Published On: Gio, Ago 13th, 2026

Ulisse, la rotta impossibile

Come poteva un uomo dell’età di Omero attraversare il Mediterraneo senza bussola, perdersi per anni e infine ritrovare la strada verso Itaca? Tra stelle, venti, correnti, coste e memoria nautica, la geografia dell’Odissea potrebbe nascondere una conoscenza del mare molto più concreta di quanto immaginiamo.

C’è un’immagine che attraversa l’Odissea e che, dopo quasi tremila anni, continua a sembrarci impossibile.

Un uomo parte da Troia.

Ha una nave.

Non possiede una bussola.

Non dispone di GPS, carte nautiche moderne, strumenti per misurare con precisione latitudine e longitudine.

Eppure naviga.

Si perde.

Viene trascinato dalle tempeste.

Approda su coste sconosciute.

Attraversa stretti pericolosi.

Rimane per anni lontano dalla propria casa.

E alla fine torna a Itaca.

La domanda, allora, non è soltanto dove sia passato Ulisse.

La domanda più interessante è un’altra:

Come poteva un uomo dell’età del bronzo o della prima età del ferro orientarsi nel Mediterraneo?

E soprattutto: quanto c’è di reale nella geografia marina raccontata da Omero?

La risposta è molto più affascinante di una semplice mappa.

Prima di tutto: Ulisse non possiede una mappa del Mediterraneo

La prima cosa da dimenticare è l’immagine del navigatore antico che prende una pergamena, traccia una linea tra Troia e Itaca e parte.

Non funzionava così.

La navigazione antica era soprattutto una combinazione di osservazione, esperienza, memoria e calcolo approssimativo.

Il marinaio poteva utilizzare la posizione del Sole, le stelle, la direzione dei venti, le correnti, il moto delle onde, i profili delle montagne e dei promontori, la forma delle coste e la conoscenza delle stagioni.

Vicino alla costa poteva inoltre affidarsi ai punti di riferimento terrestri e, almeno in epoche successive, a strumenti semplici per determinare la profondità dell’acqua attraverso scandagli.

Quella che oggi chiameremmo navigazione stimata — il tentativo di ricostruire posizione e direzione sulla base di rotta, tempo e velocità — era necessariamente molto più empirica di quella moderna. La navigazione nel Mediterraneo preistorico dipendeva in maniera decisiva dall’ambiente marino, dai venti e dalle correnti, che contribuivano a determinare le rotte effettivamente praticabili.

Il mare, insomma, non era un vuoto blu.

Era una mappa naturale.

E chi lo conosceva bene imparava a leggerla.

Uno dei passaggi più interessanti dell’Odissea si trova nel quinto libro.

Calipso indica a Ulisse come orientarsi osservando le stelle: le Pleiadi, Boote e soprattutto l’Orsa, che il testo descrive come una costellazione che ruota attorno a un punto del cielo senza immergersi nell’Oceano.

È una delle più celebri testimonianze letterarie dell’uso del cielo come riferimento per la navigazione antica.

Ma attenzione: questo non significa che i Greci possedessero già una navigazione astronomica paragonabile a quella moderna.

La possibilità di utilizzare sistematicamente l’altezza di una stella per determinare la latitudine appartiene a una storia molto più tarda. Gli studi sulla navigazione celeste sottolineano infatti che non abbiamo prove convincenti di una vera navigazione astronomica di precisione nel Mediterraneo antico paragonabile a quella sviluppata in età moderna.

Il cielo, però, poteva fornire qualcosa di preziosissimo:

una direzione.

E per un navigatore senza bussola, conoscere il nord, riconoscere l’andamento stagionale delle stelle e utilizzare il Sole poteva significare la differenza tra una rotta plausibile e una deriva completa.

Ma allora quale rotta seguì davvero Ulisse?

Qui comincia il mistero.

La sequenza raccontata da Omero è abbastanza chiara, ma la sua traduzione geografica è tutt’altro che certa.

Dopo la guerra di Troia, Ulisse e i suoi compagni raggiungono Ismaro, nella terra dei Ciconi.

