Published On: Dom, Lug 5th, 2026

Ghiaccio Vivo: biodiversità nei ghiacciai

I ghiacciai, queste imponenti masse di ghiaccio, spesso visti come ambienti silenziosi e privi di vita, costituiscono in realtà dei veri e propri scrigni di biodiversità. Rappresentano il 10% delle terre emerse e sono classificati come un vero e proprio bioma. Tradizionalmente, i manuali di ecologia hanno a lungo classificato la tundra come il bioma più freddo oltre il quale non esisterebbe alcuna forma di vita. Tuttavia, questa visione ha trascurato una porzione significativa della superficie globale e solo nel 2012 i ghiacciai e le calotte polari sono stati ufficialmente riconosciuti come un bioma a sé stante, segnando una svolta nella comprensione degli ecosistemi del pianeta. Come avviene la formazione dei ghiacciai?

Quest’ultimi si formano a partire dall’accumulo progressivo di neve in zone di alta quota o nelle alte latitudini della Terra. I cristalli di neve, infatti, cominciano a compattarsi gradualmente formando il nevato, una massa di neve che si trasformerà in ghiaccio una volta che la sua densità sarà arrivata al 90% di quella dell’acqua. I ghiacciai possono distinguersi in due categorie principali: le calotte polari come la Groenlandia o l’Antartide oppure i ghiacciai montani che hanno origine in zona montane. Quest’ultimi a loro volta, sono suddivisi in ghiacciai di altopiano e ghiacciai alpini. I ghiacciai montani sono presenti anche nel territorio italiano, ne è un esempio il Ghiacciaio dei Forni, di tipo vallivo, situato nel Parco Nazionale dello Stelvio in Lombardia, precisamente sul gruppo montuoso delle Ortles-Cevedale in alta Valtellina. È considerato uno dei più vasti ghiacciai italiani, secondo solamente al Ghiacciaio dell’Adamello. La sua altitudine massima può raggiungere anche i 3639 m s.l.m. Tuttavia negli ultimi 150 anni ha subito una riduzione significativa a causa del surriscaldamento globale, ritirandosi di 2,6 km. Ciò ha causato la separazione del ghiacciaio in tre parti distinte, comunemente denominate Ghiacciaio dei Forni Centrale, Occidentale ed Orientale.

Una spedizione scientifica sul Ghiacciaio dei Forni, condotta da un team di speleoglaciologi dell’Università degli studi Milano-Bicocca che ha visto sul campo Davide Corengia e Claudia Canedoli, insieme a Roberto Ambrosini dell’Università Statale di Milano e Francesca Pittino della Bicocca, ha permesso di monitorare da vicino gli effetti del cambiamento climatico su questo ecosistema fragile, oltre a studiare la biodiversità alpina. La glaciospeleologia ha permesso ai ricercatori di calarsi all’interno di un mulino glaciale, una cavità formata dallo scorrere dell’acqua, e di esplorare una grotta di contatto per prelevare campioni endo, sub-glaciali e del substrato. Oltre alla vita microscopica, gli esperti sul ghiaccio superficiale osservano la presenza dei collemboli, minuscoli esseri viventi tra 1 e 3 millimetri che si nutrono di batteri e fungono da elemento di raccordo tra la rete trofica microbica e quella macroscopica.

Ricercatori al lavoro sul ghiacciaio – Credit Federica Nova

Attraverso il prelievo del materiale detritico dal substrato glaciale, è stato possibile osservare la diversità batterica presente nei ghiacciai: prima si credeva che i microrganismi avessero una distribuzione globale uniforme e che i ghiacciai, con condizioni simili in varie aree, ospitassero gli stessi batteri. Le analisi sul DNA di questi organismi hanno invece evidenziato importanti differenze ecologiche tra i batteri di ghiacciai diversi: persino tra il Ghiacciaio dei Forni e il vicino Ghiacciaio del Cedec, che distano meno di un chilometro, si osservano comunità batteriche completamente differenti con una grandissima varietà genetica. Queste ricerche mostrano, dunque, come i ghiacciai non siano degli ambienti sterili bensì in continua trasformazione e fondamentali per l’equilibrio climatico del Pianeta Terra.

