Published On: dom, Feb 5th, 2023

5 Febbraio 1783: il devastante sisma dimenticato che richiamò studiosi da tutto il Mondo

Duecentoquaranta anni fa un devastante sisma cambiò la geografia della Calabria. In termini di devastazione fu probabilmente, insieme a quello sullo Stretto del 1908, uno dei più devastanti della storia degli ultimi secoli in Italia. La magnitudo stimata dal nostro INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) fu pari a 7,1 M della scala Richter. Abbiamo in mente le devastazioni dei recenti sismi in centro Italia che si sono attestate su magnitudo intorno a 6 M. La scala Richter però non è lineare, ma esponenziale. Dunque quel sisma fu 50 volte circa più forte di quello di Amatrice del 2016. Potete dunque immaginare, con le strutture realizzate nel 1700, quale potesse essere la risposta sismica degli edifici a tali scosse. Paesi interi rasi completamente al suolo, diventati un cumulo di sassi. Il sisma in se fu terribile da come testimoniano i cronisti dell’epoca: “udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si scosse e tremò”

Mappa INGV dei danni in scala Mercalli

Oggi non vi è quasi più ricordo di quel terremoto che catturò l’attenzione della scienza mondiale di allora. Anche nei luoghi dove è avvenuto non si ricorda quasi più quel tragico 5 febbraio 1783. La prima scossa avvenne ai bordi della piana di Gioia Tauro intorno a mezzogiorno e durò ben 2 minuti secondo i racconti dell’epoca. Provate a contare. Con la scossa si generò la cosiddetta, nota anche ai geologi di oggi, “faglia di Cittanova“. La frattura si estese per 30 km ed è ancora attiva oggi. Si susseguirono scosse intorno alla magnitudo di 6 M per giorni ed una quinta nuovamente a 7 M il 28 marzo 1783. Scosse devastanti distanziate di pochissimi giorni. Gli epicentri si localizzarono fra l’Aspromonte, l’istmo di Catanzaro e Messina. Le conseguenze devastanti si avvertirono su entrambe le coste dello Stretto, ma l’apocalisse assoluta si registrò nell’entroterra di tutta la Calabria meridionale. 

Oggi l’INGV la definisce con il termine di crisi sismica. La sequenza si protrasse per lungo tempo, con scosse molto forti e con la generazione di maremoti. I sismologi parlano della più lunga sequenza sismica documentata in Italia. Gli tsunami si abbatterono sulle località del basso Tirreno come Scilla e Bagnara. Qui le persone si erano inconsciamente rifugiate in spiaggia, ma il mare gonfiandosi per i maremoti, provocò 1.500 vittime. Vista la carenza di mezzi di comunicazioni del tempo, ci vollero molti giorni prima che arrivasse la notizia della tragedia. I soccorsi giunsero dalla capitale di allora, Napoli, dopo quasi due settimane dalla prima scossa. 

Illustrazione del crollo di costone a Scilla

Da apocalisse a grande flagello questi furono i termini coniati per quell’evento devastante. I numerosi documenti dell’epoca ne danno un quadro davvero devastante. Nella sola provincia della Calabria Meridionale (Calabria Ultra che al tempo del Regno delle Due Sicilie copriva le attuali RC, VV, CZ e KR) su una popolazione di 440 mila abitanti si stimarono 35.000 vittime pari all’ 8% della popolazione. Interi paesi furono cancellati in particolare nella attuale provincia di Reggio Calabria. Fra questi Oppido Mamertina, che fu ricostruita più a valle, Polistena che era uno dei centri più importanti della zona, ma anche fra gli altri Cittanova, Palmi così come Scilla e Bagnara a causa di terremoto e tsunami. La distruzione dei paesi si protrassero fino alle attuali province di Vibo Valentia, Catanzaro e nella dirimpettaia Messina. Le stesse Reggio e Messina subirono ingentissimi danni e vittime. Fra i luoghi più devastati citiamo Polistena che contava 6.872 abitanti e ne perse ben 2.261 pari al 32% della popolazione. Le vittime furono talmente tante che nel piccolo centro ai piedi dell’Aspromonte fu necessario fare delle fosse comuni e bruciare i corpi. 

Frane – Illustrazione del 1784 Atlante iconografico di M. Sarconi

In quel 1783 si è fermata la storia e tutto cambiò per sempre. Il buco negli archivi in quelle zone si ferma spesso a quel terremoto e il ricordo ormai lontano lascia solo traccia in coloro che vanno a documentarsi sugli scritti dell’epoca. Oltre ai danni ad edifici civili furono tanti i danni ad edifici culturali. Chiese, monumenti e palazzi sbriciolati così come i resti del glorioso passato della Magna Grecia furono ulteriormente cancellati. In tutta la Calabria, dei tantissimi templi greci costruiti 2.000 anni fa, esiste oggi un’unica colonna rimasta in piedi ed è quella di Capo Colonna a Crotone. Questo è diretta testimonianza che quelle aree sono sempre state soggette a queste fortissime scosse. 

