Published On: Sab, Ago 15th, 2026

Prima di Ulisse: come nacque l’idea dell’Odissea?

Continua il nostro viaggio con Ulisse…

Omero, il mistero dell’autore, la memoria dei cantori e un Mediterraneo attraversato da uomini, racconti e leggende. Ma quanto dell’Odissea è invenzione e quanto potrebbe conservare una memoria storica molto più antica?

Prima di essere un libro, l’Odissea fu una voce.

Prima di diventare uno dei testi fondativi della letteratura occidentale, fu probabilmente una storia raccontata, ascoltata, modificata, ricordata e nuovamente raccontata.

E forse è proprio qui che comincia il vero mistero.

Non quando Ulisse parte da Troia.

Non quando incontra il Ciclope.

Non quando ascolta il canto delle Sirene.

Il mistero comincia molto prima.

Chi ebbe per primo l’idea di raccontare la storia di un uomo che, dopo una guerra, invece di tornare semplicemente a casa, si perde nel mondo?

E soprattutto: come è stato possibile trasformare una successione di racconti, forse antichissimi, in una struttura narrativa così complessa da arrivare intatta fino a noi?

La risposta più onesta è che non lo sappiamo.

E questa volta l’incertezza non è un limite della ricerca.

È ciò che rende Omero ancora più affascinante.

Omero è davvero esistito?

Partiamo dalla domanda più scomoda.

Omero è esistito davvero?

La tradizione antica non aveva molti dubbi: Iliade e Odissea appartenevano a un poeta chiamato Omero, generalmente associato al mondo ionico dell’Asia Minore. Ma non possediamo una biografia contemporanea, né un documento che ci permetta di ricostruire con certezza la sua identità. Anche le fonti antiche non concordavano completamente sulla sua origine e sulla sua epoca. 

La situazione diventa ancora più intrigante quando arriviamo alla composizione dei poemi.

Le stime più diffuse collocano l’Iliade e l’Odissea nell’VIII secolo a.C., con l’Odissea generalmente considerata leggermente più tarda. Ma persino questa cronologia non è assoluta: le date vengono ricostruite soprattutto attraverso elementi linguistici e storici. 

Dunque potremmo trovarci davanti a un paradosso.

Il più celebre autore dell’antichità è anche uno degli autori di cui sappiamo meno.

E forse non è casuale.

Perché “Omero” potrebbe rappresentare non soltanto un uomo, ma il punto culminante di una tradizione poetica molto più antica.

È qui che la storia comincia a diventare quasi vertiginosa.

La ricerca moderna considera ormai fondamentale la natura orale e performativa della poesia omerica.

Per secoli, prima che il testo fosse fissato nella forma che conosciamo, cantori professionisti potevano eseguire racconti epici davanti a un pubblico utilizzando un patrimonio condiviso di formule, personaggi, episodi e versi. Il lavoro pionieristico di Milman Parry e Albert Lord nel XX secolo, anche attraverso lo studio di tradizioni orali ancora vive nei Balcani, contribuì a mostrare come un poeta potesse comporre poesia durante la performance attingendo a un sistema tradizionale estremamente sofisticato. 

Questo cambia completamente la nostra idea di “scrivere l’Odissea”.

Non dobbiamo necessariamente immaginare un uomo seduto davanti a un tavolo con una tavoletta o un rotolo, intento a inventare capitolo dopo capitolo.

Potremmo invece immaginare generazioni di cantori.

Uno racconta una storia.

Il successivo la riprende.

Aggiunge qualcosa.

Ne elimina un’altra parte.

Adatta un episodio al pubblico.

Ricorda un verso.

Ne modifica un altro.

E così, lentamente, una storia diventa tradizione.

La Cambridge Guide to Homer descrive proprio le origini dell’epica omerica come un processo di composizione e ricomposizione orale sviluppatosi per centinaia di anni e in un’area geografica molto ampia. 

E allora l’Odissea assume una dimensione completamente diversa.

Potrebbe essere contemporaneamente antichissima e relativamente recente.

Antica nei suoi materiali.

Recente nella sua forma.

Questa è forse la cosa più difficile da comprendere per noi.

Oggi pensiamo alla scrittura come alla condizione naturale della letteratura.

Un autore ha un’idea.

La scrive.

La corregge.

La riscrive.

La archivia.

La pubblica.

