Published On: Ven, Set 25th, 2026

Angelika Rainer, oltre il grado: “Voglio continuare ad amare l’arrampicata”

Dalle vittorie nell’ice climbing al ritorno alla roccia, dagli infortuni al primo 9a fino a Pungitopo. Angelika Rainer racconta a GeoMagazine un viaggio che non è mai stato soltanto sportivo: “Ci sono parecchi bivi dove scegliere come andare avanti”

Ci sono persone che arrivano in cima e si fermano a guardare il panorama.

E poi ci sono quelle che, una volta raggiunta la cima, iniziano a chiedersi dove porti il sentiero successivo.

Angelika Rainer appartiene alla seconda categoria.

Per quasi vent’anni ha vissuto dentro il mondo delle competizioni, diventando tre volte campionessa del mondo di ice climbing e due volte vincitrice della Coppa del Mondo. Ma la sua storia non può essere raccontata soltanto attraverso medaglie, classifiche e numeri.

A un certo punto Angelika ha scelto di lasciare sempre più spazio alla roccia, al viaggio e a quella sensazione originaria che l’aveva conquistata da bambina.

Poi sono arrivati gli infortuni, la pazienza da imparare, il primo 8c, l’8c+, fino a Esclatamasters, il suo primo 9a nel 2023.

E poi ancora Pungitopo, una via completamente diversa, dove la forza lascia spazio all’equilibrio e alla precisione.

Nel frattempo, però, anche il ghiaccio è cambiato.

Le stagioni si accorciano, alcune cascate non si formano più con la stessa regolarità e gli scalatori si concentrano sempre di più sulle poche linee possibili.

E forse è proprio qui che la sua storia diventa più interessante: cosa rimane quando togli il grado, la medaglia, il record e la prestazione?

La risposta, in questa conversazione con GeoMagazine, è una parola che ritorna continuamente: amore.

Per la scalata. Per i luoghi. Per il viaggio. Per la possibilità, ancora oggi, di non sapere esattamente dove porterà la prossima via.

Pungitopo – credit: Marco Servalli

Angelika, per quasi vent’anni hai vissuto dentro le competizioni e hai raggiunto risultati straordinari. Poi hai scelto di lasciare le gare e di tornare sempre più alla roccia. Cosa è successo dentro di te in quel passaggio? Quando non hai più dovuto dimostrare nulla a nessuno, hai scoperto una Angelika che non conoscevi ancora?

Per me l’arrampicata all’aperto è sempre stata una parte fondamentale delle mie attività.

Ho iniziato a scalare in un corso per bambini in palestra, ma il nostro allenatore ci portava a scalare sulla roccia nei fine settimana e organizzava viaggi di arrampicata durante le vacanze scolastiche. È stato lì che ho capito subito la bellezza della scalata su roccia e la possibilità di viaggiare e vedere posti nuovi grazie a questa attività.

Per molti anni, però, le gare hanno assorbito gran parte della mia energia.

Mi piaceva moltissimo dover dare il mio meglio in quel momento preciso della gara e, avendo un carattere piuttosto competitivo, mi piaceva anche misurarmi con gli altri.

Ma anche durante gli anni più intensi della Coppa del Mondo di arrampicata su ghiaccio ho portato avanti i miei progetti di drytooling all’aperto e non ho mai abbandonato completamente la roccia durante l’estate.

La scalata fuori era come una valvola.

Un posto tranquillo, bello, dove scalare con gli amici. Anche quando provavo vie dure, non c’era tutta quella pressione che si sente durante una gara.

A un certo punto ho sentito che la mia passione per le competizioni stava diminuendo e ho deciso di dedicarmi completamente all’arrampicata all’aperto, tornando a quello che per me era stato il primo amore: l’arrampicata su roccia.

A line above the Sky – credit: Jonathan White

Prima di Pungitopo hai dovuto affrontare due infortuni, prima al gomito e poi alla spalla. Per una persona abituata a misurarsi continuamente con il proprio limite, cosa succede quando improvvisamente il limite non è più una parete, ma il proprio corpo?

In realtà gli infortuni in quel periodo erano stati due.

Tutto era iniziato con un’infiammazione al gomito, comparsa due mesi dopo aver chiuso il mio primo Esclatamasters. Ho combattuto con quel problema per il resto dell’anno.

Migliorava diverse volte, ma ogni volta che provavo a scalare oltre un certo grado tornava.

Era logorante.

Dopo una visita medica specializzata ho finalmente capito di cosa si trattava e, grazie a esercizi di fisioterapia specifici che faccio tuttora, sono riuscita a risolvere il problema.

