Bruno Fantelli e la fame che non sazia
Ci sono artisti che dipingono per riempire una superficie e altri che dipingono per aprire una ferita.
Bruno Fantelli appartiene alla seconda specie: quella rara, inquieta, affamata. Nei suoi lavori compaiono figure sbilanciate, oggetti deformi, paradisi disturbati da scarti e mostri che cercano di uscire dalla tela. Nulla è mai davvero al suo posto, e forse è proprio questo il punto.
Incontrarlo significa entrare in un immaginario che gioca e morde allo stesso tempo, dove l’ironia non consola ma inquieta, e la pittura non promette risposte bensì domande che restano appese, come bucce di banana sul bordo del quadro.
Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua fame, i suoi materiali, i suoi compromessi. Ne è uscita una conversazione sincera, a tratti spigolosa, a tratti sorprendentemente tenera. Proprio come le sue opere.

Bruno, nei tuoi lavori ricorre spesso un immaginario affamato: figure che sembrano voler divorare il mondo e oggetti che si deformano sotto il peso del desiderio. Di che fame stiamo parlando?
BF La fame che muove il mio lavoro non è mai solo biologica. È una fame simbolica, culturale, affettiva. È il desiderio continuo di riempire vuoti che il sistema stesso produce.
Le figure e gli oggetti deformi nascono da questo cortocircuito: più consumiamo, più restiamo incompleti. La pittura diventa il luogo dove questa fame può manifestarsi senza essere risolta. Un accumulo che non porta mai alla sazietà.
(E qui viene da pensare che la fame, quando non passa, diventa linguaggio.)
A un certo punto la pittura non ti è più bastata e hai sentito il bisogno di uscire dal quadro, di occupare lo spazio. Quando hai capito che la tela era troppo stretta?
BF La tela ha smesso di bastarmi quando alcune immagini hanno iniziato a chiedere corpo, peso, presenza.
La prima “scultura” è stata una buccia di banana appoggiata su un dipinto, durante l’Accademia, nel periodo delle “foreste tropicali”, dove iniziavo a inserire elementi disturbanti — spesso rifiuti — dentro paradisi naturali.
Poi sono arrivate le tavolozze, dove la pittura diventa scultura e i mostri tentano letteralmente di scappare dall’opera.
Uscire dal quadro è stato un gesto pratico ma anche esistenziale: volevo che l’immaginario collidesse con il corpo dello spettatore.
Nelle tue mostre, come Polveriera – Gott mit Unsinn, lo spazio sembra sul punto di esplodere. Parti prima dall’immagine o dal luogo? E cosa significa per te “far detonare” un’idea?
BF Spesso parto dall’immagine, ma è lo spazio a darle una pressione reale.
In Polveriera lo spazio non era un contenitore neutro, ma un amplificatore di tensione. Ho lavorato sia con opere già esistenti sia con lavori site-specific.
“Far detonare” un’idea non significa scioccare. Significa creare una frizione improvvisa, un punto in cui lo spettatore non può più restare comodo nella sola contemplazione.
Nei tuoi lavori i materiali sembrano parlare quanto le immagini: olio, piombo, scarti. Quanto conta il loro peso etico?
BF Il materiale non è mai neutro.
Olio, piombo, oggetti di scarto portano con sé una storia, una responsabilità. Spesso la scelta del supporto è chiaramente etica, oltre che estetica.
Alcuni materiali servono a rallentare lo sguardo, a rendere fisica una tensione politica o morale che l’immagine da sola non riuscirebbe a sostenere.
Venezia e il Trentino: due geografie molto diverse che convivono nel tuo percorso. Cosa ti hanno lasciato?
BF Venezia mi ha insegnato la Pittura, l’eccesso, la convivenza forzata tra bellezza e decadenza.
Il Trentino porta con sé la verticalità, il silenzio, a volte troppo silenzio. Alternare vita lagunare e vita montana è stato salvifico: una compensava l’altra. Ma ora quel capitolo è chiuso. Ho bisogno di “monti fertili”.
Le tue figure spesso restano incomplete, interrotte. È una scelta formale o una presa di posizione?
BF È una scelta consapevole. Se il lavoro funziona, cerco di fermarmi.
Ma non è solo estetica: le figure interrotte riflettono un’identità contemporanea frammentata e chiedono allo spettatore di completare, proiettare, prendere posizione.
L’immagine chiusa è banale. Preferisco un’immagine aperta, dinamica, leggermente scomoda.
In un presente geopolitico e climatico così fragile, che ruolo può avere oggi un artista?
BF Non credo che l’artista debba offrire soluzioni, ma nemmeno rifugiarsi nell’ambiguità sterile.
Il suo ruolo è tenere aperte le contraddizioni, renderle visibili, abitabili.
Sento una forte presa di posizione critica verso un certo manierismo diffuso, ripetitivo, svuotato di urgenza. Un sistema che spesso privilegia il guadagno rapido e il consenso a scapito del rischio e della qualità.

L’ironia e l’eccesso nelle tue opere funzionano più come denuncia o come empatia perturbante?
BF La denuncia oggi funziona solo se passa da un coinvolgimento emotivo reale.
L’ironia e l’eccesso non servono a edulcorare, ma a disarmare lo spettatore, a farlo entrare prima che scatti il rifiuto. Se arriva una critica, arriva dopo, quando ormai è troppo tardi per restarne indenni.
Se dovessi lasciare un segno alla storia dell’arte, non un’immagine, ma una postura quale sarebbe? E fino a che punto sei disposto a scendere a compromessi?
BF Vorrei lasciare un immaginario instabile, affamato, contraddittorio. Capace di tenere insieme gioco e tragedia.
Non un marchio riconoscibile, ma un atteggiamento: dare forma al caos senza addomesticarlo.
I compromessi sono quasi inevitabili, ma hanno senso solo se non intaccano l’integrità morale e fisica.
Troppo spesso l’artista è chiamato a sfamare un sistema che ha già la pancia piena.
(E qui viene da pensare che forse la vera fame, oggi, non è dell’artista. È del sistema.)
Parlando con Bruno Fantelli si ha la sensazione che l’arte non sia un mestiere, ma una forma di resistenza affamata.
Una pratica che non consola, non promette, non chiude.
Un gesto che resta aperto, incompleto, necessario.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: da un’arte che non sazia, ma insegna a sentire la fame.