Il poeta orale vive in un universo completamente diverso.

Deve ricordare.

Ma soprattutto deve saper ricreare.

Il verso esametrico e le formule ricorrenti non sono semplicemente ornamenti poetici: fanno parte di un sistema che rende possibile la composizione e la memorizzazione durante la performance. 

È come possedere una gigantesca cassetta degli attrezzi narrativa.

Il poeta conosce il modo in cui si presenta un eroe.

Conosce il modo in cui si prepara un banchetto.

Conosce il modo in cui si descrive una nave.

Conosce il modo in cui un personaggio parla.

Conosce il linguaggio delle battaglie.

Conosce il linguaggio dell’ospitalità.

E può ricombinare questi elementi.

Non sta semplicemente ricordando una poesia.

Sta costruendo una poesia mentre la racconta.

Se l’Odissea nasce da una tradizione orale, quanto possiamo essere sicuri che il racconto che leggiamo oggi sia quello che ascoltò il primo pubblico?

La risposta è: non possiamo esserlo completamente.

Un frammento papiraceo dell’Odissea conservato al Metropolitan Museum of Art e datato alla prima età ellenistica contiene tre versi del ventesimo libro che non coincidono con il testo standard trasmesso oggi. È una testimonianza concreta del fatto che circolavano varianti locali del poema. 

Questo piccolo frammento è straordinario.

Perché ci permette di vedere materialmente qualcosa che la teoria aveva già suggerito:

l’Odissea non è stata sempre un testo immobile.

È stata un organismo.

Ha viaggiato.

È stata copiata.

Trascritta.

Interpretata.

E probabilmente, molto prima di essere scritta, raccontata in modi differenti.

Qui dobbiamo fare una distinzione.

Non possiamo dimostrare che esistesse un uomo chiamato Ulisse che abbia vissuto esattamente le avventure narrate da Omero.

Ma non possiamo neppure escludere che il personaggio conservi elementi provenienti da una memoria storica molto più antica.

Questo è uno dei punti nei quali archeologia e poesia iniziano a sfiorarsi.

La tradizione epica sembra conservare elementi appartenenti a epoche differenti.

Nell’Odissea convivono infatti aspetti riconducibili al mondo dell’età del bronzo e altri più vicini all’età del ferro. Armi, oggetti, istituzioni e pratiche non appartengono tutti allo stesso periodo storico. 

Questo significa che il mondo di Omero non è una fotografia del XII secolo a.C.

È piuttosto un collage storico.

Un mondo nel quale sopravvivono frammenti di un passato lontanissimo accanto a elementi contemporanei al poeta.

Ed è esattamente ciò che ci aspetteremmo da una tradizione orale tramandata per generazioni.

Poi c’è Troia.

E qui il confine tra storia e mito diventa ancora più sottile.

Il sito archeologico di Hisarlık, nell’attuale Turchia, dimostra l’esistenza di una grande città fortificata e inserita nei circuiti politici ed economici dell’Egeo e dell’Anatolia. La Grecia micenea, nello stesso arco storico, era una potenza importante.

Ma l’archeologia non dimostra che la guerra di Troia sia avvenuta esattamente come la racconta Omero. Il British Museum sottolinea proprio questa distinzione: Troia e la Grecia micenea offrono un possibile scenario storico, ma non possiamo trasformare automaticamente il poema in un resoconto militare. 

E questo è fondamentale.

Non possiamo dire:

“La guerra di Troia è successa perché Omero lo racconta.”

Possiamo però dire qualcosa di molto più interessante:

Omero racconta un mondo nel quale alcuni elementi hanno una sorprendente corrispondenza con realtà archeologiche molto più antiche del poeta stesso.

Come è arrivata quella memoria fino a lui?

Questa è una delle grandi domande.

Pensiamo a una storia raccontata oggi da una persona anziana.

“Quando ero bambino mio nonno mi raccontava che…”

Quel racconto non appartiene più soltanto al nonno.

È passato attraverso due generazioni.

E se quel nipote lo raccontasse a sua volta?

La storia potrebbe continuare a vivere per un secolo.

Ora moltiplichiamo questo processo per quattro, cinque, sei, dieci generazioni.

E immaginiamo che nessuno possieda un archivio scritto.

Quello che sopravvive non è necessariamente la precisione del dettaglio.