Ero tornata a scalare su gradi più duri quando mi sono fatta male alla spalla e ho dovuto nuovamente ridurre la scalata e gli allenamenti.

Ho dovuto imparare ad avere pazienza.

Fortunatamente amo l’arrampicata e, anche se un infortunio mi costringe a scalare su gradi più facili, riesco comunque a divertirmi.

Mi ha aiutato molto anche il fatto di praticare diverse discipline dell’arrampicata. Quando non potevo scalare vie dure sulla roccia, ho dedicato più tempo all’arrampicata su ghiaccio.

Forse è anche questo che mi ha permesso di non vivere l’infortunio soltanto come una limitazione.

Se una porta si chiude, puoi sempre cercare un’altra parete.

Esclatamasters – credit: Javi Pec

Nel 2023 hai chiuso Esclatamasters, il tuo primo 9a. Quanto è stato difficile, prima ancora fisicamente, convincere te stessa di poter entrare in quel territorio?

Il sogno di provare a fare un 9a era maturato soltanto con il tempo.

Quando nel 2017 ho deciso di smettere con le gare di ghiaccio, ho pensato che quello fosse il momento giusto per provare a fare un 8c.

Ci sono riuscita nel 2018.

Per me era stata una vera pietra miliare e per anni non ho osato andare oltre. Avevo bisogno di consolidare le mie capacità facendo altre vie di quel grado, ma anche la mia mente doveva crescere.

A un certo punto è nata l’idea del 9a.

Sembrava un po’ folle, anche perché non avevo ancora fatto nessun 8c+. E pensare di saltare un grado a quei livelli significa fare un salto enorme.

Ho deciso che mi serviva un aiuto esterno e ho cercato un allenatore.

Ho sempre pensato che gli obiettivi si raggiungano soltanto attraverso un lavoro dedicato e così mi sono messa ad allenarmi con grande dedizione.

Alla fine, mentre mi allenavo per il mio primo 9a, con la salita di Solitary Souls ad Arco è arrivato anche il mio primo 8c+.

Quindi non ho bruciato nessuna tappa del percorso.

Esclatamasters e Pungitopo sembrano quasi due fotografie diverse. La prima è legata alla resistenza, la seconda alla tecnica e alla precisione. Cosa raccontano queste due vie della donna che sei diventata?

La resistenza è sempre stata il mio punto forte e Solitary Souls ne richiede molta.

È una via che strapiomba per tutti i suoi 35 metri e il movimento chiave arriva dopo aver già scalato 30 metri. A quel punto bisogna essere ancora abbastanza freschi per affrontarlo.

Per molti anni ho amato l’arrampicata in strapiombo e non mi piaceva la scalata in placca.

Poi ho scoperto quanto sia affascinante salire in perfetto equilibrio su un muro che, a prima vista, sembra non avere appigli sufficienti.

Ci sono voluti anni per capire che ero brava anche in questo stile.

Essere riuscita a fare vie così diverse tra loro mi riempie di orgoglio, perché ho sempre cercato di essere il più polivalente possibile.

Anche se devo ammettere che non sono una persona che impara velocemente.

All’inizio, quando incontro uno stile nuovo o una disciplina nuova, mi sembrano durissimi e penso che non facciano per me. Era successo con la scalata su roccia, arrivando dalla palestra. Poi con il drytooling. Poi con le placche.

Solo con il tempo acquisto fiducia.

Quindi la salita di Pungitopo per me è anche questo:

la prova di essere diventata brava in qualcosa in cui, all’inizio, non lo ero.

Islanda – credit: Marco Servalli

Sei diventata un simbolo dell’ice climbing. Oggi però guardi il ghiaccio con occhi diversi rispetto agli anni delle competizioni. Quando osservi una cascata, riesci ancora a vederla soltanto come una parete da scalare oppure riconosci anche i segnali di una montagna che sta cambiando?

Per molti anni il ghiaccio era legato all’agonismo.

Ora voglio scalare le cascate di ghiaccio per piacere. Non cerco necessariamente le linee estreme: voglio godermi la sensazione di scalare su questa superficie così speciale.

Una cascata di ghiaccio esiste soltanto per poche settimane all’anno e anche durante questo breve periodo può cambiare rapidamente in base alle temperature e al numero di salite.

Arrampicano sempre più persone su ghiaccio e spesso, dove qualche anno fa si era da soli, oggi si trovano diverse cordate.

Dalle nostre parti la stagione delle cascate è sempre stata breve, ma vedo che il periodo si sta accorciando.

Spesso non si trovano le stesse condizioni in tutto l’arco alpino e ogni inverno le cascate si formano soltanto in alcune zone.

