Published On: ven, Mag 29th, 2020

La Piccola Era Glaciale, il minimo di Dalton e l’anno senza estate

In passato, almeno nel mondo occidentale, si pensava che il Sole fosse un oggetto immutabile, con un globo perfetto. Nel tempo però ci si dovette ricredere, soprattutto quando furono individuate le prime macchie solari sulla superficie. Alla prima crepa della teoria dell’immutabilità solare giunsero conferme definitive quando si riuscì a dimostrare che le macchie aumentavano e diminuivano nel tempo, seguendo un ciclo regolare di 11 anni; il ciclo di Schwabe, dal nome del suo scopritore. La lunghezza del ciclo può variare e durare 11 anni in media; il più breve è stato di 8 anni, mentre il più lungo di 14 anni, ma ciò che non cambia è la progressione delle macchie.

Il Sole privo di macchie – Credit: Soho

IL MINIMO DI MAUNDER – Un tale insieme di cicli così bassi avvenuti tra il 1645 ed il 1715 è notoriamente conosciuto come il Minimo di Maunder. Coloro che hanno avuto modo di osservare il Sole in quel periodo, furono testimoni di un numero di macchie solari bassissimo, pari a un millesimo di ciò che tipicamente avviene sul Sole. Furono gli anni della Piccola Era Glaciale, un periodo estremamente freddo, interessato da pesanti nevicate, valori di temperatura gelidi e anni senza estate.

LA PICCOLA ERA GLACIALE – Si verificò proprio in quegli anni il congelamento di grandi superfici liquide, come il Tamigi e il Mar Baltico. I ghiacciai polari crebbero sensibilmente, così come quelli Alpini, distruggendo molti villaggi. In Islanda cessò del tutto la coltivazione del grano, in Finlandia morì un terzo della popolazione, mentre in Svezia ci fu una forte crisi economica. Il Tamigi gelò sei volte nel XVII secolo e nell’inverno del 1607-1608 cominciò una tradizione destinata a durare per più di due secoli: la fiera del ghiaccio, ovvero l’organizzazione di spettacoli, divertimenti e piccoli commerci sul fiume gelato. Si lanciò la fiera del pattinaggio ad opera di Enrico VIII, quando ci si spostava da Londra alla vicina Greenwich. Persino Shakespeare cita quegli anni dove descrive la consegna del latte gelato nei secchi.

I pittori fiamminghi dipinsero decine di meravigliose tele raffiguranti gli inverni freddissimi del Belgio. Faceva un freddo terribile anche nell’Europa meridionale: carestie e sommosse si verificarono in gran parte dei paesi, mentre a Venezia la neve sfondò con il suo peso i tetti delle abitazioni. La gente in Scozia si sdraiava per terra e si lasciava morire per la disperazione di quella situazione. In Cina e Nord America la situazione non era migliore, con grande gelo sparso nei continenti. E’stato calcolato che la temperatura media terrestre fosse di circa 2-3°C inferiore a quella attuale, e vari dipinti mostrano le vallate alpine, oggi verdi e rigogliose, coperte dal ghiaccio perenne. Per 8 volte gelò tutta la laguna veneta e 4 volte quella del Po in soli 5 anni. Il “Morning Post“, nel 1813, parlò di un elefante che passava da riva a riva sul Tamigi nei pressi del ponte di Blackfriare e il terribile inverno russo fermò Napoleone alle porte di Mosca. Nel 1816 poi, il Nord America e l’Europa Nord Occidentale vissero un terribile anno senza estate.

Il vulcano Tambora

L’ANNO SENZA ESTATE – Sulla Pennsylvania e sui rilievi del New England caddero ben 15 cm nel mese di Giugno, seguiti da una prima sequenza di gelate. In piena estate si girava con cappotto e guanti e si arrivò ad una pesante crisi alimentare. Fu un anno di carestia dove i prezzi lievitarono alle stelle. Il pane era introvabile, l’uva andata distrutta. I disagi furono pesanti in Inghilterra e in Francia, mentre in Svizzera si macellava di tutto. Anche i racconti di Mary Shelley in villeggiatura sul lago di Ginevra in compagnia di Lord Byron e del marito, descrive interminabili settimane fredde e piovose. A quei tempi si rifanno le meravigliose fiabe di Andersen e i racconti di Natale di Dickens, sempre raffigurati con la neve. Oggi le cause sono state additate all’eruzione del vulcano indonesiano Tambora nel 1815, nell’isola di Sumbawa, che immise grandi quantità di cenere vulcanica in atmosfera. La luce solare non riuscì a penetrare gli strati atmosferici, determinando un forte calo termico.

Al vulcano si aggiunse un minimo storico dell’attività solare: il minimo di Dalton, che durò dal 1790 al 1830 circa, durante il quale si verificò una serie incredibile di grandi eruzioni vulcaniche. In quel periodo si ricordano le eruzioni del vulcano Soufrière, nei Caraibi, mentre l’anno prima fu il vulcano Mayon, nelle Filippine, ad entrare in attività. A questi vanno ricordate le eruzioni dell’Ula, tra i più letali in Indonesia e del Suwanosejima nelle isole Ryukyu, in Giappone. La causa precisa del calo sotto media delle temperature, registrato durante il periodo del minimo, non è stata ancora ben capita, ma una delle tesi più accreditate afferma che, vista la concomitanza dei flare con le macchie solari, in questi periodi di minimo diminuisca anche l’energia emanata. Oggi, il vulcano Tambora se ne sta tranquillo nella zona di subduzione creata dal movimento della placca australiana verso una parte della zolla euroasiatica, ed è oggi costantemente monitorato dalle autorità competenti. Sono trascorsi 205 anni da quell’evento, ma ancora oggi il mondo ricorda le vittime di quella immane tragedia.

La Piccola era glaciale si è verificata per un tempo maggiore rispetto al minimo di Maunder, forse per ulteriori variabili ancora non conosciute. Nonostante molti scienziati pensino che la prolungata attività minima del Sole abbia raffreddato la Terra, non è mai stata trovata una precisa relazione causa-effetto che potesse dare delle certezze assolute. I dettagli della variazione solare e i suoi effetti infatti sono ancora motivo di ricerche. Tuttavia, essendo il Sole il motore principale della vita, una sua minore attività per decenni basta per molti studiosi a mettere fine alle teorie alternative.

Bibliografia: Il tempo per tutti, di Guido Caroselli, Mursia

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- Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it