Sopravvive ciò che merita di essere ricordato.

Un eroe.

Una guerra.

Una città.

Una famiglia.

Una morte.

Un ritorno.

Un tradimento.

Un mostro.

Una tempesta.

Una casa.

È così che la memoria può diventare mito.

Ed è qui che emerge la genialità letteraria dell’Odissea.

Perché anche ammettendo che una parte enorme del materiale fosse già presente nella tradizione, qualcuno deve averlo organizzato.

E l’organizzazione dell’Odissea è tutt’altro che casuale.

Ulisse non viene presentato immediatamente come il protagonista assoluto.

Il poema comincia con Itaca.

Telemaco.

Penelope.

I pretendenti.

La casa vuota.

Il padre assente.

Soltanto dopo diversi libri Ulisse entra realmente in scena.

E quando finalmente compare, non sta tornando verso casa.

È già lontanissimo da casa.

È quasi fuori dalla mappa del mondo umano.

Questa scelta narrativa è straordinariamente moderna.

Il lettore sa che un uomo deve tornare.

Ma non sa come.

E soprattutto non sa ancora che cosa gli sia successo.

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca moderna è proprio la capacità dell’Odissea di combinare diversi generi e dispositivi narrativi.

Uno studio dedicato ai rapporti tra Odissea e Vicino Oriente la definisce, nella sintesi proposta dall’autore, come una sorta di straordinario compendio di dispositivi narrativi e mostra come il poema integri generi mitici differenti. 

E basta osservare la struttura per rendersene conto.

Abbiamo:

il viaggio.

Il mostro.

La magia.

La seduzione.

La discesa nel mondo dei morti.

La profezia.

La tempesta.

L’isola misteriosa.

L’ospitalità.

Il travestimento.

Il riconoscimento.

Il ritorno.

E soprattutto un tema che tiene tutto insieme:

la casa.

Ulisse può attraversare il mondo.

Ma tutta la storia continua a essere orientata verso Itaca.

E se Omero avesse conosciuto altre storie?

Questa domanda ci porta verso Oriente.

Per molto tempo la cultura greca è stata studiata come se fosse nata quasi isolatamente.

Oggi il quadro è molto più complesso.

Il Mediterraneo orientale dell’età del bronzo e della prima età del ferro era uno spazio di contatti, commerci, migrazioni e scambi culturali.

E gli studi comparativi hanno individuato numerosi parallelismi tra l’epica greca e le tradizioni del Vicino Oriente, comprese quelle mesopotamiche, ugaritiche e altre tradizioni del Mediterraneo orientale. 

Il caso più famoso è Gilgamesh.

Anche lì troviamo un eroe che affronta l’ignoto, incontra figure soprannaturali, attraversa spazi lontani e si confronta con la morte e con il limite umano.

Alcuni episodi dell’Odissea presentano inoltre parallelismi con motivi narrativi mesopotamici.

Polifemo, per esempio, è stato confrontato con il ciclo di Gilgamesh e con il combattimento contro Humbaba; ma gli studiosi invitano alla cautela: una somiglianza non dimostra automaticamente che Omero abbia letto Gilgamesh. Potrebbe esistere una tradizione narrativa comune o una trasmissione indiretta. 

E questa distinzione è essenziale.

Non significa:

“Omero ha copiato Gilgamesh.”

Significa qualcosa di molto più affascinante:

uomini appartenenti a culture lontanissime sembravano raccontare, trasformandole, alcune delle stesse paure.

Il viaggio.

La morte.

La perdita.

Il desiderio.

Il ritorno.

L’immortalità.

La solitudine.

Forse abbiamo posto la domanda sbagliata per secoli.

Abbiamo chiesto:

“Chi era Omero?”

Forse dovremmo chiedere:

“Quale mondo ha parlato attraverso Omero?”

Perché dentro l’Odissea convivono almeno quattro tempi.

Il tempo dei racconti mitici.

Il tempo della civiltà micenea.

Il tempo della lunga trasmissione orale.

E il tempo dell’VIII secolo a.C., quando il poema assume la forma che gli studiosi tentano oggi di ricostruire.

La Cambridge Guide to Homer insiste proprio su questo carattere stratificato: l’epica omerica incorpora tradizioni sviluppatesi in epoche e contesti differenti, mentre la cultura materiale descritta nei poemi non appartiene a un’unica fase storica. 

