Published On: Dom, Set 20th, 2026

Bosnia: una mini-Jugoslavia alle elezioni fra ataviche tensioni

In Italia la Bosnia ed Erzegovina è salita recentemente agli onori delle cronache sportive per aver buttato fuori la Nazionale di calcio italiana dalle qualificazioni ai Mondiali del 2026 e per aver colto la sua prima storica vittoria nella fase finale della rassegna iridata. Per il resto, resta un Paese geograficamente vicinissimo al nostro, ma spesso totalmente fuori dai radar dei flussi informativi quotidiani. Sono ormai lontani i tragici anni novanta che hanno visto il territorio trasformarsi in un drammatico inferno di guerra durante la dissoluzione della Jugoslavia. Se allora Sarajevo e la Bosnia occupavano quotidianamente le aperture di tutti i media, oggi, soprattutto per le nuove generazioni, la Bosnia è percepita come un paese lontano o addirittura come un luogo sconosciuto.

Localizzazione della Bosnia e Erzegovina in Europa

BOSNIA: DALLE CENERI DELLA JUGOSLAVIA, POLVERIERA DEGLI ANNI ’90

Un tempo parte integrante della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la Bosnia rappresentava il fulcro di quel complesso melting pot di culture, lingue e religioni che caratterizzava lo Stato federato composto da sei repubbliche. Con il dissolvimento della federazione tra il 1991 e i primi anni duemila, la Bosnia ed Erzegovina si trovò a essere una “Jugoslavia in miniatura”: all’interno dei suoi confini convivevano infatti tre comunità costitutive principali, ovvero i bosgnacchi (musulmani di Bosnia, la componente maggioritaria), i serbi di Bosnia e i croati di Bosnia.

Con il crollo del modello federale e il prevalere delle spinte nazionaliste, nel marzo del 1992 la Bosnia proclamò la propria indipendenza a seguito di un referendum. Il neonato Stato divenne rapidamente il bersaglio della tenaglia nazionalista: da un lato la Serbia (e le milizie serbo-bosniache) e dall’altro la Croazia miravano a spartirsi il territorio a discapito della sovranità bosniaca. La svolta militare e diplomatica arrivò solo nel 1994 con gli Accordi di Washington, che sancirono l’alleanza tra bosgnacchi e croati, arginando l’avanzata delle forze serbe. La guerra lasciò tuttavia ferite profonde, culminate nel luglio del 1995 nel genocidio di Srebrenica, il più grave crimine di massa commesso in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, dove oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono trucidati dalle truppe guidate da Ratko Mladić. Atrocità su vasta scala vennero compiute da tutte le fazioni in campo, portando in seguito il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) dell’Aja a condannare numerosi leader politici e militari per crimini di guerra e contro l’umanità.

GLI ACCORDI DI DAYTON E L’ARCHITETTURA DI GOVERNO DELLA BOSNIA

La guerra si chiuse formalmente con gli Accordi di Dayton del novembre 1995 (e la firma ufficiale a Parigi nel dicembre dello stesso anno). Il trattato congelò le ostilità confermando i confini amministrativi della precedente repubblica jugoslava, ma impose un’architettura costituzionale e amministrativa tra le più complesse e ingessate al mondo, concepita per garantire il bilanciamento del potere tra le tre etnie, ma spesso rivelatasi un blocco paralizzante per le riforme statali.

Oggi la Bosnia ed Erzegovina è uno Stato federato asimmetrico suddiviso in due entità principali e un distretto autonomo:

Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH): a maggioranza croato-bosgnacca, a sua volta frammentata amministrativamente in 10 Cantoni, ciascuno dotato di un proprio governo e di ampie competenze locali.

Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska – RS): l’entità a forte a dominanza serba, caratterizzata da un forte accentramento di potere a Banja Luka (il capoluogo).

Distretto di Brčko: un territorio autonomo situato nel nord del Paese, autogovernato e posto sotto un condominio congiunto delle due entità, che geograficamente spezza la continuità territoriale delle due ali della Republika Srpska.

Entità in cui è divisa la Bosnia Erzegovina

A livello centrale, il potere esecutivo supremo spetta alla Presidenza della Repubblica collegiale (una sorta di “triarchia”), un organo composto da tre membri eletti direttamente: un bosgnacco e un croato (eletti dal territorio della Federazione) e un serbo (eletto dalla Republika Srpska), che ruotano alla presidenza dell’organismo ogni otto mesi. A supervisionare la transizione democratica e a fare da supremo “arbitro” istituzionale interviene inoltre l’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, un funzionario internazionale dotato dei cosiddetti Bonn Powers (poteri esecutivi e legislativi straordinari che gli consentono di imporre leggi o rimuovere funzionari locali ostili all’accordo di pace).