Poi arrivano presso i Lotofagi.

Successivamente approdano nella terra dei Ciclopi.

Incontrano Eolo.

Vengono respinti verso la terra dei Lestrigoni.

Arrivano da Circe.

Da lì Ulisse raggiunge il mondo dei morti.

Poi riparte verso le Sirene, Scilla e Cariddi.

Approda all’isola di Trinacria, dove si trovano le mandrie del Sole.

Dopo la distruzione della nave, Ulisse rimane solo.

Passa da Calipso.

Infine raggiunge i Feaci, che lo riportano a Itaca.

È una sequenza che sembra una rotta.

Ma potrebbe non esserlo affatto.

Gli studiosi hanno sottolineato più volte la distanza tra la geografia reale e la geografia concettuale e narrativa di Omero. Il problema nasce dal fatto che il poeta mescola luoghi riconoscibili con spazi remoti, fantastici e deliberatamente indefiniti.

Nonostante questo, alcuni episodi sembrano conservare una memoria geografica sorprendentemente concreta.

Il caso più famoso è quello di Scilla e Cariddi.

La tradizione antica le colloca nello Stretto di Messina e l’associazione tra il mostro Scilla e il vortice di Cariddi e quello stretto passaggio marittimo è una delle identificazioni più convincenti dell’intero viaggio. Fonti geografiche antiche collegavano esplicitamente il racconto omerico ai pericoli reali della navigazione nello stretto.

E la cosa più interessante è che studi moderni sulla navigazione descritta nell’Odissea hanno trovato nell’episodio di Scilla e Cariddi elementi compatibili con una reale esperienza nautica: il racconto può essere letto anche come la memoria trasformata in mito di un passaggio difficile attraverso uno stretto caratterizzato da correnti e turbolenze.

È qui che il mito diventa interessante.

Perché forse Omero non inventa tutto.

Forse trasforma conoscenze reali in racconto.

Questa è una delle ipotesi più affascinanti.

L’Odissea è un poema composto e trasmesso oralmente attraverso una lunga tradizione, prima di assumere la forma scritta che conosciamo.

Non dobbiamo quindi immaginare necessariamente Omero come un navigatore che prende il mare e annota personalmente ogni rotta.

Potremmo immaginare qualcosa di diverso.

Generazioni di marinai hanno navigato.

Hanno raccontato.

Hanno incontrato coste sconosciute.

Hanno descritto venti.

Hanno tramandato tempeste.

Hanno parlato di isole.

Hanno trasformato luoghi pericolosi in storie.

E quelle storie, passando da una bocca all’altra, potrebbero essere entrate nella grande memoria poetica che ha dato forma all’Odissea.

La ricerca moderna sulla navigazione omerica considera infatti plausibile che il poema conservi numerosi dettagli realistici della pratica marinara.

Immaginare la nave di Ulisse come una grande imbarcazione da oceano sarebbe un errore.

Le navi del mondo egeo erano costruite per un Mediterraneo in cui la navigazione costiera e il controllo del vento avevano un’importanza fondamentale.

La propulsione poteva combinare remi e vela.

I rematori permettevano di manovrare e avanzare anche quando il vento non era favorevole; la vela consentiva invece di sfruttare l’energia del vento per coprire distanze maggiori.

La costruzione navale dell’epoca è oggetto di un importante problema filologico e archeologico: alcuni dettagli delle navi descritte da Omero sembrano infatti non appartenere necessariamente all’epoca micenea della guerra di Troia, ma riflettere tecniche più vicine all’età in cui il poema assunse la propria forma.

Uno studio pubblicato sull’American Journal of Archaeology ha evidenziato proprio questa difficoltà, sostenendo che alcune tecniche costruttive presenti nell’Iliade e nell’Odissea possono essere anacronistiche rispetto all’età del bronzo e riflettere invece pratiche dell’età del ferro.

Questo dettaglio cambia molto la nostra prospettiva.

La nave di Ulisse potrebbe non essere una fotografia della nave micenea.

Potrebbe essere la nave che il pubblico di Omero conosceva.

