“L’opera non è forma, ma enigma” – Bruno Ceccobelli
Nel cuore di Assisi, città che più di ogni altra custodisce il respiro spirituale dell’Occidente, l’opera di Bruno Ceccobellitrova una risonanza naturale, quasi inevitabile. La mostra Cantico nel segno di Francesco, ospitata a Palazzo Bonacquisti e inserita nelle celebrazioni dell’Ottocentenario francescano, non si limita a essere un’esposizione: si configura come un attraversamento, un dialogo aperto tra materia e trascendenza, tra gesto artistico e tensione spirituale.
Il riferimento al Cantico delle Creature non è qui un semplice omaggio, ma un dispositivo vivo, capace di riattivare nel presente una visione del mondo fondata su relazione, ascolto e fraternità. Le opere di Ceccobelli, disseminate lungo un percorso che attraversa decenni di ricerca, sembrano farsi eco di questa eredità, traducendola in un linguaggio contemporaneo fatto di materia essenziale, simboli e silenzi; arte come filosofia di vita e povertà come onestà degli umili.
È in questo contesto che si inserisce l’intervista che segue.
Un tentativo non tanto di spiegare, quanto di avvicinarsi.
C’è un punto, nell’arte contemporanea, in cui la materia smette di essere materia e diventa presenza. Non si tratta più di osservare un’opera, ma di entrarci in relazione. È in questo spazio sottile, sospeso tra visibile e invisibile, che si muove la ricerca di Bruno Ceccobelli.
La sua non è una pratica artistica nel senso tradizionale del termine. È piuttosto un ascolto. Una tensione. Un attraversamento.
Abbiamo provato a porgli alcune domande.
Le risposte, più che chiarire, aprono.

Lei ha spesso parlato dell’opera come di una “presenza” più che di un oggetto: c’è mai stato un momento in cui un suo lavoro le è sembrato guardarla indietro?
Più che presenze, sento delle voci. Ma le sento in anticipo rispetto al fare artistico. Il fenomeno per cui le opere guardano è evidente, perché è abbinato al loro significato. Il significato parla quando l’opera si è “sensitizzata” nella sua personalità: allora riesce a dire il suo senso della presenza, della sua apparizione.
Nella sua ricerca la materia sembra custodire una memoria invisibile: quando sceglie un materiale, è una decisione estetica o un ascolto quasi spirituale?
Sì, è un ascolto spirituale. Reagisco a segnali che hanno un’eco intima con la mia natura, con il mio canale recettivo. Agisco secondo una sinestesia di fenomeni che inizialmente mi sono sconosciuti, ma che al termine dell’opera diventano chiari e illuminanti.
Se dovesse individuare un gesto, uno solo, che per lei rappresenta l’atto artistico nella sua forma più pura, quale sarebbe?
Il gesto è il coraggio.
Un coraggio che nasce dalla speranza e dalla fede di cambiare i segni, modificare le indicazioni, trovare strade nuove. La vita è già una scoperta continua di prospettive. Nell’arte questo vale ancora di più: la creatività deve essere un attimo persistente.
Le sue opere sembrano nascere in uno spazio sospeso tra silenzio e rivelazione: quanto è importante il vuoto nel suo processo creativo?
Il vuoto, al pari del negativo, è il nulla. Per molti rappresenta insicurezza, ignoranza. Ma per chi è sensibile alla spiritualità è una risorsa. È un’astrazione, spesso sostenuta da filosofie come il Tao, lo Zen o la teologia negativa. Questa astrazione, in arte, ha rappresentato una vera svolta contemporanea.

C’è qualcosa che evita deliberatamente di esprimere nelle sue opere, qualcosa che preferisce lasciare non detto?
Certamente. Il non detto è il mistero.
Io credo profondamente che l’opera non debba essere tecnica né forma, ma enigma. Un enigma che non si può spiegare, al pari della sacralità della vita. Di fronte a questa epifania resta solo un ascolto nudo e silenzioso.
Nel corso degli anni, ha mai avuto la sensazione di “disimparare” per poter continuare a creare?
Sì. Ho sempre detto che non so quello che faccio, e che faccio addirittura ciò che non so fare. La costruzione di un’opera sincera è una somma di errori: uno sbaglio dopo l’altro che, insieme, generano una verità. Io diffido delle tecniche che producono stile. Lo stile è un marchio del mercato. L’arte vera deve restare sperimentale.
La spiritualità nella sua arte appare come una tensione più che una risposta: è una ricerca che la inquieta o che la pacifica?
L’arte deve essere una sublimazione interiore per convivere meglio con gli altri. Ciò che è facilmente vendibile, ai miei occhi, è spesso un oggetto di speculazione: profano, inutile, decorativo. La spiritualità è invece raffinatezza, umiltà, devozione verso tutto ciò che è altro da noi.
Se oggi potesse dialogare con una sua opera del passato, cosa le chiederebbe? E cosa temerebbe di sentirsi rispondere?

Per rispondere, un’opera deve essere un capolavoro.
E il capolavoro sa più di te. Il capolavoro è la nostra vita in questo universo, è la mente senziente in tutte le cose. È quell’illuminazione che ti dà l’informazione. Nel capolavoro non esistono domande né risposte.
Esiste la vita, contemporanea all’immortalità.
Con Bruno Ceccobelli non si esce da un’intervista con delle certezze.
Si esce, semmai, con una sensazione.
Che l’arte non sia qualcosa da capire.
Ma qualcosa da attraversare.
E che, forse, il gesto più autentico non sia creare.
Ma ascoltare.












