del “noi contro loro”. Come sottolinea l’antropologo Richard Wrangham, le motivazioni della guerra sono molto più legate alla nostra biologia di quanto vorremmo ammettere, eppure emerge una differenza fondamentale: gli scimpanzé uccidono, ma non conoscono la vendetta pianificata. Non avendo il linguaggio, non possono riunirsi e decidere a tavolino una ritorsione. Noi umani, invece, abbiamo questa capacità, che rappresenta la nostra condanna, ma anche la nostra speranza: siamo la specie più violenta, ma anche la più “prosociale”, capace di aiutare sconosciuti.

Comprendere le radici evolutive

In definitiva, il caso di Ngogo resta un monito potente. Ci insegna che la pace non è uno status naturale permanente, ma un equilibrio delicatissimo che richiede leader capaci di mantenere la coesione. Se guardiamo a questi primati, vediamo uno specchio delle nostre fragilità. La loro “guerra civile” ci ricorda che la cooperazione è la nostra forza più grande, ma anche la più fragile. Comprendere le radici evolutive di questi conflitti non serve a giustificare la nostra violenza, ma a riconoscerla per quella che è: un istinto primordiale che dobbiamo imparare a governare se vogliamo evolverci davvero.

About the Author

- E' un giornalista scientifico, regolarmente iscritto all'albo nazionale. Si occupa di cronaca scientifica e duvulgazione dal 2011, anno di inizio del suo praticantato. Sin dal 2007 ha condotto numerosi studi sui raffreddamenti radiativi delle doline di origine carsica, alcuni dei quali in collaborazione con l'ArpaV.