Published On: Lun, Set 14th, 2026

Oriana Fallaci sarebbe ancora possibile oggi?

Vent’anni dopo la sua morte, Firenze torna a ricordare la giornalista che trasformò l’intervista in un confronto. Ma la domanda più interessante riguarda il presente: in un’epoca di social, polarizzazione e intelligenza artificiale, esisterebbe ancora spazio per una giornalista disposta a essere davvero scomoda?

Domani Firenze pronuncerà ancora una volta il nome di Oriana Fallaci.

Alle 11.30 sarà deposta una corona sulla sua tomba al Cimitero degli Allori. Alle 12.30, davanti alla Fortezza da Basso, verrà inaugurato ufficialmente il giardino Oriana Fallaci, con lo svelamento della targa e la messa a dimora di un albero in sua memoria.

Alle 17, a Palazzo del Pegaso, il convegno “Oriana Fallaci. L’eretica. A vent’anni dalla sua scomparsa” riunirà persone che l’hanno conosciuta, studiata e accompagnata nel suo percorso professionale. Nella stessa occasione verrà inaugurata la mostra Oriana. Donna, giornalista, scrittrice, aperta fino al 10 ottobre.

Sono passati vent’anni.

Ma c’è una domanda che nessuna celebrazione può evitare.

Oriana Fallaci sarebbe ancora possibile oggi?

Non come scrittrice.

Non come personaggio.

Come giornalista.

Immaginiamo per un momento una redazione del 2026.

Una giornalista prepara un’intervista con un capo di governo, un ministro, un grande imprenditore, un personaggio capace di condizionare milioni di persone.

Ha davanti un computer.

Può consultare migliaia di articoli.

Può utilizzare l’intelligenza artificiale per ricostruire la biografia dell’interlocutore, individuare dichiarazioni contraddittorie, suggerire domande, confrontare interviste precedenti.

In pochi minuti può sapere praticamente tutto.

Eppure manca ancora qualcosa.

La domanda che decide davvero il senso dell’intervista.

Quella che non nasce da un database.

Quella che arriva quando l’interlocutore ha appena dato una risposta apparentemente perfetta.

Quella che dice:

“Sì, ma non mi ha risposto.”

È probabilmente qui che comincia la lezione più scomoda di Oriana Fallaci.

Fallaci non era una giornalista invisibile

Il giornalismo contemporaneo ha spesso trasformato l’intervistatore in una figura quasi trasparente.

Domanda.

Risposta.

Ringraziamento.

Titolo.

Pubblicazione.

Fallaci apparteneva a un’altra scuola.

Nelle sue interviste l’intervistatore non scompariva.

C’era.

Eccome.

E la sua presenza modificava la conversazione.

Il Fondo archivistico di Oriana Fallaci permette oggi di vedere ciò che normalmente il lettore non vede: appunti, manoscritti, materiali preparatori, registrazioni e documenti relativi alle sue interviste. La piattaforma SCRIPTA conserva anche una raccolta specifica dei materiali confluiti in Intervista con la storia, pubblicato nel 1974.

Non è un dettaglio.

Perché racconta una cosa che il mito tende a nascondere.

La Fallaci che incalzava nasceva prima dell’intervista.

Nasceva nella preparazione.

Nella ricerca.

Nella capacità di individuare una contraddizione.

Nella volontà di non accontentarsi della superficie.

Poi arrivava il momento decisivo.

La domanda.

Kissinger.

Khomeini.

Gandhi.

Arafat.

Gheddafi.

Personaggi diversi, epoche diverse, mondi diversi.

Ma con una caratteristica comune: il potere.

Nell’archivio Fallaci sono conservati, tra gli altri, i materiali preparatori dell’intervista a Kissinger e gli appunti per quella ad Ayatollah Khomeini.

Fallaci non entrava nella stanza per essere semplicemente gentile con la storia.

Entrava per interrogarla.

Ed è una distinzione enorme.

Perché un’intervista può diventare facilmente una passerella.

Il personaggio parla.

Il giornalista ascolta.

Il pubblico applaude.

Tutto fila.

Ma il giornalismo comincia davvero quando qualcosa non fila.

Quando la risposta non convince.

