Published On: Dom, Ott 11th, 2026

Orgoglio, memoria e centinaia di foulard: la grande festa di tutti i Coscritti di Cogne

Ieri, 10 ottobre 2026, si è celebrata a Cogne, patria delle feste, una nuova ricorrenza. Si sono radunati tutti coloro che hanno fatto la festa dei Coscritti a Cogne: una “prima” che ha visto colorare la piazza e le vie del paese con così tanti foulard che, tutti insieme, non si erano mai visti nella storia della nostra comunità ai piedi del Gran Paradiso. Un momento “intimo” per la nostra gente, in un periodo in cui s’affaccia l’autunno e i tanti ospiti, archiviata la Devétéya, torneranno a trovarci con l’arrivo della neve (anche se quelli presenti questo sabato sono rimasti sorpresi da così tanti tamburi e da tanti foulard).

Ma cosa si celebrava? La festa dei coscritti di tutti i coscritti. In altre aree delle Alpi è conosciuta come la festa di leva o una sorta di “18esimo” (che a Cogne si festeggia l’anno dopo i 18), ma non ha nulla a che vedere con queste nuove “tradizioni un po’ americane e kitsch” di festeggiare la maggiore età. In principio era, diciamo, un momento di festa prima di partire per il servizio militare e spesso, purtroppo, per la guerra. Era un saluto condiviso con tanti altri giovani della stessa classe (anno di nascita) che partivano per il fronte. Come recita una nota canzone di Cogne: “Coraggio Coraggio Coscritti…. la barca la barca l’è pronta…. la nostra bandiera a Cogne dobbiam riportare”. Certo, a Cogne non c’è il mare e non c’è nessun porto da cui salpare, ma diversi furono i cognein che salparono da vari porti italiani per andare sui fronti di guerra e qualcuno, purtroppo, non ha più fatto ritorno. Si riceveva il celebre precetto, la “cartolina” che invitava a prepararsi alla leva obbligatoria (poi abolita a partire dalla classe del 1985 nel 2005). Su questo documento, la celebre foglie in patois, ci sono vari aneddoti: veniva infilato sul cappello e “timbrato” con il fondo del bicchiere inumidito di vino.

Il precetto originale della classe 1981 – Credit Giuseppe Cutano

Per fortuna, dopo il 1945 e una cruenta guerra civile, il Paese si è pacificato e, se la festa dei coscritti era un tempo riservata ai soli maschi di leva, si è via via aperta anche alle donne, che hanno iniziato a portare con orgoglio il celebre foulard. Una modernizzazione che ha aperto alle donne, con il loro voto nel 1946, anche nel nostro piccolo paese di montagna. Cogne, inoltre, con le sue miniere è sempre stata terra di immigrazione da diverse regioni d’Italia; a differenza di altre realtà valdostane, lo dimostrano all’anagrafe i tanti cognomi non francofoni, ma di origine piemontese, veneta, sarda o calabrese. Non per questo, però, a chi non era da generazioni di Cogne è stato negato di partecipare a questa festa. Una volta di più la comunità si è dimostrata accogliente e, insieme a questa “multiregionalità”, si è costruita la Cogne di oggi: una località a cui viene riconosciuto un forte e stretto legame di inclusione tra i suoi abitanti, che anche nei momenti più difficili ha saputo rimboccarsi le maniche da sola ma che, e di certo non lo si nega, è nota anche per la sua grande voglia di far festa.

Torniamo però alla cronaca dell’evento che, come tradizione vuole nelle feste dei coscritti (il giorno dopo la festa del Barò), si è aperto con la Messa. Anche in chiesa non si erano mai visti tanti foulard tutti insieme. La celebrazione officiata da Don Carlo è stata il prologo di una lunga giornata: ricevuta la benedizione, tutti i coscritti si sono riuniti sul sagrato per alcune belle suonate con i tanti jouveur di Cogne (i fisarmonicisti) che hanno poi allietato l’intero evento.

