Published On: Mer, Set 16th, 2026

Abbiamo eliminato la noia. E forse abbiamo eliminato anche la creatività

Quando è stata l’ultima volta che ti sei annoiato davvero? Non cinque minuti senza Wi-Fi. Non una pausa tra una notifica e l’altra. La vera noia. Quella in cui non succede assolutamente niente. Forse abbiamo cominciato a considerarla un problema. E forse, senza accorgercene, abbiamo smesso di lasciare alla nostra mente lo spazio necessario per perdersi. E magari, qualche volta, per trovare qualcosa di nuovo.

Prova a fare una cosa semplicissima.

Metti il telefono sul tavolo.

Non spegnerlo. Non nasconderlo. Non metterlo in modalità aereo.

Lascialo lì.

Poi aspetta.

Dieci minuti.

Niente musica. Niente video. Niente messaggi. Niente Instagram. Nessuna notizia da leggere. Nessuna fotografia da scattare. Nessuna risposta da dare.

Potresti scoprire una cosa sorprendente:

non sappiamo più annoiarci.

E forse è proprio qui che comincia la storia.

La noia è diventata qualcosa da eliminare

Aspettiamo il caffè? Smartphone.

Siamo in coda? Smartphone.

Saliamo su un autobus? Smartphone.

Mangiamo da soli? Video.

Camminiamo? Podcast.

Prima di dormire? Ancora uno scroll.

Ci svegliamo durante la notte? Controlliamo l’ora e, spesso, finiamo dentro un mondo digitale dal quale usciremo qualche minuto — o qualche decina di minuti — dopo.

Abbiamo trasformato la noia in un piccolo errore del sistema.

Appena compare, la correggiamo.

Ma la noia potrebbe non essere soltanto qualcosa da correggere.

Potrebbe essere anche un segnale.

Una prospettiva pubblicata nel 2024 su Communications Psychology da Katy Y. Y. Tam e Michael Inzlicht mette in discussione proprio il paradosso della nostra epoca: abbiamo più possibilità di intrattenimento che mai, eppure diversi indicatori mostrano un aumento della noia nel tempo. Gli autori ipotizzano che l’uso dei media digitali possa contribuire a questo fenomeno attraverso la frammentazione dell’attenzione, l’aumento del livello di stimolazione desiderato, la perdita di senso e l’utilizzo del digitale come strategia poco efficace per sfuggire alla noia.

Non significa che lo smartphone sia “il colpevole”.

Significa qualcosa di più interessante.

Potremmo aver costruito un sistema nel quale usiamo continuamente il digitale per evitare la noia, mentre proprio quel comportamento può, in determinate condizioni, alimentarla.

Il problema non è il telefono

Sarebbe troppo facile dire che lo smartphone è il nemico.

Non lo è.

È uno degli strumenti più potenti mai entrati nella vita quotidiana.

Ci permette di parlare con una persona dall’altra parte del mondo, lavorare, studiare, fotografare, leggere, ascoltare musica, orientarci, cercare informazioni.

Il problema nasce quando uno strumento diventa la risposta automatica a ogni piccolo momento di vuoto.

Perché nel vuoto può accadere qualcosa.

Un pensiero.

Un ricordo.

Un’associazione improbabile.

Una domanda.

Un’immagine.

Un’idea.

La mente comincia a vagare.

E quel vagare, che spesso interpretiamo come distrazione, è diventato oggetto di interesse anche nella ricerca sulla creatività.

Uno studio pubblicato nel luglio 2025 su Scientific Reports ha esaminato il mind wandering, cioè il vagabondaggio spontaneo della mente, durante una pausa inserita tra due attività di scrittura creativa. I ricercatori non hanno trovato differenze significative nella creatività tra i diversi tipi di pausa sperimentati; tuttavia, tra i partecipanti che tornavano allo stesso compito creativo, una maggiore quantità di mind wandering durante l’intervallo era associata a un maggiore miglioramento della creatività.

È una distinzione importante.

Non significa che annoiarsi renda automaticamente creativi.

Significa che lasciare alla mente uno spazio nel quale vagare potrebbe avere un ruolo in alcuni processi creativi.

Ed è una differenza enorme.

Abbiamo paura del silenzio

Forse è questo il vero cambiamento.

Non abbiamo semplicemente paura della noia.

Abbiamo paura del silenzio che arriva insieme alla noia.

Perché quando tutto si ferma rimaniamo soli con noi stessi.

E allora possono emergere pensieri che normalmente copriamo con un rumore di fondo continuo.

Il telefono vibra.

La musica parte.

Un video successivo comincia.

Qualcuno pubblica qualcosa.

Una notifica illumina lo schermo.

E noi torniamo immediatamente fuori da noi stessi.

Non è necessariamente una scelta consapevole.

È diventata un’abitudine.

La ricerca di Tam e Inzlicht suggerisce proprio che i dispositivi digitali possano frammentare l’attenzione e rendere più difficile mantenere un coinvolgimento stabile in ciò che stiamo facendo. Gli autori sottolineano però che il digitale non è l’unica possibile spiegazione dell’aumento della noia e che sono necessarie ulteriori ricerche.

Questa precisazione è fondamentale.

Perché il punto non è demonizzare la tecnologia.

È capire quanto spazio le concediamo dentro la nostra testa.

E qui arriva l’ironia: nell’epoca dell’intelligenza artificiale abbiamo bisogno di recuperare l’immaginazione umana

È una delle contraddizioni più affascinanti del nostro tempo.

Stiamo costruendo sistemi capaci di generare immagini, testi, musica e idee in pochi secondi.

