Martine Michieletto
La montagna, il ring, la verità
Ci sono atleti che vincono.
E poi ci sono atleti che attraversano la vittoria senza farsene divorare.
Quando Martine Michieletto parla, non c’è enfasi superflua. C’è misura. E dietro quella misura si intravede la disciplina di chi ha imparato presto che l’equilibrio non è un dono: è un esercizio quotidiano.
La sua non è soltanto la storia di una campionessa mondiale di Muay Thai. È la storia di una ragazza cresciuta tra le montagne della Valle d’Aosta che ha scelto di restare se stessa anche sotto le luci più violente del ring.
Questa intervista non è un elenco di titoli.
È un viaggio nella sua costruzione interiore.
Tutto comincia con l’atletica leggera. Martine corre. Si misura. Si forma.
Poi, nel 2010, quasi per caso ma lei oggi sorride e dice che “il caso non esiste”, prova un corso di kickboxing e Muay Thai vicino a casa, aperto da Manuel Bethaz.

“È stato amore a prima vista. Ma non pensavo minimamente che sarebbe diventato il mio lavoro.”
Eppure accade.
Sempre con lo stesso allenatore. Sempre tesserata per il Fighting Club Valle d’Aosta. Una fedeltà rara, quasi ostinata. Una scelta che racconta molto più di mille dichiarazioni.
“È stata una vita straordinaria, con tutte le difficoltà del caso. Ma la sceglierei altre mille volte.”
Non è nostalgia. È lucidità.
Ha combattuto in tutto il mondo. Ha calcato ring internazionali. Ha vinto titoli iridati. Ma quando parla delle sue origini, la voce si fa più calda.
“Essere valdostana mi ha formato. Siamo gente di montagna.”
Non è una frase folkloristica. È una definizione identitaria.
La montagna non concede scorciatoie. Ti insegna il silenzio. Ti abitua alla fatica. Apprendi che arrivare in cima è solo metà del lavoro: restarci è la parte più dura.
Cita un detto daghestano che l’ha colpita profondamente:
“Le montagne sono amate da quelle persone le cui anime possono raggiungere le loro vette.”
Martine, quelle vette, le ha raggiunte. E per anni è rimasta lassù.
La Muay Thai è uno sport storicamente maschile. Ma lei non racconta barriere insormontabili.
“Non ho vissuto particolari stereotipi. Mi sono sempre sentita supportata.”
Eppure non banalizza il contesto.

Sa che è un ambiente duro. Sa che non concede sconti. Ma la sua postura è stata chiara fin dall’inizio: non chiedere permesso. Non reclamare spazi. Prenderli con il lavoro.
“Mi sono sempre fatta rispettare per quello che facevo, non per quello che dicevo.”
Ferma. Lineare. Essenziale.
Bangkok. Gli ultimi match. Un periodo complesso, anche sul piano fisico ed emotivo.
Martine non trasforma la sconfitta in un racconto epico. La guarda negli occhi.
“La sconfitta fa parte del gioco. Devi accettarla, senza raccontarti scuse.”
C’è maturità in questa frase. Ma c’è anche fatica.
Parla di cicli che si chiudono. Di occasioni che passano una sola volta. Di talento che può essere sprecato se non hai il coraggio di spingerti oltre.
E poi aggiunge, quasi sottovoce:
“Se vuoi avere una vita straordinaria non puoi comportarti in modo ordinario.”
Non è motivazione da social. È una regola che ha pagato sulla propria pelle.
Le chiediamo cosa accade negli istanti prima di salire sul ring.
“Cerco serenità. Non rabbia. Serenità.”
Sa di aver fatto tutto il possibile in allenamento. E questo le basta.
Poi, pochi secondi prima dell’ingresso, si dice sempre la stessa cosa:
“Bene, è fatta. Ora sono qui e non si torna indietro.”
Un salto nel vuoto. Ma con coscienza.
Ammette di non essere nata serena. “Ho dovuto lavorarci molto.” Il ring è stato uno specchio impietoso: amplifica le emozioni, smaschera le fragilità.
“Se non impari a gestirti, ti travolge.”
Lei ha imparato.
Diventare simbolo è un onore. Ma può diventare una gabbia.
“Per anni ho dato troppo peso all’immagine. A quello che gli altri si aspettavano da me.”
La “Martine atleta”, perfetta, invincibile. Un’idea costruita dagli altri. E in parte anche da lei.
“Il perfezionismo è una forza, ma può diventare un limite.”
Capire che nessuno è perfetto è stato liberatorio.
Smettere di recitare un ruolo ancora di più.
Oggi sceglie la verità, non la performance.
La carriera agonistica si è conclusa. Ma non il combattimento.
Insegna. Trasmette. Accompagna altri atleti nel loro percorso.
“Non potrei vivere senza questo mondo.”
Alle nuove generazioni dice di tentare, di osare, di non accontentarsi.
“Serve concretezza, ma serve anche coraggio.”

Quando pensa al fatto che da una piccola frazione della Valle d’Aosta sia arrivata ai vertici mondiali, si emoziona ancora.
“Se ci penso… è incredibile.”
Non è falsa modestia. È stupore autentico.
Riconosce di aver chiesto molto al proprio corpo.
“Ho spinto oltre i limiti. Non è sano, ma era una scelta consapevole.”
Per arrivare dove voleva arrivare, sapeva che il prezzo sarebbe stato alto.
Oggi l’allenamento è diverso.
“Ascolto di più il mio corpo. Mi alleno per stare bene, non per dimostrare.”
E in questa frase c’è forse la sua evoluzione più profonda.
Martine Michieletto non è soltanto una campionessa del mondo.
È una donna che ha attraversato la pressione, la vittoria, la sconfitta, l’idealizzazione e il silenzio. Senza perdere il centro.
La montagna le ha insegnato la resistenza.
Il ring le ha insegnato la verità.
E forse la sua lezione più forte non riguarda il combattimento, ma l’identità: puoi essere feroce sul ring e gentile nella vita. Puoi vincere senza diventare prigioniera della tua immagine. Puoi cadere senza smarrirti.
“Rifarei tutto”, dice.
E in quel tutto c’è fatica, sangue, gloria, dubbi, pressione.
Ma soprattutto c’è coerenza.
E la coerenza, nel tempo dei rumori, resta la forma più alta di forza.













