Tolkien e Il Signore degli Anelli: il sogno di una mitologia e l’eroe che non ti aspetti
Dietro la Terra di Mezzo non c’è soltanto l’invenzione di un mondo fantastico. C’è il progetto di un filologo, il desiderio di dare all’Inghilterra una propria mitologia e una riflessione profonda sul potere, sul sacrificio e sul valore delle persone comuni.
C’è un momento, nella storia della letteratura, in cui un professore di Oxford decide di costruire un mondo che non esiste.
Non si limita a inventare una storia.
Inventa lingue, popoli, genealogie, guerre, religioni, geografie, tradizioni e perfino una memoria del passato.
Quel mondo è la Terra di Mezzo.
E l’uomo che la costruisce è John Ronald Reuel Tolkien.
Ma perché Tolkien sentì il bisogno di creare Il Signore degli Anelli?
La risposta è molto più interessante di quanto possa sembrare.
Per comprendere Tolkien bisogna partire da qualcosa che spesso viene dimenticato: la sua formazione di filologo e il suo amore per le lingue.
In una celebre lettera indirizzata all’editore Milton Waldman nel 1951, Tolkien spiegò che il suo mondo immaginario era cresciuto insieme a lui e che, dietro le sue storie, esisteva un intreccio di lingue inventate.
Non erano semplici parole create per rendere esotici i nomi dei personaggi.
Tolkien costruiva le lingue secondo una propria logica storica, elaborandone forme, origini e trasformazioni. Da esse derivavano poi nomi, popoli e frammenti di storia. Il linguaggio diventava così uno degli strumenti attraverso cui dare alla Terra di Mezzo quella che Tolkien definiva un’«illusione di storicità».
È un dettaglio fondamentale.
Perché la Terra di Mezzo sembra vera proprio perché sembra avere un passato precedente alla storia che stiamo leggendo.
Il progetto era ancora più ambizioso.
Tolkien raccontò a Waldman di avere una passione profonda per il mito, la fiaba e soprattutto per quelle leggende eroiche sospese tra storia e racconto fantastico.
E confessò una sorta di insoddisfazione nei confronti della propria patria: secondo lui, l’Inghilterra non possedeva una mitologia nazionale paragonabile, per ricchezza e profondità, alle grandi tradizioni greche, germaniche, scandinave, finlandesi e celtiche che tanto lo avevano affascinato.
Da qui nasce una delle idee più affascinanti di tutta la sua produzione.
Tolkien immaginò di costruire un corpo di leggende collegate tra loro, dalle grandi narrazioni cosmologiche fino alla fiaba, qualcosa che potesse idealmente essere dedicato all’Inghilterra.
Non voleva semplicemente scrivere un fantasy.
Voleva creare un passato immaginario.
Quando Lo Hobbit arrivò nelle librerie nel 1937, Tolkien aveva già sviluppato una parte considerevole della propria mitologia.
La storia di Bilbo, però, aveva inizialmente un tono più vicino alla fiaba.
Il successo del libro portò gli editori a chiedere un seguito.
Tolkien cominciò così a lavorare a quella che sarebbe diventata un’opera enormemente più complessa.
La stessa Lettera 131 descrive Il Signore degli Anelli come il lavoro più grande dell’intero ciclo e spiega come il romanzo avrebbe dovuto raccogliere e concludere molti degli elementi già presenti nella mitologia precedente.
Il risultato sarebbe stato un libro molto diverso da Lo Hobbit.
Più oscuro.
Più adulto.
Più storico.
E soprattutto molto più vasto.
C’è però un altro elemento che rende l’opera sorprendentemente moderna.
Tolkien spiegò che il suo immaginario era profondamente interessato a temi come la Caduta, la mortalità e la Macchina.
La Macchina, nella sua concezione, non è soltanto una macchina fisica.
È anche il desiderio di utilizzare strumenti e potere per dominare il mondo e imporre la propria volontà agli altri.
Ed è qui che l’Anello acquista una dimensione universale.
L’Anello non rappresenta semplicemente un’arma potentissima.
Rappresenta la tentazione di trasformare il potere in possesso e il possesso in dominio.
Chiunque lo desideri pensa inizialmente di poterlo utilizzare per uno scopo giusto.
Ma proprio qui si trova la trappola.
Il potere non rimane mai completamente nelle mani di chi crede di controllarlo.
Frodo è il centro della vicenda.
Aragorn è il re destinato a ritornare.
Gandalf è il sapiente.
Ma c’è un personaggio apparentemente molto più piccolo che occupa un posto straordinario nella concezione di Tolkien:
Samvise Gamgee.