E contemporaneamente ci troviamo davanti a una domanda molto più antica:

che cosa succede alla creatività quando non lasciamo più spazio al vuoto?

L’intelligenza artificiale può produrre una risposta.

Ma da dove nasce la domanda?

Può generare un’immagine.

Ma perché proprio quella?

Può scrivere una storia.

Ma quale esperienza umana dovrebbe diventare una storia?

Può moltiplicare le possibilità.

Ma chi decide quale possibilità vale la pena inseguire?

Uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Creativity ha analizzato le strategie cognitive utilizzate dagli studenti durante compiti creativi svolti con l’aiuto di ChatGPT. Il lavoro è interessante proprio perché sposta la domanda dalla semplice capacità dell’AI di produrre contenuti al modo in cui gli esseri umani utilizzano quei contenuti durante il proprio processo creativo.

È una distinzione che diventerà sempre più importante.

Perché il futuro potrebbe non essere una guerra tra uomo e macchina.

Potrebbe essere una domanda molto più sottile:

quanto della nostra capacità di pensare siamo ancora disposti a fare personalmente?

Forse abbiamo confuso stimolazione e creatività

Apriamo un social e vediamo centinaia di immagini.

Leggiamo decine di opinioni.

Ascoltiamo frammenti di musica.

Guardiamo persone che viaggiano, cucinano, corrono, litigano, ridono, lavorano.

Siamo immersi in una quantità di stimoli che una generazione precedente non avrebbe nemmeno potuto immaginare.

Ma essere continuamente stimolati non significa necessariamente essere creativi.

La creatività ha bisogno anche di collegamenti.

E i collegamenti hanno bisogno di tempo.

Un altro studio pubblicato nel 2025 su Thinking Skills and Creativity ha esaminato, attraverso fMRI, i correlati neurali di diverse modalità con cui le persone affrontano la noia. In 45 partecipanti analizzati, alcune forme di gestione cognitiva della noia sono risultate associate a misure individuali di creatività e a specifiche attivazioni cerebrali. Anche in questo caso, però, si tratta di un’associazione osservata in uno specifico campione e non della dimostrazione che la noia, da sola, produca creatività.

La ricerca non ci sta dicendo:

“Spegni il telefono e diventerai un genio.”

Ci sta suggerendo una cosa molto più interessante:

il modo in cui affrontiamo il vuoto potrebbe avere conseguenze sul modo in cui pensiamo.

E se il vero lusso fosse annoiarsi?

Forse questa è la domanda che abbiamo dimenticato.

In un mondo nel quale ogni secondo della nostra attenzione può essere catturato, misurato e trasformato in un’occasione per mostrarci qualcosa, un momento nel quale non consumiamo nulla potrebbe diventare una forma di libertà.

Non comprare.

Non guardare.

Non reagire.

Non condividere.

Non produrre.

Non dimostrare.

Semplicemente stare.

La noia, in questa prospettiva, smette di essere soltanto il tempo che perdiamo.

Può diventare il tempo nel quale ci accorgiamo di ciò che stavamo evitando.

Un pensiero.

Una decisione.

Un ricordo.

Una domanda.

O magari semplicemente il desiderio di cambiare qualcosa.

Forse è anche per questo che la montagna continua ad avere qualcosa da insegnarci.

Non perché sia necessariamente migliore della città.

Ma perché esistono luoghi nei quali il tempo sembra ancora avere un’altra velocità.

Un sentiero.

Un bosco.

Un lago.

Una salita.

Il vento.

Un panorama che non cambia mentre lo guardi.

E magari, per una volta, nessuna fotografia.

Perché c’è una differenza enorme tra guardare qualcosa e documentare di averlo guardato.

La prima esperienza rimane dentro di noi.

La seconda finisce spesso dentro una galleria fotografica insieme ad altre mille immagini che non riguarderemo mai.

Forse abbiamo bisogno di tornare a vivere qualche momento che non produca niente.

Nessun post.

Nessuna storia.

Nessun like.

Nessun contenuto.

Solo esperienza.

Forse allora il problema non è che abbiamo troppa tecnologia.

Forse è che abbiamo dimenticato che non ogni momento deve essere riempito.

Abbiamo costruito strumenti capaci di eliminare quasi ogni attesa.

Ma l’attesa aveva una funzione.

Durante un’attesa potevamo pensare.

Durante un viaggio potevamo osservare.

Durante una passeggiata potevamo perderci.

Durante una giornata vuota potevamo inventare qualcosa.

O semplicemente annoiarci.

E forse non era tempo buttato.

Forse era tempo nostro.

La prossima volta che aspetti, prova a non tirare fuori il telefono.

Aspetta.

Lascia passare i primi minuti.

Probabilmente sembreranno lunghissimi.

Poi qualcosa potrebbe cambiare.

Potresti osservare una persona.

Sentire un rumore che non avevi mai notato.

Ricordare una conversazione.

Pensare a qualcuno.

Inventare qualcosa.

Oppure non succederà niente.

Ed è proprio questo il punto.

Non deve succedere niente.

Perché abbiamo passato anni a trasformare ogni vuoto in contenuto.

Forse ora dobbiamo imparare nuovamente a lasciare qualche spazio vuoto.

Perché in quel vuoto, qualche volta, non troviamo la noia.

Troviamo una domanda.

E magari è proprio da quella domanda che comincia un’idea.

Fonti scientifiche principali: Tam & Inzlicht, Communications Psychology (2024); McDaniel, Habibi & Kaplan, Scientific Reports (2025); Hanawa et al., Thinking Skills and Creativity (2025); Boers et al., Journal of Creativity (2025). 

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.