I momenti emozionanti si sono susseguiti per tutta la giornata, tra ricordi vivi e colorati di quella festa che la stragrande maggioranza dei cognein ha vissuto. Ad esempio io, prima di uscire di casa per recarmi a Messa e per il primo incontro con gli altri coscritti, ho provato lo stesso “friccichio” (molti non me ne vorranno se prendo in prestito questo termine del Centro Italia) che rende bene quel senso di emozione e di trepidazione che già da piccolo provavo, appena indossato il costume di Cogne, prima di sfilare con il Tintamaro Enfants e poi con il Tintamaro per le vie del paese durante la Veillà (a Sonveulla, un momento che manca ormai da tanti anni e su cui noi che abitiamo nel capoluogo dovremmo riflettere). I 7 gradi della mattina non li senti, esattamente come non li sentivi (anche sotto lo zero) quando da coscritto portavi il Barò (il barile di vino) sulle spalle ballando sulla Piasse de Djan, la nostra piazza che guarda al Gran Paradiso.

Scrivendo questo pezzo è difficile non divagare dalla cronaca per finire nei ricordi e negli aneddoti. Visi che non si incrociavano da tempo perché il tempo passa e anche Cogne cambia: non essendoci più la miniera come forte attrattore occupazionale, molti (fra cui il sottoscritto) lavorano lontano dalle nostre montagne. Ma nonostante questo, l’amore per Cogne li ha fatti ritornare in questa occasione a dispetto della distanza: c’è chi vive all’estero, chi nel resto d’Italia o chi, più banalmente, si è trasferito ad Aosta e dintorni, ma nessuno ha voluto mancare a questo appuntamento.

Alcuni tamburi appesi al Pala Cento Perruchon, insieme al grande tamburo – Credit Giuseppe Cutano

Questa festa è stata un po’ anche come la consegna degli Oscar alla carriera, perché durante la giornata sono stati chiamati a parlare alcuni decani dei coscritti e delle feste di Cogne. Fra questi Mario Jeantet, conosciuto da tutti come Mariolino. L’emozione è stata molta e la comunità intera ha voluto abbracciarlo simbolicamente, ma anche con abbracci reali. Con la sua rituale umiltà, Mariolino è un simbolo ad honorem di queste feste, che ha accompagnato fino al 2005 dopo 42 anni di attività come suonatore e accompagnatore di tanti coscritti. Come non citare poi Adolfo Gérard noto a tutti come “Dolf“, che ha preparato con tanto amore le pelli per collaudare oltre 1.400 tamburi, con il legno lavorato da Franco Bibois e la parte in ferro da Dante Bibois. Oggi questi “pensionati d’eccellenza”, custodi della tradizione unica del tamburo di Cogne, hanno passato il testimone a diversi giovani del paese, a cui auguriamo di proseguire con lo stesso entusiasmo. Non ultima la mitica maestra Rosina Ruffier, che ha accompagnato tanti di noi all’asilo (ricordo ancora come mi attaccavo al suo grembiule da piccolo) e che ogni volta che la incontriamo ricorda con affetto quei primi giorni in cui tanti cognein si affacciavano al mondo della scuola. Lei, maestra dei fiocchi dei tamburi, ha lanciato un appello affinché qualche ragazza (ma perché no, anche qualche ragazzo) raccolga questa tradizione e questa tecnica che trovava il suo apice nella festa del Tamburo, la festa dei coscritti che precede il Barò, dove la tradizione vuole che siano le ragazze a infiocchettare i tamburi.

I foulard erano molto diversi fra loro, ma accomunati da un unico significato. A Cogne il foulard, a differenza di quanto avviene per altri coscritti della Valle d’Aosta, lo indossiamo sulle spalle con orgoglio e con onore, e non in vita. Questo ci ricorda il peso degli zaini da montagna e la responsabilità di portare avanti queste tradizioni, proprio come si portava lo zaino per salire alle miniere di Colonna. Perché non sembra, ma mandare avanti queste tradizioni è una responsabilità per tutta la comunità, che deve “sobbarcarsi” questo importante bagaglio culturale. Sui foulard e la varietà, sarà importante fare un approfondimento. Ad esempio dalla classe 1977 è apparso il nome proprio della coscritta o del coscritto, ma d’altronde, per analogia e volendo fare una battuta è successo anche nel mondo del calcio quando sono apparsi sulle magliette dei giocatori i nomi.

