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Viaggio all’interno delle torbiere del Congo, minacciate dallo sfruttamento petrolifero

Nella zona della Cuvette Centrale si trova la più importante riserva di carbonio tropicale, pari a 30 miliardi di tonnellate di carbonio. Scoperta pochi anni fa, adesso è a rischio.

L’IMPORTANZA DELLA TORBA – La torbiera è un tipo di terreno originatosi dall’accumulo lento e progressivo di materiale organico, soprattutto vegetale, non completamente decomposto in zone umide. In un terreno umido o acquitrinoso, infatti, i processi di ossidazione sono rallentati, se non addirittura impediti, dalle condizioni anossiche presenti. I resti vegetali si accumulano sul fondo, fino ad interrare lo specchio d’acqua, e continuano a crescere finché gli strati sottostanti non vengono via via compattati.

Nel corso di migliaia di anni si forma dunque uno strato più o meno spesso di torba che costituisce solo lo stadio iniziale del processo che porta alla formazione del carbone vero e proprio, pertanto la torba non rappresenta di per sé un combustibile fossile, eppure viene sfruttata per la produzione di calore ed energia. Ma con quali costi?

L’Unione internazionale per la conversazione della natura (IUCN) stima che, nonostante le torbiere occupino poco più del 3% della superficie terrestre, esse sequestrano da sole 370 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno e ne stoccano in totale 550 miliardi di tonnellate, una quantità superiore a tutti gli altri tipi di vegetazione del mondo messi insieme.

Sempre l’IUCN afferma che quelle prosciugate – ad oggi il 15% delle torbiere del mondo – rappresentano un grave pericolo in quanto la torbiera secca ricomincia a decomporsi oltre a fungere da combustibile per numerosi incendi, specie alle alte latitudini dove le torbiere sono più diffuse; ricordiamo ancora le immagini dei terribili incendi delle torbiere russe del 2010 i cui fumi avvolsero anche la capitale Mosca.
Ogni anno la torbiere danneggiate emettono circa 1,3 miliardi di tonnellate di CO2, una quantità pari al 6% del totale delle emissioni antropogeniche. La loro protezione e tutela è dunque fondamentale per evitare una massiccia immissione di gas serra nell’atmosfera.

LO STUDIO – Un team di ricercatori britannici e congolesi ha scoperto fra il 2014 e il 2017 una vasta torbiera nella zona della Cuvette Centrale in Congo, a seguito di tre anni di osservazioni satellitari. In particolare, si è scoperto che la torbiera in questione è ampia circa 145.500 km2 e contiene 30 miliardi di tonnellate di carbonio, rendendola dunque non solo la più estesa, ma anche la più ricca di carbonio di tutti i tropici, stoccando da sola il 30% del carbonio di tutte le torbiere tropicali. In precedenza infatti la più vasta torbiera tropicale era presente in Nuova Guinea, con un’area appena superiore a 100.000 km2.

La torbiera congolese ha cominciato a formarsi circa 10.600 anni fa, quando all’inizio dell’Olocene il clima in Africa centrale divenne più umido, e lo strato anno dopo anno è cresciuto fino ad una profondità media di circa 2 metri, con un massimo vicino ai 6 metri di materiale.

I ricercatori riconoscono l’importanza dell’area in quanto da sola la torbiera stocca il carbonio di tutte le foreste del bacino del Congo. Ma lo studio dei ricercatori, pubblicato su Nature nel febbraio 2017, metteva in guardia dalla vulnerabilità che l’area può subire a causa dello sfruttamento del suolo e a future riduzioni delle precipitazioni a causa del cambiamento climatico.

IL PERICOLO DELLO SFRUTTAMENTO – Il 23 marzo 2018 la Repubblica Democratica del Congo (RDC), la Repubblica del Congo e l’Indonesia hanno firmato la dichiarazione di Brazzaville che si impegna a gestire e conservare questo importante deposito di carbonio, nelle cui “viscere” sono presenti l’equivalente di tre anni di emissioni antropiche di gas serra.

Se intaccata dunque, si rischia di provocare un autentico disastro ecologico, come già avvenuto in uno dei paesi firmatari, l’Indonesia, che ha perso buona parte delle torbiere presenti sul territorio a causa di vasti incendi nel 2015.

I problemi sono cominciati nell’agosto 2019 quando la società congolese Pepa (Petroleum Exploration and Production Africa) ha stimato la presenza di circa 360 milioni di barili di petrolio al di sotto della Cuvette Centrale. Lo sfruttamento di questa risorsa da un lato incentiverebbe l’economia del paese, dall’altro lato comprometterebbe però il delicato equilibrio ambientale di una zona protetta. Un rischio enorme, sminuito purtroppo dalle parole del ministro dell’ambiente congolese Arlette Soudan-Nonault che nel settembre 2019 affermava che eventuali trivellazioni “non sarebbero avvenute nelle torbiere”.

Tuttavia, due dei quattro potenziali bacini petroliferi sotterranei sono direttamente sotto torbiere ricche di carbonio, secondo l’analisi dei ricercatori dell’Università di Leeds, gli stessi dello studio di Nature del 2017.
Uno di questi bacini, il blocco di Ngoki, copre 6.000 km2 di torba e secondo l’organizzazione Global Witness il drenaggio di questa sezione potrebbe rilasciare 1,34 miliardi di tonnellate di CO2, pari alle emissioni totali annue del Giappone.

Il progetto, portato avanti da Claude Etoka, uno degli uomini più ricchi d’Africa, nonché presidente di Pepa, è stato “smorzato” dalle dichiarazioni di alcuni esperti del settore petrolifero secondo i quali serviranno ulteriori sondaggi per capire la reale quantità di petrolio presente al di sotto del bacino centrale del Congo.

Inoltre, sempre la Global Witness ha evidenziato la debolezza di molti accordi, come l’Iniziativa per le Foreste centrafricane, che si dovrebbe occupare della protezione delle torbiere e che invece si impegna solo a ridurre l’impatto dei progetti petroliferi entro il 2025. La speranza è che gli investitori si allontanino dal progetto e che entro quella data il danno non sia ormai compiuto.

Fonti bibliografiche e iconografiche: https://www.nature.com/articles/nature21048
https://www.globalwitness.org/en/campaigns/forests/what-lies-beneath/ https://www.theguardian.com/environment/2020/feb/28/ridiculous-plan-to-drain-congo-peat-bog-could-release-vast-amount-of-carbon-aoe
https://www.unenvironment.org/news-and-stories/story/vow-protect-massive-african-peatland-huge-win-planet https://www.iucn.org/resources/issues-briefs/peatlands-and-climate-change
Kevin McElvaney / Greenpeace per l’immagine in evidenza

Cristiano Mancini: Studente laureato in ingegneria ambientale, cura la sezione Energia & Sviluppo sostenibile. E' appassionato e divulgatore di varie tematiche scientifiche. Contatti: cristiano.mancini@geomagazine.it
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