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Il “buco nell’ozono”antartico: dalla scoperta ai giorni nostri

Nel 1985 i ricercatori del British Antarctic Survey avevano sbalordito il mondo con il primo documento mostrante i livelli di ozono atmosferico sopra l’Antartide in netta riduzione. La NASA, preso atto di tale affermazione, mostrò le immagini catturate dal Total Ozone Mapping Spectrometer (TOMS) che, non solo confermavano le ricerche, ma mostravano uno scenario ben più complesso. L’esaurimento dello strato protettivo di ozono doveva essere arginato. Il 16 settembre 1987, politici e scienziati di tutto il mondo si riunirono presso la sede dell’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale a Montreal per risolvere il problema. La questione era ben più importante di quanto si potesse pensare: il “buco dell’ozono” era vasto quanto tutto il continente antartico e una sua ulteriore espansione avrebbe compromesso la vita sulla Terra. Ben presto gli scienziati si accorsero che gran parte della causa era da attribuire ai CFC, e 27 nazioni accettarono di firmare il singolo accordo internazionale di maggior successo: il protocollo di Montreal. I produttori furono obbligati a introdurre sostanze chimiche sostitutive, più sicure per l’ambiente. Il lungo viaggio verso la risoluzione del problema era cominciato. Inventati come refrigeranti negli anni ’20, i CFC rappresentavano una svolta tecnologica: erano versatili, ma soprattutto non erano né tossici né infiammabili, e sostituivano i vecchi prodotti chimici di refrigerazione. Ma erano dannosi per la stratosfera. Una volta che i CFC si diffondono al di sopra della protezione dello strato di ozono, le radiazioni UV li separano, rilasciando atomi di cloro altamente reattivi. Inizialmente, questi reagiscono con altri prodotti chimici per creare acido cloridrico e nitrato di cloro, chiamati “gas di riserva”, perché tipicamente immagazzinano cloro in molecole stabili. Ma le regioni polari supportano reazioni chimiche che non potrebbero verificarsi altrove sulla Terra. Il freddo intenso degli inverni polari consente la formazione di nubi sottili, nonostante la bassa umidità atmosferica. E i venti polari che soffiano sulla regione antartica intrappolano le sostanze chimiche all’interno del suo confine. L’acido cloridrico e il nitrato di cloro reagiscono sulle superfici di queste particelle di nuvole sottili per liberare ancora una volta il cloro reattivo e quando il sole ritorna in primavera, la radiazione UV avvia le reazioni catalitiche di cloro-ozono che distruggono lo strato di ozono. Un atomo di cloro può distruggere migliaia di molecole di ozono – e con milioni di tonnellate di CFC pompate nell’atmosfera dagli anni ’20 ai primi anni ’90, la regione polare antartica ha subito il peso maggiore del danno.

Oggi, 33 anni dopo, il buco dell’ozono sta mostrando i suoi primi segni di recupero. I livelli di cloro atmosferico stanno scendendo al passo con la riduzione dell’esaurimento dell’ozono sull’Antartide, a dimostrazione del funzionamento del protocollo di Montreal. Questi primi segnali di speranza rappresentano una storia di successo globale: politici, scienziati e aziende di tutto il mondo hanno unito le forze per trovare una soluzione a un problema urgente. Un ruolo importante è da attribuire alla NASA, l’agenzia spaziale governativa degli Stati Uniti, dal momento che gran parte dei dati che hanno dato potere a queste decisioni provenivano da scienziati e strumenti di sua proprietà. Oggi la NASA continua a monitorare attentamente il “buco dell’ozono”, divulgando dati in modo costante. I risultati sembrano arrivare, dal momento che a gennaio 2018 l’agenzia ha reso noto che il buco dell’ozono si è ridotto di circa il 20% dal 2005. Tale riduzione dello strato non è associabile a quanto avvenuto recentemente sul Polo Nord, dove a causa del vortice polare particolarmente intenso, si è assistito ad un nuovo “buco dell’ozono” che, tuttavia, dovrebbe rappresentare soltanto un’anomalìa tempoanea.

Fonti bibliografiche e fotografiche: Antarctic Airborne Ozone Expedition (AAOE), Earth Observation News – Suppiliers, Technology and Application, nasa.gov

Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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