I coscritti davanti al sagrato della Chiesa di Sant’Orso di Cogne – Credit Photo Giuseppe Cutano

È stato bello vedere anche il partecipante più anziano, Francesco Jeantet, classe 1935, conosciuto da tutti come “François” (cosa che ci ricorda come chi è nato sotto il ventennio sia stato costretto ad usare nomi italofoni). In prima fila in chiesa ci ha poi ricordato al microfono quanto sia importante che queste feste proseguano, ma anche come ci si possa sentire vivi a 90 anni! Dal 1935 al 2007 con i coscritti in carica: 72 anni di classi di coscritti, anche se la festa è molto più antica ed è iniziata già ad inizio ‘900. Un video con immagini storiche le ha ripercorse tutte dal 1901 al 2007: oltre un secolo di ragazze e ragazzi di Cogne!

Per dare qualche numero, erano presenti circa 270 coscritti che hanno colorato le vie di Cogne e poi la palestra, conosciuta purtroppo da pochi come il Pala Cento Perruchon. Qualcuno, arrivato alla spicciolata, non ha trovato il foulard o il tamburo all’istante, ma nonostante questo lo spirito di condivisione di ricordi ed aneddoti è stato fortissimo per tutti. Si sono poi appesi tutti i tamburi in palestra e se ne sono contati circa 180: sicuramente non era mai successo che ce ne fossero così tanti insieme, anche se nella storia recente ce ne sono almeno altri 1.000 in giro per Cogne (o nei luoghi in cui si sono trasferiti alcuni cognein)!

Una grande sorpresa è stata il tamburo gigante costruito da Silvano Buthier, uno dei principali animatori e ideatori di questa festa, insieme ai suoi aiutanti. Un grande tamburo alto oltre due metri che ha permesso a tutti i coscritti presenti, come da tradizione, di firmare il cerchio in legno. Silvano, forse molti non lo sanno, è anche l’ideatore del grande campanaccio che campeggia negli ascensori di Revettaz, diventati ormai la porta d’ingresso di Cogne dal 2010. Facciamo da qui un appello affinché anche questo tamburo gigante trovi la giusta collocazione in un luogo simbolo di Cogne. Mancava una sorta di “monumento” a questo strumento, che presenta caratteristiche uniche in tutte le Alpi e che viene suonato con il famoso “rouner”, ovvero facendo vibrare il dito inumidito sulla pelle del tamburo con un suono unico, vero e proprio marchio certificato di Cogne.

Non ultime per importanza le giovani ragazze come Nathalie Cavagnet, Laura Gérard e Sylvie Charvet che hanno organizzato, insieme a Silvano e ad altri collaboratori, la “prima” di un evento che resterà negli annali. Bello vedere come giovani generazioni, la famosa “Gen Z” (nate dopo il 2000), abbiano organizzato un evento della tradizione. Speriamo non rimanga un caso unico, ma che ogni 2 o 3 anni possa tornare a radunare così tanti cognein, vicini e lontani, legati a queste belle tradizioni. Lancio anche un appello: nel 2015 avevo provato a portare avanti un progetto affinché tutte le tradizioni di Cogne potessero candidarsi a diventare patrimonio immateriale dell’UNESCO. Avevo preso contatti con Roma e con la Regione, ma mi sono reso conto che un progetto così importante e sfidante può essere portato avanti solo da un gruppo di giovani determinati.

Come dicevo, è difficilissimo condensare una giornata intensa come quella di ieri. Un sentito ringraziamento va a tutti coloro che hanno reso possibile questo momento e a tutti i coscritti che hanno animato la festa. Concludo dicendo semplicemente: W Cogne!

Il grande tamburo – Credit Photo Anne-Marie Voyat

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. * Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it * * IG: @latitude_45