Published On: Mer, Set 9th, 2026

Giulia Murada: Dalle Olimpiadi alla Coppa del Mondo, la vera sfida è oltre la vittoria.

Ci sono vittorie, che arrivano sul traguardo e altre che cominciano molto prima.

Ci sono classifiche che raccontano un risultato, ma non riescono a raccontare le rinunce, i dubbi, le persone lasciate a casa, le giornate difficili e quella parte invisibile di un atleta che nessuna fotografia può fermare.

Per Giulia Murada, il 2026 è stato l’anno di una stagione straordinaria. L’esordio olimpico dello sci alpinismo a Milano-Cortina, vissuto a Bormio davanti a uno stadio gremito, e poi la conquista della Coppa del Mondo generale hanno consegnato il suo nome alla storia di questa disciplina.

Eppure, ascoltandola, la sensazione è quasi opposta a quella che ci si potrebbe aspettare.

Non c’è la percezione di essere arrivata.

C’è piuttosto quella di una persona che continua a cercare.

«Mi sembra di avere ancora un mondo di “montagne” da salire. A volte mi sembra addirittura di aver appena iniziato».

È forse questa la frase che più di tutte permette di entrare nella storia di Giulia Murada.

Perché dietro la campionessa c’è una ragazza che continua a definirsi semplicemente «una ragazza normalissima», sempre più attratta dalla quotidianità e dalla semplicità quando riesce ad allontanarsi dalla dimensione agonistica.

Ed è proprio da qui che parte questa intervista.

Credit @ismf

A 28 anni hai già vissuto qualcosa che per molti rimane un sogno: l’esordio olimpico nello sci alpinismo e, nella stessa stagione, la conquista della Coppa del Mondo generale.

Ma se togliessimo per un momento il pettorale, il cronometro e tutti i risultati, chi è oggi Giulia Murada?

«Giulia è una ragazza normalissima. Più mi allontano dalla me atleta, più ricerco quotidianità e semplicità. Finché si è immersi in questo mondo, a volte è difficile scindere Giulia atleta da Giulia persona, perché per ora lo sport è una parte importantissima di me e mi permette di vivere una vita piena.

Mi sento ancora un po’ quella bambina che aveva tanta voglia di imparare, di stare in montagna e di diventare brava in qualcosa, curiosa di scoprire dove posso arrivare».

È una risposta che contiene già tutto il percorso.

La bambina che guardava alla montagna con curiosità non è scomparsa dietro i successi. È ancora lì. Solo che oggi quella curiosità ha preso la forma di una domanda più difficile: fin dove posso arrivare?

Il quinto posto nella sprint olimpica di Bormio potrebbe essere raccontato semplicemente come un grande risultato. Ma Giulia non nasconde che quelle Olimpiadi le abbia vissute male.

E lo fa con una sincerità che sorprende.

«Ho vissuto piuttosto male le Olimpiadi, non tanto per la delusione del risultato, ma proprio per come ho vissuto l’intera settimana».

Poi, però, arriva un’immagine diversa.

Lo stadio.

La gente.

Il calore.

«Mi porterò dentro per sempre quella dello stadio pieno di persone che amano questo sport. Si è sentito un calore assurdo».

Credit @ismf

Ed è qui che la sua esperienza personale lascia spazio a qualcosa di più grande.

Se per Giulia quelle Olimpiadi non sono state un successo personale, lo sono state per lo sci alpinismo.

Vedere un pubblico così numeroso e così coinvolto davanti a una disciplina che per molti rappresentava una novità ha avuto per lei un significato profondo.

È un’immagine che rimane: una campionessa che, in un momento in cui avrebbe potuto guardare soltanto alla propria prestazione, riesce a emozionarsi per ciò che stava accadendo intorno a lei.

Forse, però, è proprio dalla delusione olimpica che è arrivata una delle lezioni più importanti.