Tolkien, nella Lettera 131, definisce essenziale il rapporto tra Sam e Rosie per comprendere il personaggio e il rapporto tra la vita ordinaria, il lavoro, il sacrificio e le grandi imprese. La formulazione è stata interpretata dalla critica come un’indicazione della centralità eroica di Sam.
E questa interpretazione è tutt’altro che casuale.
Sam non parte per conquistare qualcosa.
Non vuole diventare re.
Non cerca gloria.
È un giardiniere.
E proprio per questo incarna una delle idee più profonde della Terra di Mezzo: il destino del mondo può dipendere da persone apparentemente insignificanti.
Nella stessa lettera a Waldman, Tolkien spiega che Il Signore degli Anelli vuole mostrare il ruolo degli atti imprevedibili compiuti da persone piccole e dimenticate dai grandi della storia.
È uno dei cardini della sua visione narrativa.
La Terra di Mezzo non viene salvata soltanto dai re, dai guerrieri o dai potenti.
Viene salvata anche da Hobbit.
Da persone che, all’inizio, nessuno avrebbe considerato capaci di cambiare il destino del mondo.
Ed è forse questo uno dei motivi per cui Tolkien continua a parlare al lettore contemporaneo.
Perché suggerisce che la grandezza non coincide necessariamente con il potere.
C’è poi un altro momento decisivo.
Al Monte Fato Frodo non riesce volontariamente a distruggere l’Anello.
Potrebbe sembrare il fallimento dell’eroe.
Ma Tolkien, anni dopo, spiegò in una lettera a Eileen Elgar che non considerava quella una semplice colpa morale.
Dopo tutto ciò che Frodo aveva sopportato, la pressione dell’Anello era arrivata al massimo. Per Tolkien, la sua incapacità di resistere fino alla fine era parte integrante della riflessione sull’eroismo e sulla vera nobiltà.
La conclusione diventa così ancora più interessante.
La vittoria non nasce dalla perfezione di un eroe.
Nasce dalla somma delle scelte, delle fragilità, della misericordia e degli atti apparentemente insignificanti compiuti lungo il cammino.
Forse è proprio questo il segreto della sua longevità.
Tolkien costruì un mondo fantastico per parlare di qualcosa di terribilmente reale:
il rapporto dell’essere umano con il potere, con la perdita, con la morte, con la natura, con l’amicizia e con il desiderio di lasciare qualcosa dopo di sé.
La Terra di Mezzo funziona perché non sembra inventata.
Sembra ricordata.
Ha rovine perché prima delle rovine c’erano città.
Ha lingue perché prima delle lingue che conosciamo c’erano lingue più antiche.
Ha guerre perché prima delle guerre raccontate nel romanzo ce ne sono state altre.
Ha leggende perché qualcuno, prima di noi, avrebbe dovuto raccontarle.
Ed è forse questa la più grande intuizione di Tolkien:
non costruire soltanto un mondo in cui ambientare una storia, ma costruire una storia che sembri essere soltanto un frammento di un mondo infinitamente più grande.
E così, quasi settant’anni dopo la pubblicazione del terzo volume, la Terra di Mezzo continua a camminare.
Non soltanto nei libri.
Nella nostra immaginazione.
Fonti e approfondimenti
Fonti primarie e istituzionali
- The Tolkien Estate – Lettera a Milton Waldman, 1951 (Lettera 131). È la fonte primaria più importante per comprendere la genesi della mitologia di Tolkien, il ruolo delle lingue inventate, il rapporto tra Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion, oltre alla riflessione dell’autore su mito, fiaba, potere e mortalità.
- The Tolkien Estate – Lettere di Tolkien. Archivio ufficiale delle lettere, utile per ricostruire il processo creativo e le intenzioni dell’autore.
- The Tolkien Estate – Lettera a Eileen Elgar, settembre 1963. Fonte primaria per l’interpretazione di Tolkien del comportamento di Frodo sul Monte Fato e del rapporto tra debolezza, sacrificio e nobiltà.
- The Tolkien Estate – Writing. Materiale ufficiale dedicato alle opere di Tolkien e al suo processo di scrittura.
Fonti bibliografiche
- J.R.R. Tolkien, The Letters of J.R.R. Tolkien, a cura di Humphrey Carpenter con Christopher Tolkien, George Allen & Unwin, 1981.
- J.R.R. Tolkien, The Hobbit, George Allen & Unwin, 1937.
- J.R.R. Tolkien, The Lord of the Rings, George Allen & Unwin, 1954–1955.
- J.R.R. Tolkien, The Silmarillion, a cura di Christopher Tolkien, George Allen & Unwin, 1977.
- Christopher Tolkien, The History of Middle-earth, 12 volumi, George Allen & Unwin / HarperCollins.