Il Mediterraneo non è un mare uniforme.

È un sistema complesso di correnti, brezze locali, venti stagionali e passaggi naturali.

Un navigatore esperto imparava che determinate coste erano più favorevoli in certe stagioni e che alcuni tratti del mare potevano diventare estremamente pericolosi quando il vento cambiava.

Questo spiega anche una caratteristica apparentemente paradossale dell’Odissea.

Ulisse non perde la strada una sola volta.

La perde continuamente.

Ma ogni volta il suo problema non è necessariamente non sapere dove sia Itaca.

È non poter controllare il mare.

Una tempesta può spingere una nave fuori rotta.

Una corrente può trascinarla.

Un vento contrario può impedire di raggiungere una costa.

Una navigazione che oggi richiederebbe pochi giorni può trasformarsi in una successione di deviazioni.

Il viaggio di Ulisse, quindi, non è soltanto una storia di orientamento.

È una storia di sopravvivenza alla meteorologia.

E il mistero più grande: perché non torna semplicemente indietro?

È la domanda che, con la nostra mentalità moderna, ci poniamo immediatamente.

Se conosce la direzione di Itaca, perché non torna?

Perché, dopo una deviazione, non corregge semplicemente la rotta?

Perché non traccia una linea verso casa?

Perché quella linea non esiste.

Senza una carta nautica moderna e senza sistemi di posizione, il problema non consiste soltanto nel sapere che Itaca si trova “a ovest”.

Bisogna sapere dove ci si trova.

E dopo una tempesta, se non si è riusciti a mantenere un punto di riferimento, questa informazione può diventare estremamente incerta.

Il navigatore può sapere di essere diretto verso una determinata direzione e, contemporaneamente, non sapere con precisione quanto sia lontano dalla propria destinazione.

È la differenza fondamentale tra conoscere una direzione e conoscere una posizione.

E qui Omero introduce una soluzione quasi fantascientifica.

Quando Ulisse raggiunge i Feaci, incontra un popolo dotato di navi straordinarie.

Nel poema le loro imbarcazioni vengono descritte come capaci di conoscere le città e le terre e di non avere bisogno di un timoniere nel modo ordinario in cui ne hanno bisogno le altre navi.

È una delle immagini più sorprendenti dell’Odissea.

Le navi dei Feaci sembrano possedere una sorta di intelligenza propria. La ricerca contemporanea ha persino sottolineato quanto questa rappresentazione possa apparire sorprendentemente vicina, agli occhi moderni, al concetto di nave autonoma.

Ma narrativamente la funzione è ancora più importante.

Ulisse non ritrova Itaca grazie a una tecnologia nautica.

Viene portato a casa.

I Feaci risolvono ciò che per un uomo solo sarebbe quasi impossibile: trasformano il desiderio del ritorno in una rotta.

E quando Ulisse si risveglia, è finalmente a Itaca.

Quindi Ulisse è davvero tornato sulla stessa rotta?

No.

Ed è forse questa la più grande incomprensione moderna della sua storia.

Ulisse non compie un viaggio di andata e ritorno lungo una rotta conosciuta.

La sua è una successione di deviazioni.

Il percorso narrato è composto da tratti di navigazione, tempeste, approdi, permanenze, perdite e ripartenze.

In molti casi non sappiamo neppure se i luoghi descritti debbano essere collocati nel Mediterraneo reale.

La geografia dell’Odissea è stata oggetto di discussioni per secoli proprio perché alcuni luoghi sembrano corrispondere a paesaggi reali mentre altri resistono a ogni identificazione convincente.

E forse è proprio questo il punto.

Cercare di trasformare ogni episodio in una coordinata geografica rischia di impoverire il poema.

Se il viaggio di Ulisse rimane avvolto nell’incertezza, Itaca presenta un problema completamente diverso.

L’isola descritta da Omero è stata studiata per secoli.

Archeologi e filologi hanno cercato di confrontare la descrizione dell’isola con la sua conformazione reale.