Quando emerge una contraddizione.

Quando l’intervistato prova a spostare il discorso.

Quando una frase preparata incontra una domanda imprevista.

Il potere non teme necessariamente il giornalista che lo critica.

Talvolta teme di più quello che gli chiede semplicemente:

“Perché?”

E poi lo richiede.

Qui la storia di Fallaci incontra il 2026.

Perché il giornalismo non è mai stato così potente tecnologicamente.

E forse non è mai stato così fragile umanamente.

Abbiamo strumenti straordinari.

Possiamo verificare rapidamente una dichiarazione.

Possiamo cercare documenti.

Possiamo confrontare decine di fonti.

Possiamo trascrivere automaticamente un’intervista.

Possiamo tradurre.

Possiamo sintetizzare.

Possiamo persino chiedere a un’intelligenza artificiale di suggerirci le domande migliori.

Ma una buona intervista non è una gara a chi prepara più domande.

È una gara a chi riesce ad ascoltare meglio la risposta.

Perché la domanda veramente importante spesso nasce dalla risposta precedente.

Ed è lì che l’automazione incontra il limite più interessante.

Una macchina può suggerire:

“Qual è la sua posizione sulla questione?”

Un giornalista può accorgersi che l’interlocutore ha appena evitato la domanda precedente e chiedere:

“Perché non vuole rispondermi?”

La differenza sembra piccola.

In realtà è enorme.

Una macchina può fare un’intervista alla Fallaci?

Probabilmente può imitarne alcune caratteristiche.

Può essere aggressiva.

Può essere insistente.

Può trovare contraddizioni.

Può costruire domande molto sofisticate.

Può perfino analizzare in tempo reale ciò che sta dicendo l’interlocutore.

Ma resta una domanda:

chi si assume la responsabilità di quella domanda?

Perché una domanda non è soltanto una sequenza di parole.

È una scelta.

E ogni scelta giornalistica ha una conseguenza.

Fallaci poteva sbagliare.

Poteva essere eccessiva.

Poteva essere provocatoria.

Poteva persino essere ingiusta.

Ma quelle erano anche conseguenze della sua presenza.

Era lei a metterci la faccia.

Ed è questo che rischiamo di dimenticare nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Più gli strumenti diventano intelligenti, più il giornalista deve ricordarsi di essere umano.

C’è poi un’altra differenza enorme rispetto al mondo nel quale Fallaci costruì la propria carriera.

Oggi non abbiamo soltanto giornalisti.

Abbiamo milioni di micro-editori.

Ognuno può pubblicare.

Ognuno può commentare.

Ognuno può contestare.

Ognuno può costruirsi una platea.

Sembra una conquista definitiva della libertà di espressione.

E lo è, in molti aspetti.

Ma esiste un paradosso.

Abbiamo moltiplicato le voci senza necessariamente moltiplicare la capacità di ascoltarle.

Gli algoritmi tendono a mostrarci ciò che conferma ciò che già pensiamo.

Le discussioni diventano schieramenti.

Le opinioni diventano identità.

Una frase viene estratta dal contesto.

Una risposta diventa un titolo.

Il titolo diventa un post.

Il post diventa una battaglia.

E alla fine nessuno ricorda più la domanda.

Fallaci avrebbe litigato anche con i suoi lettori

È forse questo uno degli aspetti più interessanti.

Fallaci non era costruita per piacere a tutti.

E probabilmente non avrebbe avuto particolare interesse a farlo.

Oggi, invece, ogni contenuto vive sotto il peso di una domanda implicita:

“Come reagirà il pubblico?”

Quanti clic?

Quante condivisioni?

Quanti commenti?

Quante reazioni?

Il giornalismo digitale deve necessariamente misurarsi con il pubblico.

Ma esiste una linea sottile oltre la quale il giornalista rischia di iniziare a fare una domanda non perché sia necessaria, ma perché sa che funzionerà.

Ed è qui che il problema diventa serio.

Cosa succede quando il giornalista comincia a pensare prima a come verrà accolta una domanda e soltanto dopo al fatto che quella domanda sia necessaria?

Forse la differenza tra il giornalismo di Fallaci e quello dell’epoca dei social non è che oggi siamo meno liberi.