Crateri nella piana di Gioia Tauro – Atlante iconografico 1784

Torniamo però alle osservazioni tecnico-scientifiche. Dal punto di vista delle conseguenze geofisiche-geologiche i segni della fortissima sequenza sismica furono evidenti. Oltre a numerosi crolli di terreni e rocce si osservarono numerosi vulcanelli di sabbia presso il torrente Mesima dovuti ai cosiddetti fenomeni di liquefazione della sabbia. Fenomeno registrato anche nel sisma del 2012 in Emilia. Inoltre ci furono veri e propri sprofondamenti di terreno che generarono crateri testimoniati su illustrazioni dell’epoca. Fra gli altri eventi si segnalarono terreni sconquassati, formazione di nuovi laghi di sbarramento generati da intere colline collassate che ostruirono i corsi d’acqua. Torrenti che cambiarono per sempre il loro percorso in nuove fratture. Innumerevoli i fenomeni di bradisismo (sollevamento e abbassamento del terreno) nella piana di Gioia Tauro. Si attivarono numerose faglie e aumentarono le compressioni dell’istmo di Catanzaro provocando tensioni litologiche in tutto l’Appennino meridionale.

Spaccatura a Polistena in una illustrazione dell’epoca

Quel periodo storico era anche il periodo del romanticismo e del Gran Tour nel Sud Italia. Era il viaggio romantico che l’aristocrazia europea faceva nei luoghi della storia antica del nostro Paese. Dunque quelle tragiche notizie richiamarono tantissimi studiosi di tutto il mondo, sebbene la Calabria una delle tappe del Tour e fosse quindi sconosciuta. Quella terra, da sempre in fondo allo stivale, aveva e ha qualcosa di misterioso che la rese (e la rende) da secoli “da evitare”, ma con quell’evento per forza di cose andò sotto i riflettori. Nei mesi accorsero in Calabria: tecnici, medici, geologi, cronisti e scienziati da tutto il mondo. Così qualcuno si accorse che esisteva anche quel “land’s end”, come dicono gli inglesi, in fondo all’Europa. Nei decenni successivi si avvicinarono così a quei luoghi alcuni fra i letterati come: Goethe, Lear, Stendhal e Gissing. Mentre subito dopo l’evento fra tanti che accorsero a documentare l’evento citiamo il francese Alexandre Dumas, ma fra tutti il geologo Déodat de Dolomieu a cui dobbiamo il nome alla dolomia (roccia) e alle nostro Dolomiti.

Il noto geologo francese scrisse nelle sue testimonianza: “Avevo veduto Reggio, Nicotera, Tropea… ma quando di sopra un’eminenza vidi Polistena, quando contemplai i mucchi di pietra che non han più alcuna forma, né possono dare un’idea di ciò che era il luogo… provai un sentimento di terrore, di pietà, di ribrezzo, e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese…”.

Nuovo piano di ricostruzione di Palmi secondo le regole antisismiche

Quali furono le conseguenze? Oltre ad una società devastata il governo borbonico, visto l’enorme quantità di danni, fu costretto ad espropriare tutti i beni della Chiesa calabrese per creare la “Cassa Sacra”. Inoltre il governo creò una sorta di “commissario straordinario” ante litteram. Si trattava del marchese Francesco Pignatelli a diretto riporto del Re Ferdinando IV che si trasferì nel quartier generale allestito a Vibo Valentia per gestire l’emergenza. Qui rimase fino al 1787 visitando continuamente le aree più colpite e redigendo attente relazioni. I senzatetto erano oltre 30.000 e anche quella fu una emergenza non facile da gestire. Numerosi gli ingegneri e gli architetti che accorsero a ricostruire una intera provincia. La Calabria divenne così un cantiere del futuro. Per quell’occasione fu redatto il primo regolamento antisismico al Mondo che aiutò a limitare un pochino i danni dei forti sismi che sarebbero venuti dopo nell’800. La punta della Penisola diventava per una tragedia nota al mondo. Nonostante stesse uscendo dal secolare oblio, dopo lo splendore magnogreco, era troppo devastata per cogliere l’opportunità di risorgere. Questo evento fu probabilmente uno dei momenti in cui quelle terre e quelle comunità ebbero purtroppo il colpo di grazia. Un territorio in cui la devastazione aveva fatto tabula rasa a quasi 200 paesi dove tutto era da riscrivere da zero, non solo l’urbanistica, ma anche il morale e il senso di comunità.

Qualcuno si chiederà perché oggi dovremmo ricordarci di questi eventi un po’ lontani nella storia. Per prima cosa per renderci conto che viviamo in un Paese altamente sismico e quindi dobbiamo lavorare giornalmente alla prevenzione. In secondo piano per un dovere morale e perché eventi del genere cambiarono la storia, non solo la geografia, e forse perché con quelle tragiche esperienze si iniziarono a salvare vite.

Concludo con una riflessione personale dopo questo breve viaggio in una cicatrice che non si è mai forse rimarginata. Se oggi sono qui a scrivere questo pezzo, con un pizzico di commozione, è grazie al fatto che qualcuno dei miei avi di Polistena ebbe la fortuna di sopravvivere a quella devastazione. Rivolgo un pensiero a quelle vittime cadute in quell’evento e a coloro che rialzarono la testa e ricostruirono quelle comunità e quei paesi.

 

Fonti Consultate: INGV, Isaacantisismica.it, Giovanni Russo, Icalabresi.it, Eventiestremiedisastri.it, WikiSource

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. * Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it * * IG: @latitude_45