Dal punto di vista tecnico, il sistema elettorale bosniaco si articola su più livelli e territori, a cominciare dal governo centrale con sede a Sarajevo, dove i cittadini eleggono direttamente il Parlamento federale bicamerale e i tre membri della Presidenza collegiale, come dicevamo, formata da un bosgnacco, un croato e un serbo che si alternano alla guida del Paese ogni 8 mesi. Dunque i tre presidenti sono eletti in maniera diretta insieme ai rappresentanti delle camere. Nelle entità a loro volta vengono eletti altri rappresentanti Nella Repubblica Srpska, che è l’entità centralizzata a maggioranza serba, gli elettori votano direttamente per il presidente dell’entità e per il parlamento unicamerale con sede a Banja Luka, mentre nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina, l’entità mista, i cittadini eleggono direttamente i parlamenti dei dieci Cantoni e la Camera dei Rappresentanti federale, ossia la camera bassa, lasciando invece che la camera alta, ovvero la Camera dei Popoli, sia composta da delegati scelti dai cantoni, spettando poi a questo sistema bicamerale designare il triumvirato esecutivo dell’entità composto da un presidente e due vicepresidenti di etnie diverse (inclusi i serbi). Infine, nel Distretto di Brčko, che gode di uno status autonomo speciale, i residenti mantengono la facoltà di scegliere liberamente in quale delle liste delle due entità far confluire il proprio suffragio per le elezioni nazionali.

I 10 cantoni della Federazione croato-bosgnacca

ELEZIONI GENERALI 2026

Nonostante decenni di stabilizzazione internazionale, il Paese non ha mai trovato una piena stabilità politica. Le velleità secessioniste della Republika Srpska, guidate storicamente da retoriche di rattachement (ricongiungimento) con la Serbia e rinfocolate da polemiche e riabilitazioni di figure condannate per crimini di guerra come lo stesso Mladić, continuano a rappresentare una minaccia costante per l’integrità statale.

Logo delle elezioni generali del 2026 con scritta “elezioni” in caratteri latino e cirillico

Il mandato quadriennale in corso si avvia alla conclusione dopo aver segnato alcune tappe di grande rilievo. Nel 2022 la Bosnia ed Erzegovina ha ottenuto ufficialmente lo status di Paese candidato all’Unione Europea, a cui è seguita nel 2024 l’apertura formale dei negoziati di adesione. La strada, tuttavia, resta lunga e in salita: se sulla carta tutte le componenti politiche sostengono l’obiettivo europeo, nei fatti la Republika Srpska continua a mantenere stretti legami storici e strategici con Mosca.

Il clima istituzionale è rimasto fortemente teso, in particolare sul fronte serbo, dove nel 2025 si è consumato un durissimo scontro a seguito della condanna e dell’estromissione dai pubblici uffici del presidente dell’entità, Milorad Dodik, entrato in rotta di collisione con le istituzioni centrali e con il rappresentante internazionale.

In questo scenario, gli ultimi giorni che separano il Paese dalle urne sono dominati dai timori legati alla regolarità del voto. Secondo i sondaggi più recenti, quasi il 74% dei cittadini della Bosnia ed Erzegovina nutre forti dubbi sulla trasparenza delle elezioni e teme brogli: un dato particolarmente elevato che restituisce fedelmente il termometro della profonda sfiducia pubblica verso la gestione dei processi democratici. Sono in ogni caso previste task force di osservatori internazionali su tutto il territorio dello Stato per osservare cosa accade.

In questo clima di perenne tensione istituzionale e polarizzazione etnica, il 4 ottobre 2026 la Bosnia ed Erzegovina è chiamata a un nuovo, cruciale banco di prova con le elezioni generali. Gli elettori saranno chiamati a rinnovare non solo i tre membri della Presidenza e la Camera dei Rappresentanti statale, ma anche i parlamenti delle entità e le assemblee delle principali unità amministrative del paese.

Nelle elezioni bosniache, in uno dei sistemi amministrativi più contorti al mondo (abbiamo faticato anche noi a districarci), non esiste di fatto una vera polarizzazione fra destra e sinistra (e declinazioni varie); a guidare la competizione sono invece i partiti legati alla tutela dei diversi gruppi etnici, in un contesto comunque molto frammentato. Si tratta dunque di un appuntamento, elettorale fondamentale per capire se il Paese riuscirà a sbloccare il proprio percorso di riforme e di integrazione euro-atlantica, o se rimarrà prigioniero delle sue divisioni interne, o peggio, se torneranno a incendiarsi le ceneri mai sopite della guerra degli anni novanta.

Fonti consultate: Office of the High Representative, Constitution.net, Reddit, Pod Lupom, OSCE

Per approfondire con altri articoli di GeoMagazine.it sull’ex Jugoslavia:

25 giugno 1991, il giorno che cambiò per sempre la Jugoslavia

Jugoslavia: 30 anni dopo la dolorosa dissoluzione, viaggio in auto elettrica

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Tour dei Balcani (ex Jugoslavia) in elettrico: Reportage

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. * Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it * * IG: @latitude_45