Published On: sab, Apr 25th, 2020

Tra quanto tempo sarebbe disponibile il vaccino di Oxford?

Creare un vaccino terapeutico è un’impresa che richiede competenza e tenacia. Generalmente le tre fasi cliniche previste per la sua creazione richiedono mesi o addirittura anni di sperimentazione. Tuttavia, un team dell’Università di Oxford spera di riuscirci nel più breve tempo possibile. A circa 4 mesi dalla scoperta del nuovo ceppo del Coronavirus, il mondo cerca una soluzione grazie alla quale ripartire. In questi mesi abbiamo ascoltato pareri divergenti e studi agli antipodi, in virtù del fatto che il virus risulta parzialmente sconosciuto. La comunità scientifica, o almeno gran parte di essa, concorda sul fatto che l’assenza di un vaccino potrebbe indurci a convivere a lungo con il virus.

Lo studio dell’Università prevede una versione indebolita di un comune virus del raffreddore (noto come adenovirus) da scimpanzé che è stato modificato in modo da non poter crescere nell’uomo. Un approccio che il team di Oxford ha già utilizzato per la sperimentazione del vaccino contro Mers. La sua tecnologia di base, chiamata ChAdOx1, dovrebbe innescare una risposta immunitaria senza replicarsi. I ricercatori saranno quindi in grado di monitorare se le persone vaccinate sono protette dalle infezioni, ma se i livelli di trasmissione del virus scendessero a livelli bassi potrebbero, paradossalmente, essere necessari fino a sei mesi per raccogliere i dati necessari.

Qualora la prima fase (già cominciata con 2 volontari) avesse successo, si passerà alla seconda con pazienti di età compresa tra 55 e 70 anni, e successivamente agli over 70 che rappresenta la categoria più a rischio.
Per accelerare lo sviluppo del vaccino e avere un milione di dosi entro l’autunno, il team ha già messo in fila sette aziende per produrlo prima ancora di sapere se funzionerà.
Tre di esse sono nel Regno Unito, due nell’Europa continentale, una in India e una in Cina, che ha alcune delle più grandi strutture produttive del mondo. Una strategia ben mirata ad ottenere un numero congruo di vaccini prodotti in più paesi. Del resto la storia ci insegna che in occasione dell’epatite B furono necessarie almeno sette.

Una scommessa vera e propria, visto che queste aziende dovranno investire in questi progetti di sviluppo ancor prima di poter essere certi che i vaccini siano sicuri ed efficaci.

A dire il vero a causa degli ostacoli scientifici, manifatturieri e normativi, il vaccino di Oxford è ancora molto lontano. Ci sono molte incognite sull’infezione virale del Covid-19; per prima cosa, non è ancora chiaro quale livello di vaccinazione all’interno della popolazione sarebbe necessario per raggiungere l’immunità di gregge. Ad esempio, il virus del morbillo altamente contagioso richiede un tasso di vaccinazione del 95%. Nella fase iniziale di un focolaio, si pensa che ogni persona infetta trasmetta il virus Sars-Cov-2 a due o tre persone in media, il che significa che il 60-80% della popolazione dovrebbe ottenere l’immunità attraverso la vaccinazione per proteggere i più vulnerabili. Il team sta attualmente collaborando con i ricercatori in Kenya e prevede di sottoporre almeno 5 mila volontari nei prossimi mesi.

Ma cosa rischiano i volontari che si stanno sottoponendo a tale pratica? E’ stato detto loro che nelle successive 48 ore al vaccino potrebbero accusare dolori alle braccia, mal di testa e febbre. I volontari sono inoltre consapevoli di possibili controindicazioni dovute a gravi reazioni, anche se in percentuale molto bassa. Affinché i test vadano avanti, sono stati stanziati finanziamenti per oltre 40 milioni di sterline dal governo.

Il segretario alla salute Matt Hancock ha elogiato le squadre che si stanno prodigando e ha affermato che il Regno Unito farà il possibile per raggiungere l’obiettivo. Un obiettivo di grande portata che rappresenta l’evento più importante da raggiungere dal dopoguerra. E’ doveroso ribadire, tuttavia, che né un vaccino, né un farmaco, nonostante gli sforzi congiunti, saranno disponibili entro il prossimo anno.  Le probabilità di anticipare i tempi – secondo i ricercatori – sono molto basse.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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- Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it