Il dispiacere, racconta Giulia, non nasce tanto dal risultato quanto dalla sensazione di non essere riuscita a portare in gara la propria versione migliore. Anche per rispetto verso tutte le persone che l’avevano accompagnata fino a quel momento.

Poi qualcosa è cambiato.

«Ogni tanto bisogna lasciar andare un po’, respirare e perdonarsi se non tutto va come si vorrebbe».

Una frase semplice, ma tutt’altro che scontata per un’atleta abituata a misurarsi continuamente con il limite.

Giulia ha imparato che impegnarsi al massimo non significa necessariamente vivere tutto con il peso del risultato sulle spalle.

Bisogna anche essere leggeri.

E soprattutto ha scoperto che il fallimento, per quanto faccia paura prima di arrivare, non distrugge il giorno dopo.

«Per quanto faccia paura l’idea di sbagliare o fallire, il giorno dopo è tutto come prima».

Forse è stata proprio questa consapevolezza a liberarla.

Quando è arrivata la Coppa del Mondo, infatti, la paura del “cosa succede se va male?” aveva perso parte del suo potere.

«Perché, alla fine, non succede proprio niente».

Lo sci alpinismo ha con la fatica un rapporto particolare.

Non puoi eliminarla. Puoi soltanto conoscerla.

Giulia la ama e la odia contemporaneamente. Con gli anni ha imparato ad accettarla, comprenderla e gestirla.

«Più la conosci, più riesci ad accoglierne di nuova».

La fatica, però, non è soltanto fisica. Esiste una fatica mentale, e imparare a distinguere le due dimensioni diventa parte della crescita di un atleta.

C’è un altro aspetto, forse ancora più umano, che raramente compare nelle classifiche.

Le rinunce.

«La parte più difficile di questo percorso, per me, è riuscire ad avere quella giusta dose di egoismo».

Dire di no.

Essere meno presenti per le persone care.

Passare tempo lontano da loro.

Scegliere un allenamento, una gara, un periodo di preparazione o semplicemente il recupero invece di un momento insieme a chi si ama.

È il prezzo invisibile dell’alto livello.

E forse è una delle ragioni per cui una vittoria, vista da fuori, non potrà mai raccontare completamente ciò che è costata.

Credit @ismf

Nel percorso di Giulia c’è anche una figura fondamentale: suo padre Ivan.

Separare completamente il padre dall’uomo di sport non è sempre semplice.

«È una passione talmente grande per entrambi che a volte è difficile tenere tutto separato».

Ma proprio questa condivisione rappresenta anche una fortuna.

Giulia racconta di aver ricevuto da lui valori che vanno ben oltre lo sci: il lavoro, la costanza, la curiosità, la voglia di fare bene le cose e soprattutto il valore di ciò che si può dare agli altri.

Ed è quest’ultimo aspetto a colpire maggiormente.

Giulia guarda a quello che suo padre ha fatto anche per i giovani e spera, un giorno, di poter restituire almeno una piccola parte di ciò che lui ha trasmesso allo sport e alle nuove generazioni.

In questa risposta c’è una delle chiavi più belle dell’intervista: il successo non come qualcosa da accumulare, ma come qualcosa da trasformare in valore per gli altri.

Dietro una grande atleta immaginiamo spesso una certezza incrollabile.

Giulia racconta invece qualcosa di molto diverso.

«Vivo nel dubbio».

È forse una delle confessioni più interessanti dell’intervista.

Il dubbio può diventare un motore, perché spinge a cercare qualcosa in più. Ma può anche togliere fiducia.

È un continuo movimento interiore.

E quando arriva una giornata no, Giulia non cerca necessariamente di combatterla.

Prima prova ad ascoltarla.

Capire se è stanchezza, se c’è qualcosa che la sta bloccando o se semplicemente quel giorno bisogna accettare di non stare bene per forza.

Poi c’è una consapevolezza fondamentale:

«C’è tutta una vita fuori da quella sportiva».

E per ritrovare il centro, a volte, basta tornare alle persone preferite.

Non serve una vittoria.

