Giulio Paolini: memoria, sentimento e tecnologia – un dialogo per i giovani
Ci si accosta a Giulio Paolini con rispetto, quasi con timore reverenziale. C’è in lui un silenzio che pesa, non come assenza, ma come presenza intensa, capace di farti sentire il mondo sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrà essere. Seduti davanti a lui, l’impressione è che la parola del maestro non sia mai casuale, e che ogni frase, ogni respiro, contenga una lezione per chi oggi cresce immerso nella velocità, negli schermi, nell’iperconnessione.
«Se il classico è la distanza, l’antico è la lontananza», mi dice subito. E in quelle parole si percepisce la misura del suo sguardo sulla memoria, sull’arte, sulla vita. La memoria, spiega Paolini, non è un archivio a portata di clic. Non la chiamiamo a comando, non possiamo possederla. «Essa è come il futuro: c’è ma non la si può richiamare, non è un archivio al quale poter attingere come si vuole, è lei che ci dà appuntamento, non si sa quando…».
E tuttavia, dice, conserva un posto privilegiato nell’arte, sempre. Perché ogni immagine nasce guardando quell’«arco invisibile che collega il passato remoto al futuro anteriore», quel filo sottile che lega chi eravamo a chi saremo. Una lezione di lentezza e di rispetto per chi oggi corre tra notifiche e feed infiniti, senza più sosta né attenzione.
Quando gli chiedo dell’artista umano nell’era dell’intelligenza artificiale, Paolini sorride leggermente. «Ho 85 anni, appartengo al ventesimo secolo», ammette. Ma la sua voce non è nostalgica; è consapevole. Sa che le sfide delle nuove generazioni non hanno precedenti. Gli schermi alterano il nostro modo di pensare, la velocità ci impone ritmi impossibili. Eppure, aggiunge, «i fondamenti non mutano: dalla nascita alla morte ci nutriamo, e ci nutriremo sempre, di emozioni, sentimenti e conoscenze».
L’artista, dunque, resta un intermediario, un custode tra ciò che esiste e ciò che può manifestarsi, un testimone della memoria e dei sentimenti, anche quando tutto il mondo circostante sembra volere il contrario.
Gli anni Sessanta, ricorda Paolini, furono una stagione irripetibile. Rivoluzione artistica e sociale, entusiasmo condiviso, coesione. «Il ruolo dell’artista è sempre e allo stesso tempo sociale e marginale», spiega. Sociale perché lega il proprio nome a ciò che resta; marginale perché non può imporre la propria verità. Un equilibrio che parla direttamente ai giovani: il senso dell’arte non è il clamore, ma la fedeltà al gesto e all’idea.
E il futuro? «L’arte di domani non si può immaginare», dice, e la frase risuona come un avvertimento. Non possiamo prevedere i rinnovamenti dell’arte, ma possiamo accoglierli, lasciarci sorprendere, comprendere che il gesto creativo, anche nel caos dell’epoca, conserva il suo mistero. È la sorpresa, insiste, ciò che rende valida un’opera, ciò che la rende viva.
All’osservatore, Paolini suggerisce silenzio e attenzione. Oggi, immersi in distrazioni continue, i visitatori spesso non ascoltano. «Sarà l’opera a condurlo altrove, se il visitatore si vorrà disporre all’“ascolto”». Non c’è fretta, non c’è urgenza: c’è solo la possibilità di lasciarsi attraversare, di trovare un contatto reale tra memoria, sentimento e percezione.
E infine, un momento privato, quasi intimo, in cui il maestro si è sentito vicino all’opera più che a una persona. È il 1960, ha vent’anni, realizza “Disegno geometrico”. «La ragione per cui mi sono trovato a essere pittore», confessa, «è stata vedere apparire sotto i miei occhi, quasi a mia insaputa, l’enigma del quadro come “versione originale”, una superficie che, sempre uguale a sé stessa, si fa eco di ogni possibile proiezione di immagine». Nessuna risposta, nessuna spiegazione: «Art happens», dice, citando Whistler e Borges. L’arte succede, accade. È un piccolo miracolo che sfugge alla storia, all’organizzazione, alla tecnologia.
Ecco il messaggio per i giovani, in un mondo che corre senza sosta: coltivare la memoria, nutrirsi di sentimenti, prendersi cura della propria attenzione. Anche nella velocità, anche tra le immagini generate da algoritmi, resta essenziale la lentezza del cuore, la capacità di ascoltare, di sorprendersi. Perché l’arte, alla fine, è sempre un ponte tra epoche, tra generazioni, tra il visibile e l’invisibile.












