Published On: Gio, Mag 21st, 2026

Federica Mingolla: la libertà verticale

Ci sono persone che parlano della montagna.
E poi ce ne sono altre che sembrano parlarne da dentro.

Federica Mingolla appartiene a questa seconda categoria. La sua voce non ha il tono della conquista, ma quello della relazione. Nelle sue parole l’arrampicata smette di essere soltanto gesto atletico e torna a essere qualcosa di più profondo: ascolto, istinto, trasformazione.

Parlare con lei dà quasi la sensazione di sedersi accanto a un fuoco dopo una lunga salita. Non c’è distanza. Non c’è costruzione. C’è soltanto il fluire sincero di una persona che ha imparato a conoscersi attraverso la roccia, il corpo e il silenzio delle pareti.

credit Federico Ravassard

E forse è proprio questo che rende speciale questa conversazione: il fatto che non parli solamente di sport.

Parla di libertà.

Esiste un momento preciso, racconta Federica, in cui l’arrampicata smette di essere tecnica e diventa presenza assoluta.

Succede nel momento in cui i piedi lasciano il terreno.

“Quando stacco i piedi da terra, la mia mente diventa leggera”, racconta. “È il mio corpo a guidarmi in ogni passaggio, al pari di se conoscesse già cosa fare senza il comando della testa. Istinto puro.”

Ed è bellissimo il modo in cui descrive questa trasformazione: non come controllo, ma come abbandono. Al pari di un animale che ritrova improvvisamente la propria natura più autentica.

Per Federica, l’arrampicata non è mai soltanto prestazione. È uno stato mentale. Una forma di presenza totale.

Oggi moltissimi giovani si avvicinano all’arrampicata attraverso le palestre indoor, attratti dall’aspetto spettacolare, competitivo o persino estetico di questo sport.

Federica non demonizza questo mondo, anzi. Lo considera fondamentale per l’allenamento. Ma sente il bisogno di ricordare qualcosa che rischia di perdersi.

“Bisogna conoscere le origini dell’arrampicata”, dice. “E soprattutto entrare in contatto con l’ambiente in cui è nata: l’outdoor.”

La natura, nelle sue parole, non è un semplice sfondo. È parte integrante dell’esperienza. È ciò che dà senso al gesto.

“Il contatto con la natura è la cosa che rende questa disciplina così speciale.”

E allora il discorso si allarga quasi senza accorgersene. Perché ciò che Federica difende non è soltanto un modo di scalare, ma un modo di stare al mondo: più lento, più consapevole, più autentico.

C’è un passaggio dell’intervista che colpisce più di altri per sincerità.

Quando parla di ciò che l’arrampicata ha cambiato dentro di lei, Federica abbandona completamente il linguaggio sportivo e si apre in modo profondamente umano.

“Prima ero molto insicura”, racconta. “Non mi piaceva il mio aspetto fisico.”

Poi qualcosa cambia.

credit Federico Ravassard

La montagna, il movimento, il rapporto con la natura iniziano lentamente a trasformare lo sguardo che aveva su se stessa.

Non parla di vittorie.
Non parla di risultati.

Parla di equilibrio.

E forse è proprio qui che l’arrampicata diventa davvero una forma di educazione emotiva: nel momento in cui insegna ad abitare il proprio corpo senza combatterlo.

Negli ultimi anni la presenza femminile nell’arrampicata e nell’alpinismo è cresciuta enormemente. Ma Federica guarda questo cambiamento da una prospettiva molto personale.

Secondo lei non si tratta di una conquista “contro” qualcuno, quanto piuttosto della naturale evoluzione di una società in cui le donne oggi possono scegliere più liberamente chi essere.

E quando le si chiede se abbia mai sentito il peso di un ambiente storicamente maschile, la sua risposta arriva limpida.

“No, non mi sono mai sentita parte di una categoria discriminata. Mi sono sempre sentita forte per quello che realizzavo. Mi sono sempre sentita Federica.”

C’è una forza enorme dentro questa semplicità.

Non c’è rivendicazione.
Non c’è rabbia.

Solo la convinzione profonda che la libertà inizi nel momento in cui smettiamo di definirci attraverso gli sguardi degli altri.

credit archivio Federica Mingolla

Federica parla dell’arrampicata al pari di un ritorno a qualcosa di primordiale.

“Quando siamo in posti selvaggi e in situazioni di stress fisico e mentale, ci trasformiamo in animali”, racconta.

Ed è forse uno dei passaggi più affascinanti dell’intervista.

Per lei l’istinto non è l’opposto della tecnica. È una forma più profonda di intelligenza. Una sinergia perfetta tra corpo e mente che emerge quando il pensiero razionale smette di controllare tutto.

“Il mio corpo e la mia mente agiscono secondo schemi che nemmeno io conosco.”

È una fiducia assoluta nel gesto.

Una fiducia rara.

Quando il discorso arriva alla gravidanza, qualcosa cambia ancora.

La voce di Federica diventa più morbida, quasi stupita.

Racconta di aver avuto paura, all’inizio, di come avrebbe vissuto la trasformazione del proprio corpo, soprattutto dopo aver attraversato in passato disturbi alimentari.

E invece è accaduto il contrario.

“Mi sono innamorata del mio nuovo corpo”, confessa.

La crescita lenta e consapevole della gravidanza le ha permesso di guardarsi con occhi nuovi. Non ha mai smesso di muoversi, di arrampicare, di ascoltare il proprio corpo.

“La gravidanza non è una malattia”, dice con naturalezza. “È un momento di estremo cambiamento e bisogna imparare ad ascoltarsi.”

Poi arriva forse la frase più bella.

“Finché c’è movimento, c’è vita.”

Ed è impossibile non sentire quanto, dietro quelle parole, ci sia molto più dello sport.

Quando le si chiede cosa non dovrebbe mai andare perso nell’arrampicata del futuro, Federica non parla di tecnica né di evoluzione sportiva.

Parla di libertà.

La libertà di scegliere il proprio modo di vivere una via. Di prendersi il tempo necessario. Di scalare per amore e non per visibilità.

credit Evi Garbolino

Ma soprattutto la libertà di non trasformare il proprio corpo in uno strumento da sacrificare per la performance.

“Finché c’è amore in quello che si fa”, dice, “c’è speranza che questo sport non diventi soltanto ego e visibilità.”

E forse è proprio qui che si nasconde il cuore di tutta questa conversazione.

Nell’idea che la montagna non serva a diventare più forti degli altri.

Ma semplicemente più veri con se stessi.

Con Federica Mingolla non si ha mai la sensazione di ascoltare un’atleta che racconta i propri successi.

Si ha piuttosto l’impressione di incontrare una persona che, salendo, ha imparato lentamente a togliersi di dosso il rumore del mondo.

E allora la roccia smette di essere parete.

Diventa uno spazio interiore.

Un luogo dove il corpo, l’istinto e la libertà tornano finalmente a parlare la stessa lingua.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.