Ma i ghiacciai non rappresentano soltanto un patrimonio naturalistico e scientifico: nel corso dei secoli hanno occupato un posto di rilievo anche nell’immaginario collettivo delle popolazioni alpine. Per chi viveva ai piedi delle grandi montagne, il ghiacciaio era una presenza viva, tanto affascinante quanto temuta. Il suo lento avanzare o ritirarsi veniva osservato con attenzione, poiché influenzava la disponibilità di acqua, la fertilità dei pascoli e, di conseguenza, la sopravvivenza delle comunità. In molte vallate alpine si tramandavano racconti secondo cui i ghiacciai fossero custodi di antichi spiriti della montagna o dimora di creature misteriose. Le loro improvvise fratture, i boati provocati dai crolli di seracchi o il rumore dell’acqua che scorreva nelle cavità interne erano interpretati come segnali della montagna stessa, quasi fosse un organismo capace di comunicare con gli uomini.

Oggi sappiamo che questi fenomeni sono spiegabili attraverso i processi di fusione, il movimento gravitazionale del ghiaccio e le tensioni interne che si sviluppano durante il suo lento scorrimento. Tuttavia, queste antiche credenze testimoniano il profondo rispetto che le popolazioni nutrivano nei confronti di un ambiente tanto spettacolare quanto imprevedibile. Anche la cultura popolare valdostana, così come quella di numerose regioni alpine, ha conservato nei secoli un forte legame con i ghiacciai. Essi erano considerati una riserva d’acqua preziosa, indispensabile per alimentare torrenti, canali irrigui e prati destinati al pascolo.

Ancora oggi il loro ruolo è fondamentale: durante i mesi estivi rilasciano gradualmente acqua di fusione che contribuisce a mantenere la portata dei corsi d’acqua, sostenendo gli ecosistemi montani, l’agricoltura e la produzione di energia idroelettrica. Le moderne ricerche glaciologiche hanno inoltre permesso di attribuire ai ghiacciai un’importanza ancora maggiore. Essi costituiscono veri e propri archivi naturali del clima terrestre. Ogni strato di ghiaccio conserva minuscole bolle d’aria, pollini, particelle di polvere vulcanica e altri elementi che raccontano la composizione dell’atmosfera di migliaia di anni fa. Attraverso lo studio delle cosiddette carote di ghiaccio, gli scienziati riescono a ricostruire l’evoluzione del clima, individuando periodi più freddi, eruzioni vulcaniche e variazioni nella concentrazione dei gas serra. Questo patrimonio, tuttavia, è oggi sempre più fragile. Il rapido arretramento dei ghiacciai osservato negli ultimi decenni non comporta soltanto la perdita di grandi masse di ghiaccio, ma anche la scomparsa di ecosistemi unici e di preziose informazioni scientifiche custodite da migliaia di anni.

Analisi dei ghiacciai – Credit Federica Nova

In alcuni casi, il disgelo sta riportando alla luce resti archeologici, antichi sentieri, reperti biologici e perfino tracce della presenza umana risalenti a epoche remote, come una slitta di legno risalente alla Grande Guerra (recentemente liberata dalla morsa del ghiacciaio dei Forni e restituita al presente) offrendo nuove opportunità di ricerca ma, allo stesso tempo, ricordandoci quanto velocemente questi ambienti stiano cambiando. Conoscere i ghiacciai significa quindi comprendere non solo il loro funzionamento geologico e biologico, ma anche il profondo rapporto che l’uomo ha instaurato con essi nel corso della storia. Essi rappresentano un ponte tra scienza e cultura, tra memoria e futuro, ricordandoci che la conservazione di questi straordinari ecosistemi non riguarda esclusivamente gli ambienti montani, ma l’equilibrio dell’intero pianeta e delle comunità che da essi dipendono.

In collaborazione con Mattia Abram e Giuseppe Cutano
Si ringrazia Federica Nova per il reportage fotografico

About the Author

- Laureata in Scienze Geografiche per l’Ambiente e la Salute alla Sapienza di Roma, è da sempre stata interessata alla divulgazione scientifica tramite la scrittura di articoli e la fotografia paesaggistica. Nel tempo libero, è volontaria per il FAI per sensibilizzare ancora di più su tematiche legate alla valorizzazione e tutela del patrimonio culturale e territoriale.