Non serve un risultato.

A volte basta poco.

C’è però una montagna che preoccupa Giulia più di qualsiasi classifica.

È quella che sta cambiando.

«Non nascondo che mi preoccupa vedere come sta cambiando la montagna».

Le cose che un tempo erano normali oggi non sono più possibili. E soprattutto c’è l’incertezza di non sapere come sarà il futuro.

Una riflessione particolarmente significativa perché arriva da una persona che la montagna non la osserva soltanto: la vive, la attraversa e costruisce intorno ad essa la propria professione.

Eppure Giulia non mette lo sci al centro del problema.

«Ovviamente lo sci è l’ultimo dei problemi in questi casi».

Il pensiero si sposta invece sui giovani.

Cosa dobbiamo insegnare loro?

Vincere oppure amare e rispettare il luogo nel quale praticano il proprio sport?

La risposta è netta.

«Vincere è una conseguenza di una serie di azioni che si incastrano nel modo giusto e, tra queste, il rispetto per il proprio ambiente è alla base».

In poche parole, una gerarchia di valori.

Prima viene il luogo.

Poi tutto il resto.

La Coppa del Mondo generale è arrivata.

Le Olimpiadi sono state vissute.

Il nome di Giulia Murada è ormai legato a una delle pagine più importanti della storia olimpica dello sci alpinismo.

Credit @ismf

Eppure, quando le chiediamo quale sia la prossima montagna da salire, non arriva una risposta legata a una classifica.

Arriva qualcosa di più profondo.

«Mi sembra di avere ancora un mondo di “montagne” da salire».

È orgogliosa della Coppa del Mondo e del lavoro che c’è stato dietro, ma non avverte quella sensazione definitiva dell’arrivo.

«Non ci sarà mai davvero una vittoria che mi farà pensare: “Ok, adesso sono arrivata”».

Perché il suo obiettivo non sembra essere arrivare.

È capire.

Spingersi più avanti.

Scoprire cosa può ancora tirare fuori da se stessa.

Ogni limite superato ne rivela un altro.

Ogni risposta apre una nuova domanda.

Ogni vetta, in qualche modo, ne nasconde un’altra.

«Non so ancora quale sarà la prossima montagna. So però che non ho voglia di smettere di salire».

Forse è proprio qui che finisce l’intervista e comincia il ritratto di Giulia Murada.

Una campionessa potrebbe essere raccontata attraverso il quinto posto olimpico, attraverso una Coppa del Mondo conquistata dopo una stagione straordinaria, attraverso i numeri e le classifiche.

Ma le parole di Giulia raccontano qualcosa che quei numeri non possono contenere.

Raccontano una ragazza che cerca ancora semplicità quando si allontana dall’atleta.

Una figlia che riconosce nel padre non soltanto una guida sportiva, ma un esempio di lavoro, curiosità e capacità di dare agli altri.

Una donna che non nasconde il dubbio e che ha imparato che anche il fallimento, per quanto possa spaventare, non ha il potere di cancellare ciò che siamo.

Raccontano la fatica non come un nemico, ma come uno strumento per conoscersi.

E raccontano una montagna che non è soltanto il luogo delle vittorie, ma anche un ambiente fragile che cambia e che chiede alle nuove generazioni qualcosa di più della capacità di arrivare prime.

Forse la cosa più emozionante è proprio questa: dopo aver raggiunto una vetta che molti considererebbero definitiva, Giulia non parla di arrivo. Parla ancora di strada.

Non sembra avere bisogno di una montagna precisa da indicare.

Le basta sapere che ce ne sarà un’altra.

Perché, in fondo, la sua vera sfida non sembra essere diventare la migliore.

È continuare a scoprire chi può ancora diventare.

E allora quella frase finale assume un significato che va oltre lo sport.

«Non ho voglia di smettere di salire».

Forse è questo, più di qualsiasi medaglia, il modo più autentico che Giulia Murada ha trovato per raccontare se stessa.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.