Quando ho iniziato a scalare su ghiaccio, vent’anni fa, era quasi una certezza trovare ghiaccio in Svizzera e in Austria. Ultimamente anche lì non tutti gli inverni offrono buone condizioni.

E questo aumenta ulteriormente il numero di scalatori nelle zone dove si sono formate belle cascate.

Il ghiaccio, però, ha sempre avuto questa caratteristica: non è mai veramente uguale.

Forse è proprio questo che lo rende così speciale.

Hai detto che una giornata può essere bella anche senza chiudere il proprio progetto, se sei in un luogo che ami e con le persone giuste. Se domani sparissero grado, record, classifiche e sponsor, cosa ti farebbe continuare ad arrampicare?

Riesco a godermi una giornata in compagnia e in montagna anche se quel giorno non sono riuscita a chiudere il mio progetto.

Questo mi toglie la pressione del dover riuscire per forza a chiudere una determinata via proprio quel giorno.

E riesco a tornare a casa felice per la giornata trascorsa in un bel posto.

Però, ovviamente, mi piace anche spingermi ai miei limiti e provare vie che rappresentano una sfida.

È difficile immaginare l’arrampicata senza questa sfida.

Quello che mi auguro per il futuro è di continuare ad amare l’arrampicata per il suo gesto e per il suo ambiente, anche quando il grado non avrà più lo stesso ruolo.

IWC Champagny 2014 – credit: AlexeyDengin

Hai costruito una parte importante della tua storia sul ghiaccio e conosci meglio di molti altri quanto sia fragile e mutevole. Ma l’arrampicata comporta anche viaggi, spostamenti e spesso voli aerei. Come si concilia il desiderio di esplorare con la necessità di proteggere ciò che rende possibile quella stessa esplorazione?

Certamente la sostenibilità e la protezione dell’ambiente sono argomenti importanti e sui quali rifletto.

Ho ridotto molto i miei viaggi in aereo e cerco di valorizzare la scalata vicino a casa.

Ho fatto installare pannelli fotovoltaici a casa mia per avere energia da una fonte rinnovabile e guido un’auto a GPL, ma so bene che questo è soltanto un piccolo contributo.

Noi scalatori facciamo spesso spostamenti lunghi per arrivare alle pareti. Io stessa viaggio spesso da sola.

Rendersi conto di questo e cercare di capire come possiamo migliorare e contribuire nel nostro piccolo è sicuramente il primo passo.

Forse non esiste una soluzione perfetta.

Ma la consapevolezza deve essere l’inizio del cambiamento.

E allora arriviamo alla prossima parete. Hai attraversato praticamente tutte le forme dell’arrampicata: competizioni, ghiaccio, drytooling, multipitch, falesia e 9a. Qual è la prossima sfida che hai in testa?

È vero, nel mio passato è successo più volte che raggiungessi un punto nel quale mi sentivo soddisfatta di me stessa e trovavo nuovi stimoli in una nuova disciplina.

Ho alcune linee in testa che mi piacerebbe provare.

Alcune non si distinguono tanto per il grado estremo, quanto per la loro bellezza.

Una di queste è Tom et je ris, nel Verdon, una via che ammiro da molti anni e che non sono mai riuscita a provare.

Sicuramente vorrei provare ancora un altro 9a.

Attualmente sono alla ricerca di una via che mi appassioni, che mi faccia sognare e che mi permetta di provare ancora una volta a superare i miei limiti.

Non so dove tutto questo mi porterà.

È un viaggio fatto di moltissime tappe.

E ci sono parecchi bivi dove scegliere come andare avanti.

Oltre il grado

Forse è proprio qui che si comprende davvero la storia di Angelika Rainer.

Non nei titoli, nei gradi o nella difficoltà delle vie.

La sua storia racconta qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile da spiegare:

la capacità di continuare a cercare.

Prima è stato il ghiaccio. Poi le gare. Poi la roccia. L’8c, l’8c+, il 9a. Poi una via tecnica come Pungitopo, che ha raccontato una versione diversa della stessa scalatrice.

E adesso ci sono nuove linee da immaginare.

Una nel Verdon.

Forse un altro 9a.

Forse qualcosa che oggi Angelika ancora non conosce.

Perché la montagna non consegna mai davvero una risposta definitiva.

Consegna piuttosto un’altra domanda.

E forse è proprio questo che permette a una persona di continuare a salire anche quando, apparentemente, non ha più nulla da dimostrare.

“Spero di continuare ad amare l’arrampicata per il suo gesto e per il suo ambiente anche quando il grado non giocherà più un ruolo.”

Alla fine, forse, la vera vetta non è quella che porta più in alto.

È quella che ti fa ancora venire voglia di partire.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.