Published On: Sab, Set 26th, 2026

Devétéya di Cogne, perché le mucche hanno un “cappello”? La storia del bosquet

A Cogne la montagna, una volta all’anno, si sveste. E quando lo fa, le mucche scendono in paese con campanacci, fiori, nastri e una strana corona sulla testa. Ma quel bosquet racconta molto più di una festa.

C’era una volta una montagna che, per tutta l’estate, si vestiva.

Si vestiva di erba.

Di larici.

Di campanacci.

Di pastori con le mani occupate dal lavoro e gli occhi abituati a guardare il cielo prima ancora dell’orologio.

E soprattutto si vestiva di mucche.

Poi arrivava l’autunno.

E la montagna cominciava a spogliarsi.

Prima lasciava cadere qualche foglia gialla. Poi qualcuna rossa. Poi mandava giù il freddo dalle cime, come un bambino che rovescia senza volerlo un bicchiere d’acqua sul tavolo.

Infine chiamava le mucche.

«È ora di tornare».

Le mucche, naturalmente, facevano finta di niente.

Perché le mucche di Cogne non hanno mai avuto particolare fretta.

Ed è così che, quando l’estate finisce, la montagna si sveste e le mandrie scendono verso il paese.

A Cogne questa cosa ha un nome bellissimo: Devétéya.

Una parola che nel patois locale richiama proprio la “svestizione”: se d’estate la montagna viene vestita dalla presenza degli animali e degli uomini, con l’autunno arriva il momento di togliere quel vestito e lasciare che il paesaggio cambi colore, ritmo e rumore.

Il silenzio, allora, ricomincia a salire.

Ma prima che arrivi il silenzio c’è una festa.

E nella festa c’è una mucca con un cappello.

O, per essere precisi, con un bosquet.

Il 26 settembre 2026, a Cogne, le mandrie torneranno a valle. Il giorno seguente la festa continuerà con la benedizione degli animali.

Ma il momento che più colpisce gli occhi è quello della sfilata.

Le bovine attraversano le vie del paese ornate a festa, accompagnate dalla musica e dai costumi dei Lou Tintamaro de Cogne.

E in mezzo ai campanacci e ai passi degli allevatori compare lei.

La Reina di Cornes di Ruben Bovet – credit by Giuseppe Cutano

La Reina di cornes.

La regina delle corna.

Porta il bosquet rosso.

Dietro di lei arriva la Reina di lacé, la regina del latte, con il bosquet bianco.

E allora viene da domandarsi:

perché?

Perché proprio un mazzo di rami, fiori e nastri sulla testa di una mucca?

La risposta più semplice sarebbe: perché è bello.

Ma in montagna le cose raramente sono soltanto belle.

Spesso sono anche memoria.

Il bosquet è costruito con rami di pino, nastri, fiocchi e fiori colorati. Un piccolo giardino messo tra le corna.

Per la regina del latte compare anche il simbolo del secchiello.

Per la regina delle corna, invece, uno specchietto.

E qui la storia diventa quasi una favola.

Perché quella mucca che ha passato l’estate sui pascoli, mangiando erba e affrontando la montagna, improvvisamente si ritrova davanti agli occhi un piccolo pezzo di mondo.

Si guarda.

E forse pensa:

«Finalmente qualcuno si è accorto che sono una regina».

Il bosquet non è un cappello

Nelle fotografie della Devétéya il bosquet sembra quasi un cappello floreale.

Ma chiamarlo semplicemente decorazione sarebbe riduttivo.

È un segno.

Un modo per riconoscere pubblicamente una bovina che durante la stagione d’alpeggio ha conquistato un ruolo particolare.

La Reina di cornes rappresenta la gerarchia, la forza, quella dimensione della vita delle mandrie legata anche alla tradizione delle Batailles des reines.

La Reina di lacé racconta invece un’altra forma di prestigio.

Non la forza delle corna, ma quella del latte.

Due regine.

Due modi diversi di essere importanti.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più belli della tradizione.

La montagna non premia soltanto chi combatte.

Premia anche chi produce.

La corona rossa e quella bianca raccontano due linguaggi diversi dello stesso mondo rurale.

Per capire la Devétéya bisogna dimenticare per un momento la fotografia della mucca con i fiori.

La festa comincia mesi prima.

Comincia quando gli animali salgono verso gli alpeggi.

Comincia con il lavoro degli allevatori, con la mungitura, con il pascolo, con il latte.

Comincia lassù, dove la montagna non è un panorama ma un luogo di lavoro.

Per secoli la monticazione e la discesa a valle hanno seguito il calendario delle stagioni.

La salita arrivava all’inizio dell’estate.

La discesa, verso la fine di settembre.

Tre mesi nei quali uomini e animali vivevano secondo un tempo diverso da quello delle città.

Poi arrivava il momento di tornare.

Non era semplicemente la fine delle vacanze.

Era la fine del lavoro in alta quota.

Il ritorno alle stalle.

Il momento di fare i conti con l’inverno che stava arrivando.

E così la discesa diventava festa.

sfilata delle mucche – credit by Giuseppe Cutano

Quando le mucche decisero dove abitare

A Cogne esiste però un’altra storia.