Le ricerche sull’Ithaca omerica hanno mostrato quanto il testo contenga dettagli geografici e locali specifici. Gli scavi sull’isola tradizionalmente identificata con Itaca hanno inoltre restituito testimonianze di culti e frequentazioni che sono state messe in relazione con la tradizione di Odysseus.

Non significa che ogni dettaglio del poema sia una fotografia topografica.

Ma significa che Omero conosceva, direttamente o attraverso una tradizione estremamente precisa, il mondo geografico nel quale collocava Itaca.

E questo rende ancora più interessante la domanda iniziale.

Quanto era avanzata la navigazione antica?

Molto più di quanto l’immaginario moderno lasci supporre.

Ma molto meno di quanto vorremmo immaginare.

I marinai dell’antichità possedevano una conoscenza empirica straordinaria.

Conoscevano i venti.

Conoscevano le coste.

Conoscevano i fondali.

Conoscevano le stagioni.

Conoscevano i punti di approdo.

Riconoscevano i profili delle montagne dal mare.

Sapevano che determinate isole erano visibili da determinate rotte.

E imparavano a leggere il cielo.

Questa conoscenza non era necessariamente scritta.

Era trasmessa.

Da padre a figlio.

Da capitano a marinaio.

Da porto a porto.

Da generazione a generazione.

La navigazione antica era quindi una gigantesca banca dati costruita nella memoria umana.

La vera sorpresa dell’Odissea potrebbe non essere che Ulisse sia riuscito a tornare a casa.

Potrebbe essere che dietro la fantasia del poema sopravviva una conoscenza concreta del Mediterraneo.

Un mondo di venti e correnti.

Di coste riconoscibili.

Di passaggi pericolosi.

Di isole.

Di porti.

Di marinai.

Di racconti.

Di paure.

Di esperienze tramandate.

La ricerca contemporanea continua a trovare nell’Odissea dettagli compatibili con pratiche marinare reali, mentre gli studi geografici più recenti invitano a non cercare una corrispondenza meccanica tra ogni episodio e un luogo moderno.

Ed è proprio in questa zona grigia, tra esperienza e invenzione, che il poema diventa immortale.

Alla fine, forse, non esiste una sola rotta.

Esistono molte Odissee possibili.

Una passa per la Sicilia.

Un’altra attraversa il Mediterraneo occidentale.

Alcune ipotesi hanno spinto le avventure fino alle coste dell’Italia meridionale, del Nord Africa, dello Stretto di Gibilterra o ancora oltre.

Ma nessuna ricostruzione può essere considerata definitivamente dimostrata.

Persino la moderna ricerca sulla geografia di Itaca continua a confrontarsi con problemi interpretativi e con una lunga storia di ipotesi contrastanti.

E forse questa incertezza non è una debolezza.

È la ragione per cui continuiamo a cercare.

Perché ogni volta che disegniamo una linea sulla carta, ci accorgiamo che Ulisse non sta soltanto navigando nel Mediterraneo.

Sta navigando nella nostra necessità umana di tornare.

Immaginiamo per un momento un marinaio antico.

Non ha uno schermo davanti.

Non ha coordinate.

Non conosce la propria posizione con precisione.

Ha il legno sotto i piedi.

Il vento sulla pelle.

Il Sole.

Le stelle.

La forma di una montagna all’orizzonte.

Forse una costa che riconosce.

Forse un’isola che ha già visto.

E soprattutto possiede una cosa che oggi abbiamo quasi completamente perduto:

la necessità di osservare.

Ulisse non torna a Itaca perché possiede una tecnologia perfetta.

Torna perché il mondo nel quale vive è leggibile.

Il mare parla attraverso il vento.

Il cielo attraverso le stelle.

La costa attraverso i suoi profili.

E l’uomo impara ad ascoltare.

Forse è questa la lezione più moderna dell’Odissea.

Non abbiamo inventato la capacità di orientarci.

Abbiamo soltanto costruito strumenti che lo fanno al posto nostro.

E forse, ogni tanto, vale la pena spegnere tutto.

Guardare il cielo.

Guardare il mare.

E domandarci se, come Ulisse, abbiamo ancora imparato a riconoscere la strada verso casa.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.