Published On: Mar, Dic 16th, 2025

Gli “Italiens de Paris”: quando gli artisti italiani conquistarono la Ville Lumière

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, Parigi non fu soltanto una capitale artistica: fu un magnete irresistibile. Una città-capitale che chiamava a sé pittori, scultori, poeti e intellettuali desiderosi di respirare un’aria nuova, moderna, affilata.
Fu in questo contesto che nacque e prosperò il gruppo degli Italiens de Paris: artisti italiani che, pur con poetiche diverse, trovarono nella Ville Lumière una fucina creativa e un terreno fertile per la loro emancipazione culturale.
In quel crocevia straordinario si intrecciarono le traiettorie di Severini, De Chirico, De Pisis, Campigli, Savinio, Paresce, Tozzi. Vite parallele che contribuirono a ridefinire l’immagine dell’arte italiana in Europa, aprendo la strada a un’estetica nuova e consapevole del proprio ruolo.

Un quadro storico di grande fascino, che oggi ritrova luce grazie a studi, mostre e approfondimenti dedicati al fenomeno. Tra questi, segnaliamo anche l’interessante lavoro di ricostruzione culturale proposto dal portale https://www.acquistoarte.it, che offre un approfondimento sui les Italiens de Paris e sulle dinamiche artistiche di quel periodo.
Per orientare il lettore nella complessità di questi percorsi abbiamo dialogato con Alvise Ponti, studioso d’arte e gallerista che da anni restituisce valore alle figure italiane attive tra XIX e XX secolo.


Intervista ad Alvise Ponti
MA- Il termine “Italiens de Paris” racchiude un intero universo di storie e sensibilità. Qual è, secondo te, il filo rosso che unisce questi artisti così diversi?
AP- Parlare degli Italiens de Paris significa entrare in un universo sorprendentemente polifonico. Parigi, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, assume un ruolo simile a quello avuto da Firenze nel Quattrocento o Roma nel Seicento: una capitale mondiale dell’arte, un laboratorio aperto dove linguaggi e culture si incontrano.
Già nella seconda metà dell’Ottocento la città pullulava di artisti italiani da Boldini a Zandomeneghi, da De Nittis a Mancini, attratti da un contesto che li spingeva a dare il meglio di sé. Nel primo Novecento, con l’avvento delle avanguardie, arriva una nuova generazione accomunata da una solida formazione classica e da una forte tensione visionaria.
Il filo rosso che li unisce è proprio questo: la capacità di far convivere radici italiane profondissime con l’energia cosmopolita di Parigi. È nell’incontro tra identità e innovazione che nasce la loro originalità.


MA- Parigi fu per molti di loro una vera terra promessa. Cosa offriva rispetto all’Italia dell’epoca?
AP- Parigi era una città che respirava arte. Qui nasceva il mito dell’artista bohemien, libero, non conforme. I Salon erano luoghi di confronto reale, frequentati da un pubblico curioso e partecipe: l’arte era un fatto sociale, condiviso, quotidiano.
La Belle Époque rendeva Parigi il centro più libero e stimolante d’Europa, un crocevia di idee, lingue e sperimentazioni. Rispetto a un’Italia ancora frammentata e legata a dinamiche accademiche, Parigi offriva due elementi decisivi: un panorama artistico in fermento e la possibilità di innestare la modernità sulle radici classiche italiane.
Da questo incontro nasce la forza degli Italiens de Paris.


MA- Accanto ai grandi nomi, c’è una figura meno celebrata che meriterebbe di essere riscoperta?
AP- Sicuramente Mario Tozzi e René Paresce.
Tozzi è spesso ricordato solo per la produzione tarda, ma sono gli anni Venti e Trenta a restituirci i suoi capolavori più intensi: opere sospese, oniriche, dove classicità e modernità trovano un equilibrio raro.
Paresce, invece, ha probabilmente pagato una scomparsa prematura che ne ha limitato la fortuna critica. Eppure il suo lavoro è di grande originalità, sia per costruzione pittorica sia per visione. In realtà, ciascun membro del gruppo possiede una voce unica e meritevole di piena riscoperta.


MA- Quanto rimane dell’identità italiana nelle loro opere e quanto pesa la contaminazione parigina?
AP- Direi che il loro punto di forza è proprio l’equilibrio.
Gli Italiens de Paris hanno saputo dosare con naturalezza entrambe le influenze: il senso italiano della forma, dell’armonia e della tradizione classica si fonde con la spinta innovativa respirata a Parigi, senza mai annullarsi.


MA- Oggi il mercato dell’arte guarda con nuovo interesse al primo Novecento italiano. Come si riflette questo sulle dinamiche collezionistiche?
AP- Il figurativo novecentesco occupa oggi una posizione molto interessante. Se l’Ottocento vive una fase di flessione e il secondo dopoguerra continua a crescere, il primo Novecento mantiene valori stabili e, in alcuni casi, in crescita.
Si tratta di un mercato sostenuto da un collezionismo più consapevole e attento. La solidità storico-artistica di questo periodo, unita a una relativa accessibilità rispetto ai grandi maestri internazionali, rende queste opere culturalmente affascinanti e con buone prospettive di crescita.


MA- Per chi oggi vuole avvicinarsi agli Italiens de Paris, da dove partire?
AP- Suggerirei di partire dai singoli artisti, osservando come, dalla fine degli anni Venti, soprattutto dopo l’esordio del gruppo al Théâtre Louis Jouvet nel 1928 emergano tratti comuni pur nel rispetto delle singole sensibilità.
Sul piano espositivo, mostre ben curate come quella vista recentemente a Cortina sono occasioni preziose, anche se ancora troppo rare. Dal punto di vista editoriale, invece, va detto che esiste una certa carenza di studi sistematici: la ricerca è in evoluzione, e c’è ancora molto da scoprire.

La storia degli Italiens de Paris è una storia di partenze e trasformazioni, di identità che si mettono in gioco attraversando confini geografici e mentali.
Le parole di Alvise Ponti ci restituiscono la complessità e la vitalità di un fenomeno che continua a parlare al presente, ricordandoci che la modernità non è mai un luogo fisso, ma un movimento continuo.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.