È che oggi siamo molto più consapevoli di quanto possa costarci esserlo.

Ed è proprio qui che bisogna evitare la celebrazione.

Perché raccontare Fallaci significa anche affrontare la parte più divisiva della sua storia.

Dopo l’11 settembre 2001, con La rabbia e l’orgoglio, la sua voce assunse una posizione fortemente polemica nei confronti dell’Islam politico e dell’Occidente di fronte al terrorismo. La sua produzione successiva alimentò un dibattito durissimo e contribuì a trasformarla, agli occhi di molti, da grande giornalista in figura politica e culturale altamente divisiva.

Non bisogna cancellare questa parte.

Ma nemmeno lasciare che questa parte cancelli tutto il resto.

È possibile riconoscere la grandezza di una giornalista senza sottoscrivere ogni sua opinione.

È possibile criticare profondamente alcune sue posizioni senza cancellare il valore storico del suo lavoro.

È possibile leggere Fallaci senza trasformarla in una bandiera.

Forse è proprio questo il modo più adulto di ricordarla.

La libertà di essere scomodi

C’è una parola che ritorna continuamente quando si parla di Fallaci:

libertà.

Ma la libertà giornalistica non consiste semplicemente nella possibilità di pubblicare ciò che si pensa.

È anche la libertà di fare una domanda che il proprio pubblico non vuole sentirsi fare.

La libertà di contraddire un personaggio amato.

La libertà di mettere in difficoltà un personaggio potente.

La libertà di cambiare idea.

La libertà persino di sbagliare, purché ci si assuma la responsabilità dell’errore.

Ed è qui che il giornalismo del 2026 dovrebbe guardarsi allo specchio.

Perché forse il pericolo non è soltanto la censura.

Esiste una forma molto più sottile:

l’autocensura preventiva.

Quella voce nella testa che dice:

“Meglio non chiedere.”

“Meglio non scrivere.”

“Potrebbe creare polemica.”

“Potrebbe far arrabbiare qualcuno.”

“Potrebbe essere frainteso.”

A volte è prudenza.

A volte è responsabilità.

Ma altre volte è semplicemente paura.

Domani Firenze dedicherà a Oriana Fallaci un giardino.

La ricorderà davanti alla sua tomba.

Ne studierà le carte.

Ne discuterà l’eredità.

Mostrerà fotografie, documenti, materiali della sua vita e della sua attività.

È giusto.

Ma la memoria diventa interessante soltanto quando smette di essere una fotografia appesa al muro e torna a interrogare il presente.

E Fallaci, volenti o nolenti, continua a farlo.

Perché vent’anni dopo la sua morte possiamo discutere delle sue idee.

Possiamo contestarne le conclusioni.

Possiamo criticare il tono.

Possiamo rifiutare alcune delle sue battaglie.

Ma resta una domanda che riguarda tutti noi.

Oggi, in un mondo nel quale possiamo chiedere a un’intelligenza artificiale di prepararci un’intervista perfetta, abbiamo ancora il coraggio di fare una domanda imperfetta ma necessaria?

Una domanda che potrebbe irritare.

Una domanda che potrebbe farci perdere consenso.

Una domanda che potrebbe non piacerci nemmeno dopo averla pronunciata.

Una domanda che costringa qualcuno a uscire dal comunicato stampa, dal discorso preparato, dalla risposta automatica.

Forse è questa la vera eredità di Oriana Fallaci.

Non una risposta.

Una certa idea della domanda.

La convinzione che il giornalista non sia lì per rendere il mondo più tranquillo.

A volte deve renderlo più inquieto.

Più difficile.

Più contraddittorio.

Più umano.

Perché una domanda scomoda può fare arrabbiare.

Può dividere.

Può perfino essere sbagliata.

Ma una domanda che non viene mai fatta lascia dietro di sé qualcosa di molto più pericoloso:

il silenzio.

E forse è per questo che, vent’anni dopo la sua morte, Oriana Fallaci continua a far discutere.

Non perché abbiamo ancora bisogno di tutte le sue risposte.

Ma perché abbiamo ancora bisogno del coraggio di porre domande alle quali nessuno vorrebbe rispondere.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.