Published On: Lun, Apr 6th, 2026

Scemo di guerra

“Scemo di guerra” era un termine che un tempo si sentiva spesso; oggi è quasi dimenticato. La locuzione fu coniata al termine della Prima Guerra Mondiale in riferimento alle migliaia di soldati rientrati dal fronte con gravi disturbi psichici. Il conflitto, durato oltre tre anni, fu devastante per uomini mandati a morire come al macello: chi si rifiutava veniva passato per le armi. Un’altra pratica atroce fu la decimazione, utilizzata dai generali (celebre il caso di Cadorna) per punire con la morte soldati scelti a sorte in reparti che si erano ribellati o avevano ripiegato.

I racconti che ci giungono da quel conflitto sono ormai di “seconda o terza mano”, eppure conservano l’eco di notizie terribili: inverni gelidi, uomini che morivano come mosche, lo stress insostenibile prima delle cariche verso le trincee avversarie e le sofferenze atroci dei feriti. Esperienze inenarrabili che non devono essere dimenticate.

Non era facile rientrare a casa senza aver subito profondi sconvolgimenti psicologici. Molti reduci scelsero il silenzio per anni, altri divennero schivi, altri ancora manifestarono patologie psichiche gravissime. È un fenomeno che si ripete ancora oggi, nelle guerre moderne, sotto il nome di disturbo da stress post-traumatico. All’epoca, si stima che circa 40.000 soldati italiani furono internati nei manicomi: istituzioni che solo nel 1978 la legge Basaglia avrebbe finalmente soppresso. Erano veri e propri lager che, invece di curare, rendevano le persone ancora più fragili. Poiché la psichiatria era ancora ai primordi, si ricorreva a pratiche come l’elettroshock nella vana speranza di ottenere miglioramenti, infliggendo in realtà sofferenze inutili.

Nel 2026 questo termine non è quasi più usato, se non citato raramente senza conoscerne il significato profondo. Tuttavia, se leggiamo l’espressione in senso letterale, credo che in questo periodo storico possa assumere un’altra accezione. Basti pensare ad alcune dichiarazioni emerse durante il recente conflitto tra USA/Israele e Iran, dove leader politici hanno affermato che “gli USA sono un paese di guerra e devono fare la guerra”, o hanno incitato al massacro con termini volgari.

Queste frasi non sono state pronunciate al bar, ma da chi guida una superpotenza. Si tratta di conflitti che spesso appaiono illegittimi e al di fuori di ogni norma internazionale. Forse, per chi ambiva al Nobel per la pace e oggi soffia sul fuoco del conflitto, potrebbe essere appropriato un nuovo titolo: quello di “Scemo di guerra”, inteso nel senso letterale di chi agisce con folle insensatezza bellica. Resta da capire se, anche in questo caso, dietro tali deliri non si nasconda una qualche forma di patologia.

Fonto consultate: Sentinelle Legazuoi “Rivivere la storia per non dimenticare”

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. * Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it * * IG: @latitude_45