Viaggio fra la protesta (dimenticata) al Sud
L’autunno 2026 torna a essere un autunno caldo, come lo era in passato. Non caldo per le temperature, che sono sicuramente più tiepide rispetto ad un tempo, ma per le proteste. Degli incidenti di Milano e Torino si è molto parlato (lo abbiamo fatto anche noi di GeoMagazine.it), anche perché le azioni sono state eclatanti. I motivi delle proteste nelle grandi città del Nord non sono però molto chiari; quello che è certo è che il governo ha preso subito provvedimenti. Nel frattempo, un’altra protesta non violenta era in corso in tante regioni del Sud. Partita dalla Calabria, ha toccato la Ciociaria nel basso Lazio.
In sciopero principalmente autotrasportatori e agricoltori per il caro carburante. Alla pompa di benzina il gasolio tocca in alcune stazioni anche i 2,42 euro al litro. Le proteste con i presidi non violenti sono iniziate diversi mesi fa e sono culminate con blocchi in tutto il Sud. Pochissimo spazio sui media, se non in quelli locali, e solo negli ultimi giorni la cosa ha avuto più risonanza. Quando? Quando i distributori hanno terminato la benzina e nei supermercati non veniva più consegnata la merce (anche in alcuni supermercati al Nord).
Partendo dalla Capitale nei giorni scorsi verso sud, i primi presidi, solitamente alle uscite dell’Autostrada del Sole (A1), erano già presenti nel basso Lazio, in provincia di Frosinone. Addentrandosi poi nel Molise, si registravano lunghe code per trovare benzina e la maggior parte delle stazioni di servizio era priva di carburante. Proseguendo verso Sud, le proteste sono state molto sentite al Porto di Napoli. Si è assistito a uno scambio di attacchi fra Governo e manifestanti: mentre da Palazzo Chigi si sottolineava la necessità di tutelare la mobilità nazionale e si ipotizzavano condizionamenti da parte della criminalità organizzata, ci sentiamo di smentire quest’ultimo attacco poiché davvero gratuito. Continuando verso Sud, anche sull’A2 (Autostrada del Mediterraneo) alcune stazioni di servizio, come indicano i tabelloni luminosi lungo il tracciato, non hanno alcun tipo di carburante. Lungo la strada i camion non sono molti, in arterie che sono invece la linfa vitale del trasporto in Italia, ancora basato prevalentemente su gomma. La Basilicata sembra essere la regione meno impattata, almeno lungo le arterie principali, e non c’è molta traccia di scarsità di carburante. Entriamo in Calabria, la regione da dove è partita la protesta pacifica, e qui iniziamo nuovamente a trovare stazioni di servizio senza carburante. Nella giornata di venerdì, il governo ha annunciato lo sblocco di alcune misure di sostegno: riparte quindi il traffico sulle strade, ma rimangono alcuni presidi. Non tutti sono soddisfatti, i carburanti costano davvero tanto. Oggi, mentre scriviamo, abbiamo trovato ancora un piccolo presidio al Porto di Gioia Tauro.
Purtroppo le accise non sono state tagliate come promesso, ma si sa, la coperta è corta e in campagna elettorale bisognerebbe essere più onesti su quello che si può fare o meno. In ogni caso la protesta non si è esaurita e si è in parte spaccata. Sulla spaccatura, sulle promesse elettorali mancate e sulle radici di questa mobilitazione, abbiamo raccolto l’intervista al giornalista calabrese Lino Polimeni, che con la consueta schiettezza, ma anche durezza, analizza la situazione del territorio. Di ministri o membri del governo sotto Roma non se ne sono visti, nonostante alcuni esponenti abbiano raccolto molti voti nel 2022.
Tornando al costo di carburante ed energia, in questi mesi si è gridato contro il Green Deal europeo che aveva stanziato una cifra record sulle rinnovabili e sull’elettrificazione. Chissà se, al posto di frenare questa rivoluzione, la si fosse cavalcata: oggi avremmo gli stessi prezzi? Se fossimo meno dipendenti dai combustibili fossili, probabilmente oggi saremmo anche meno vulnerabili alle continue impennate del petrolio. Inoltre c’è una parte di Paese che per farsi sentire deve interrompere la fornitura di molti prodotti alimentari da sud verso nord, altrimenti resta al palo. Quando si pensò l’Italia, si pensò a un Nord industriale e a un Sud agricolo, vista la vocazione dei territori; ma una cosa è certa: il Sud si è impoverito e svuotato. Oggi, come ormai da tempo, il Sud fa rumore solo per la cronaca: la distruzione di una vetrina da parte di qualche ragazzino viziato fa più notizia di una parte di Paese che continua a restare al palo e spesso fa la “fame”.
Reportage e foto: Giuseppe Cutano


