Una di quelle storie che appartengono a quel territorio misterioso dove la memoria incontra l’immaginazione.

Si racconta di alcune mucche che, un giorno, fuggirono dagli alti pascoli.

Scapparono verso valle.

E dietro di loro andarono i proprietari.

A forza di inseguirle, gli uomini arrivarono nei luoghi nei quali sarebbero poi sorti alcuni degli attuali villaggi.

Ora, un bambino potrebbe domandare:

«Ma allora sono state le mucche a fondare Cogne?».

La risposta degli adulti sarebbe probabilmente:

«No».

Ma quella dei narratori potrebbe essere diversa.

«Non proprio».

Perché nelle montagne le leggende non hanno sempre bisogno di essere vere alla lettera.

Devono essere vere in un altro modo.

Raccontano ciò che una comunità pensa di sé.

E questa storia dice una cosa semplice e potentissima: per vivere in montagna, l’uomo ha dovuto imparare a seguire gli animali.

Non sempre il contrario.

Forse è anche per questo che, ancora oggi, quando le mandrie scendono verso Cogne, sembra quasi che il paese le stia aspettando.

C’è una cosa che colpisce chi osserva una Devétéya per la prima volta.

Le mucche non sembrano comparse per caso in mezzo al paese.

Sanno dove andare.

Camminano.

I campanacci riempiono le strade.

Gli allevatori le accompagnano.

La gente si sposta per lasciarle passare.

Per qualche ora le automobili, i negozi, i parcheggi e la fretta sembrano appartenere a un altro universo.

Cogne diventa un paese di campanacci.

E la cosa più curiosa è che nessuno sembra stupirsene.

Come se fosse normale.

Come se fosse sempre stato così.

Ed è forse questo il miracolo delle tradizioni.

Non fanno tornare indietro il tempo.

Fanno sì che, per qualche ora, il tempo cammini insieme al presente.

Pecore alla Deveteya – credit by Giuseppe Cutano

Quando la montagna si sveste

La Devétéya contemporanea ha una storia relativamente recente, ma ciò che celebra è molto più antico.

La manifestazione è nata per riportare nel paese una parte della cultura rurale e pastorale di Cogne: il bestiame, la fiera, gli artigiani, i prodotti della montagna, la musica, la comunità.

Ma il cuore rimane quello.

Gli animali.

Il ritorno.

Il paese.

La memoria.

È una festa che mette insieme il lavoro e la festa, la fatica e il colore, il latte e la musica, l’alpeggio e la piazza.

Dice che dietro una Fontina c’è un animale.

Dietro un animale c’è un allevatore.

Dietro un allevatore c’è una stagione.

Dietro una stagione c’è una montagna.

E dietro la montagna c’è una comunità che, anno dopo anno, prova a non perdere la propria grammatica.

Quella dei campanacci.

Quella del fieno.

Quella dei sentieri.

Quella delle parole in patois.

Quella delle mucche che diventano regine.

La grande bugia del bosquet

A questo punto possiamo confessarlo.

Il bosquet è una bugia.

Una bellissima bugia.

Perché dice che una mucca può essere una regina.

E noi, per un giorno, le crediamo.

Le mettiamo una corona.

La facciamo attraversare il paese.

La guardiamo.

La fotografiamo.

La lasciamo passare.

Ma forse la verità è che la corona non serve alla mucca.

Serve a noi.

Serve a ricordarci che per molto tempo abbiamo avuto bisogno di quegli animali per vivere in queste valli.

Che il latte non nasce nelle confezioni del supermercato.

Che l’alpeggio non è soltanto una parola da brochure.

Che la montagna non è soltanto un luogo dove andare in vacanza.

È anche un luogo nel quale qualcuno lavora.

Ogni giorno.

Anche quando piove.

Anche quando nevica.

Anche quando nessuno applaude.

Il 26 settembre, dunque, a Cogne le mucche torneranno.

La Reina di cornes passerà con il suo bosquet rosso.

La Reina di lacé con quello bianco.

Lou Tintamaro suonerà.

Le campane risponderanno.

Le strade si riempiranno.

E poi, lentamente, tutto finirà.

Le mucche torneranno nelle stalle.

I musicisti riporranno gli strumenti.

La gente tornerà alle proprie case.

E la montagna continuerà a spogliarsi.

Una foglia alla volta.

Un rumore alla volta.

Un colore alla volta.

Fino a quando resterà quasi nuda.

Allora, forse, guardando verso i pascoli ormai vuoti, qualcuno sentirà ancora un campanaccio.

Non sarà necessariamente vero.

Potrebbe essere il vento.

Potrebbe essere un ricordo.

Potrebbe essere una mucca che, prima di entrare nella stalla, si è voltata verso la montagna.

E magari, per un istante, ha pensato:

«L’anno prossimo torno».

Perché le montagne funzionano così.

Non promettono mai davvero di trattenere nessuno.

Promettono soltanto di aspettare.

E a Cogne, ogni autunno, quando arriva la Devétéya, sono le mucche a ricordarcelo.

Con un campanaccio al collo.

E un piccolo boschetto di fiori tra le corna.

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.