Tra nevi, silenzi e forme di fontina: il contrabbando gentile del Colle dell’Arietta
Certe storie di montagna non fanno rumore. Non hanno spari né inseguimenti, non lasciano verbali né sentenze. Eppure sono storie di confine, di legge aggirata e di sopravvivenza. Sono storie che passano leggere sopra i tremila metri del Colle dell’Arietta, dove il vento ti taglia la faccia e il silenzio pesa più di una soma carica.
Da una parte c’è Cogne, raccolta e severa, con le sue case in pietra e i tetti pesanti di neve; dall’altra la Val Soana, che scende verso il Piemonte come una promessa di campi più larghi, di risaie lontane, di mercati meno avari. In mezzo, la montagna. E sopra la montagna, la necessità.

Per chi la guarda da lontano, la linea di cresta è un confine. Per chi la vive, è una misura: misura della fatica, del fiato, della fame.
A Cogne, per secoli, l’inverno non era una stagione: era una prova. Le scorte si contavano una a una, le patate diventavano moneta, il latte si trasformava in forme di fontina con la stessa solennità con cui si prepara un testamento. Le donne sapevano quanti giorni poteva durare una forma, gli uomini sapevano quanto pesava una promessa.
E allora, quando il granaio si faceva magro e la dispensa parlava con voce troppo sottile, si guardava verso sud. Non verso il sole, quello, in inverno, non bastava ma verso il colle.
Il Colle dell’Arietta non era un sentiero per signori. Era una lama di neve e pietra, una ruga antica della montagna che metteva alla prova le gambe e il coraggio. Ma era anche una strada, la più diretta tra la fame e la speranza.
Lo chiamavano contrabbando, ma era una parola grossa per una faccenda semplice. Non c’erano banditi né taglie, soltanto uomini e donne che scambiavano ciò che avevano in più con ciò che mancava.
Dal lato valdostano partivano forme di fontina, burro avvolto nella tela, tome stagionate che odoravano di alpeggio e di fieno buono. Partivano anche patate, qualche pezzo di lardo, a volte lana filata nelle veglie lunghe. Si caricava tutto sulle spalle, o sul dorso di muli pazienti, e si saliva.
Dal lato piemontese arrivava il riso. Arrivava il sale, che in montagna valeva più dell’oro. Arrivavano cereali, qualche spezia, talvolta vino. Il riso, soprattutto. Chicchi piccoli, bianchi, umili ma capaci di cambiare la cucina di una valle.
Non c’erano ricevute, né timbri. C’era la parola data. E la parola, in montagna, pesa più di un decreto.
Si partiva prima dell’alba. Non per nascondersi, anche se qualche guardia zelante poteva storcere il naso ma perché la neve al mattino è più dura e regge meglio il passo. Il fiato si faceva nuvola e le mani si intorpidivano attorno alle corde che legavano i carichi.
Ogni passo era una trattativa con la montagna. Ogni curva un dubbio: “Tiene il tempo? Tiene la neve? Tiene il cuore?”

Eppure si saliva. Perché dall’altra parte, oltre la cresta, c’era qualcuno che aspettava. Non un complice, ma un socio di necessità. Un piemontese con il cappello calcato sugli occhi e le mani grosse di terra, pronto a scambiare un sacco di riso con una forma di formaggio che sapeva di pascolo alto.
Si parlava poco, al colle. Il vento portava via le parole. Si contava, si pesava a occhio, si stringevano le mani. E poi ognuno tornava dalla propria parte, con il carico cambiato e la schiena ugualmente curva.
È curioso come un ingrediente straniero possa diventare identità. Eppure accadde.
Il riso attraversò il colle tante di quelle volte che finì per mettere radici nella cucina di Cogne. Entrò nelle minestre, si mescolò al burro e alla fontina, si fece piatto di festa e di conforto. Non era nato lì, ma lì trovò casa.
Così come la fontina, scesa verso il Piemonte, non era soltanto merce: era racconto di pascoli alti, di mungiture all’alba, di mani che sapevano aspettare la giusta stagionatura.
Quegli scambi silenziosi costruirono un ponte invisibile tra due comunità. Un ponte fatto di sapori, di abitudini, di reciproca fiducia.
Col tempo arrivarono strade migliori, controlli più rigidi, confini amministrativi più chiari. Il contrabbando, quello vero, quello delle merci tassate e proibite prese altre strade e altri volti.
Ma quello del Colle dell’Arietta rimase nella memoria come un “contrabbando gentile”. Una zona grigia tra regola e bisogno, dove la legge scritta si piegava davanti alla legge più antica: quella della sopravvivenza.
Nessuno si arricchì con quelle salite. Nessuno fece fortuna. Si fece, piuttosto, comunità. Si imparò che la montagna divide le carte, ma sono gli uomini a decidere come giocarle.
Oggi il colle è meta di escursionisti esperti. Si sale per il panorama, per la sfida, per il silenzio. Pochi immaginano che su quei sassi abbiano camminato generazioni di contrabbandieri senza malizia, con le spalle piegate e la dignità dritta.

E forse è giusto così. La montagna non ama vantarsi. Custodisce.
Ma se vi capita di fermarvi lassù, con il vento che vi sferza e la valle che si apre sotto come un libro antico, provate ad ascoltare. Forse sentirete il tintinnio lontano di una forma che urta contro un basto, il fruscio di un sacco di riso, una stretta di mano data in fretta prima di ridiscendere.
Non erano eroi, né fuorilegge. Erano montanari. E avevano capito una cosa semplice e testarda: che la montagna può essere confine solo per chi la guarda da lontano. Per chi la attraversa, è una strada.












