Published On: lun, Feb 1st, 2021

L’Uomo di Neanderthal, il genio dell’ultima era glaciale

La prima apparizione conosciuta dell’uomo moderno è preceduta dallo sviluppo di una sottospecie di Homo Sapiens, più antica e più differenziata.

E’ l’Uomo di Neanderthal, dal nome della valle di Neander, vicino a Dusseldorf, dove i suoi resti furono trovati in una caverna, nel 1857.
La sua comparsa è datata a circa 70.000 anni fa e sopravvisse per circa 40.000 anni.

LA DIFFUSIONE

Non sappiamo dove si sia evoluto: certo, si diffuse in un’area molto ampia e i suoi resti sono stati scoperti in diverse zone dell’Asia e in quasi tutti i paesi dell’Europa tra 70 e 30 mila anni fa.

Gli uomini di Neanderthal raggiunsero la Crimea e l’Uzbekistan, la Cina e Giava. L’uomo Rhodesiano, che appartiene alla stessa famiglia, si diffuse in tutto il continente africano. Per quanto si sappia, l’Australia, le Americhe e le isole del Pacifico, non erano ancora popolate.

In Italia, i resti più notevoli sono crani mutilati e ossa, trovati con gli scheletri di grandi mammiferi, elefanti, rinoceronti e ippopotami che popolavano il paesaggio preistorico della nostra penisola.

Le loro prede cambiavano con il mutare del clima: nei periodi più freddi, seguivano i greggi di renne scegliendo di esemplari giovani e gli animali deboli. Nei periodi più caldi, che videro il ritorno delle foreste, cacciavano il bestiame, i bisonti e i cervi rossi.

Forse, in quel periodo, gli uomini indossavano soltanto semplici vesti di pelli, dal momento che i resti sono quasi invariabilmente accompagnati da raschiatoi di selce, utili per gettare via il grasso dalle pelli.

L’uomo di Neanderthal divenne un esperto nella scelta delle selci da cui poter staccare schegge dalla forma e misura volute per i diversi scopi che si prefiggeva.

LA SEPOLTURA E LA NASCITA DELLA RELIGIONE

Il periodo in cui visse fornisce la prima, chiara prova dello sviluppo di pratiche rituali e suggerisce che egli possedeva qualche rudimentale idea religiosa. Furono i primi antenati dell’uomo a seppellire i morti. I corpi erano spesso accompagnati da cibo e utensili, forse per la credenza di un’altra vita.

In molte tombe, i corpi sono stati sepolti in posizione di riposo e coperte con pietre piatte. In Iraq, invece, dove sono state trovate molte tombe dentro una caverna a Shanidar, l’esame del suolo ha rivelato che un corpo era stato sepolto in una bara fatta con rami di pino e fiori selvatici.

Gli animali erano parte integrante nelle sue credenze e nei suoi rituali. Nella caverna di Drachenloch, in Svizzera, per esempio, un recipiente di pietra era pieno di crani di orsi delle caverne, mentre le altre ossa erano disposte lungo le pareti della grotta.

La violenza era una componente essenziale della sua vita; un’alta percentuale dei crani rinvenuti erano stati danneggiati prima della morte da corpi contundenti.

LA SUA SCOMPARSA

Come ogni storia che si rispetti, anche quella dell’uomo di Neanderthal ha una fine. Circa 32.000 anni fa, i suoi utensili venivano rimpiazzati da arnesi che attestano una tecnica di lavorazione della pietra completamente diversa. L’uomo era ormai capace di tagliare lunghe lame dalla parte centrale delle pietre per mezzo di un punzone di legno, gettando le basi per un nuovo tipo di lavorazione litica.

Per lungo tempo si pensò che tali utensili più elaborati, ritrovati accanto all’Homo sapiens sapiens, si fosse sostituita con la violenza ai Neanderthaliani. Ma, con estrema probabilità, la loro estinzione fu causata da una graduale fusione e dall’assorbimento dei due tipi umani.

Vi furono due tipi di Uomo di Neanderthal: uno, più antico, dall’aspetto non molto diverso da quello dell’uomo attuale, e uno, più recente, più animalesco.

Probabilmente i nuovi venuti scelsero di fondersi con quelli più “attraenti”. Perciò, a poco a poco, gli elementi considerati più “brutti” divennero sempre più rari nella popolazione mista. Diverse teorie si dibattono; quella definitiva non è ancora del tutto chiara.  

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- Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it