È come se l’Odissea fosse una bottiglia affidata al mare del tempo.

Ogni generazione l’ha aperta.

Ha letto ciò che conteneva.

E prima di richiuderla ha aggiunto qualcosa.

Potrebbe esserci stato davvero un poeta straordinario.

Un individuo capace di raccogliere una tradizione immensa e darle una forma definitiva.

Questa ipotesi non è affatto scomparsa dalla ricerca.

Anzi, una parte degli studiosi continua a sottolineare la notevole unità strutturale dei poemi e ritiene plausibile attribuire la forma complessiva a un singolo grande poeta, pur all’interno di una tradizione orale molto più antica. 

In altre parole:

la tradizione potrebbe aver fornito il materiale.

Omero potrebbe aver costruito l’architettura.

E questa, forse, è una delle ipotesi più affascinanti.

Perché permetterebbe di tenere insieme due idee apparentemente opposte:

l’Odissea è antica quanto la memoria che la alimenta;

ma è anche il prodotto di una mente poetica capace di trasformare quella memoria in una storia irripetibile.

E allora torniamo alla nostra domanda iniziale.

Come è possibile che qualcuno abbia avuto l’idea di scrivere l’Odissea?

Forse la risposta è che non è andata esattamente così.

Forse nessuno, un mattino, si è seduto e ha pensato:

“Oggi scriverò l’Odissea.”

Forse l’Odissea è nata lentamente.

Un marinaio raccontò una tempesta.

Un anziano ricordò una guerra.

Un cantore aggiunse un gigante.

Un altro conosceva una storia su un’isola lontana.

Qualcuno raccontava di una donna che aspettava.

Qualcun altro di un uomo che non riusciva a tornare.

E un giorno, dopo secoli di memoria, qualcuno prese tutto questo patrimonio e lo trasformò in una domanda universale:

quanto può allontanarsi un uomo da casa prima di smettere di essere sé stesso?

Quella domanda è Ulisse.

La cosa più sorprendente non è che un poema sia sopravvissuto per quasi tremila anni.

La cosa sorprendente è che continuiamo a trovarci dentro.

Quando Ulisse perde la rotta, riconosciamo la nostra.

Quando vuole tornare, riconosciamo il nostro desiderio di appartenenza.

Quando incontra il diverso, incontriamo la nostra paura dell’ignoto.

Quando viene accolto da uno straniero, ricordiamo che una casa può esistere anche lontano da casa.

E quando finalmente torna a Itaca, comprendiamo che il viaggio non serviva soltanto a raggiungere una destinazione.

Serviva a trasformare l’uomo che sarebbe tornato.

Forse Omero non ha inventato il viaggio.

Forse non ha inventato neppure tutti i mostri.

Forse non ha inventato Troia.

Forse non ha inventato nemmeno Ulisse.

Ma potrebbe aver fatto qualcosa di ancora più grande.

Potrebbe aver preso migliaia di anni di memoria umana e averli fatti navigare dentro una sola storia.

Una storia che ha attraversato il crollo di civiltà, la nascita dell’alfabeto, le guerre, gli imperi, le biblioteche, gli incendi, le religioni, le traduzioni e le epoche.

E che ancora oggi, quando apriamo quelle pagine, ci chiede la stessa cosa che chiedeva ai primi uomini che la ascoltarono:

“Tu, quanto sei disposto a perdere per ritrovare la strada verso casa?”

Nota editoriale

Le questioni sull’identità storica di Omero, sulla datazione dei poemi e sul rapporto tra tradizione orale e testo scritto rimangono oggetto di dibattito accademico. In questo articolo distinguiamo volutamente ciò che è sostenuto dalle fonti antiche e dalla ricerca moderna dalle ipotesi interpretative: non esiste oggi una prova definitiva che permetta di ricostruire la biografia di Omero o di stabilire con certezza un singolo momento in cui l’Odissea fu “scritta”. La forza del poema risiede anche nella sua natura stratificata, nella quale tradizione orale, memoria storica, invenzione poetica e influenze culturali mediterranee si incontrano. 

Fonti di riferimento principali: The Cambridge Guide to HomerThe Cambridge Companion to HomerThe Cambridge Companion to Ancient Greek EpicHomer’s Odyssey and the Near East; Perseus Digital Library; Metropolitan Museum of Art; British Museum.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.