Andrea Fogli: contro il rumore del mondo
Esistono artisti che cercano di occupare lo spazio.
E poi ce ne sono altri che tentano, ostinatamente, di liberarlo.
Andrea Fogli appartiene a questa seconda categoria. La sua ricerca non nasce dalla volontà di imporsi, ma da quella — assai più rara — di sottrarsi al frastuono contemporaneo. Nei suoi lavori il gesto artistico torna a essere ascolto, lentezza, attraversamento. Carta, polvere di grafite, argilla, carboncino: materiali fragili e imperfetti diventano strumenti per interrogare il presente, la memoria e il destino stesso dell’umano.

In un tempo dominato dall’immagine istantanea e dalla spettacolarizzazione permanente, Fogli continua a scegliere la via opposta: quella dell’attenzione.
Le tracce dell’intervista qui raccolte (impossibile trascrivere tutto: l’artista quando parla è fiume in piena) non sono soltanto una riflessione sull’arte. Sono anche una presa di posizione sul nostro tempo.
1 – Nei “7 Atlanti” il gesto artistico sembra nascere spesso da azioni minime, ripetute, quasi quotidiane. In un’epoca che chiede velocità, visibilità e risultato immediato, che valore può avere per i giovani un’arte che sceglie lentezza, attenzione e continuità?
“Tutto dipende da cosa e chi dovrebbe seguire l’artista, o lo stesso singolo essere umano”, risponde Fogli. E subito affonda il colpo contro quella che definisce “la corsa alla visibilità”, alimentata dalla ricerca continua di una posizione “elevata” e redditizia, ma anche “dall’abuso narcisistico dei social”.

Per l’artista, quelle azioni minime e quotidiane presenti raccolte nella mostra e nel libro “7 Atlanti” nascono proprio in opposizione a questa deriva: sono “riscoperta dell’attenzione e della cura”, un modo per tornare in sintonia con il proprio tempo interiore e disconnettersi dal “flusso conformistico e alienante” che attraversa la società contemporanea.
E poi arriva un’immagine fortissima: “scendere dal piedistallo”.
Un gesto che Fogli considera difficile soprattutto “per chi vuol essere artista”. Racconta infatti di aver praticato questa scelta già ventenne, quando realizzava soltanto minuscoli “Disegni neri” a inchiostro su carta umida, rimanendo volutamente distante dalla spettacolarizzazione artistica del ritorno alla pittura degli anni Ottanta.
“Nulla vieta che oggi un giovane possa decidere di andare per la sua strada”, afferma. “Per me è già premiato se compie questa difficile scelta.”
2 – I “Vedenti” convocano figure del passato che hanno saputo opporsi al proprio tempo con uno sguardo scomodo, profondo, talvolta solitario. Secondo lei, oggi esistono ancora “sguardi resistenti” capaci di incidere nella società, o il rumore dell’attualità li rende invisibili?
Nel ciclo dei “Vedenti” (2002/2024) sono colti gli sguardi di personalità ben note, da Pasolini a Hannah Arendt, da Franco Basaglia a Maria Montessori, da Martin Luther King a Rosa Luxemburg, ma ho aggiunto alla fine anche una persona pressoché sconosciuta che mi ha indicato mio figlio, Berta Caceres, l’ambientalista uccisa pochi anni fa in Sud America.
Ed è proprio da qui che parte la sua riflessione: oggi gli “sguardi resistenti” andrebbero cercati soprattutto tra le persone comuni, non nei grandi libri di storia o di cultura. Tra artisti e intellettuali è molto più difficile incontrarli”, ammette. Eppure, quando questi sguardi si incontrano, “si riconoscono”. Non attraverso appartenenze estetiche o biografiche, ma tramite una comune tensione verso l’essenziale e la verità.
Per Fogli, uno “sguardo resistente” può appartenere anche semplicemente a chi disegna o deposita nell’argilla “presenze irradianti, luminose o oscure, vive”, libero dalle convenzioni dell’arte del proprio tempo: “una volta c’erano gli accademici Pompiers dei Salons francesi dell’800 che facevano muro contro la rivoluzione dell’Impressionismo; non diversamente le avanguardie e le neoavanguardie hanno instaurato una sorta di ortodossia e Accademia che ha fatto muro contro chi la pensava diversamente …”
3 – Lei ha spesso sottratto i suoi cicli al mercato dichiarandoli indivisibili. È anche una presa di posizione etica?
“Sì”, risponde senza esitazioni.
Cita i 365 disegni del “Diario delle ombre” e i 111 dei “Vedenti”, le 59 terracotte del “Fantasma della storia” e le 141 del “Piccolo Popolo”: opere volutamente lasciate integre, in aperta disobbedienza ai meccanismi commerciali dell’arte contemporanea.
Fogli parla di “arte borghese” degli ultimi due secoli e contrappone a questa visione quella degli antichi, a volte anonimi artigiani, capaci di creare cicli unitari destinati a una fruizione collettiva e umana. Ho pensato soprattutto alla possibile futura fruizione da parte di anonimi esseri umani”, spiega.
E qui emerge uno dei nuclei più radicali del suo pensiero: secondo Fogli l’arte contemporanea continua troppo spesso a specchiarsi nei grandi committenti e collezionisti ( e nei “loro” mega musei e gallerie) , dimenticando invece “lo sguardo e l’animo più profondo degli esseri umani”.
“Non c’è niente da fare, la democrazia non attrae, il riferimento sembra ancora essere un Papa o un Monarca”.

4 – Nei suoi lavori materia, numero e ritualità sembrano costruire una forma di sostenibilità non solo ecologica, ma esistenziale e culturale. Pensa che l’arte oggi debba ripensare il rapporto tra umanità, natura e tempo?
La risposta di Fogli è durissima verso certa contemporaneità artistica. Parla di forme d’arte ancora figlie dei futuristi che elogiavano la guerra e delle neoavanguardie che guardavano alla natura come a “una faccenda ottusa”, quando oggi per le nuove generazioni la guerra è solo morte e distruzione e la natura e la Terra una madre che va rispettata e protetta . Poi denuncia anche quello che definisce “Art Washing”: una recita estetica e ideologica che maschera superficialmente temi politici, ambientali o sociali.
Cita Guy Debord e la “Società dello Spettacolo” che profetizzò alla fine degli anni ’60 e oggi si è definitivamente realizzata. “Se non si prova estraneità e disgusto verso questo meccanismo”, afferma, “non si è pronti a farsi carico di un mutamento personale e collettivo.”
5 – Il disegno, la polvere, l’argilla cruda: materiali fragili, reversibili, non monumentali. È una scelta poetica o anche una risposta consapevole alla retorica della permanenza?
“Le scelte veramente poetiche sono sempre anche risposte alle retoriche dominanti.”
Fogli parla dell’argilla, della grafite e del carboncino come di materiali che custodiscono una fragilità necessaria. Una fragilità che considera persino terapeutica. “La carta, l’argilla, l’impermanenza dei segni possono diventare un antidoto”, spiega, “contro tutto ciò che vuole ridurre l’umano a qualcosa di inferiore e antiquato rispetto a un futuro roboticamente intelligente.”
La sua riflessione si allarga allora verso il tema del postumano e dell’intelligenza artificiale, interrogando il rischio di un mondo sempre più fittizio e distante dalla sensibilità reale.
6 – Guardando al suo percorso, sente di aver attraversato una trasformazione dello sguardo o piuttosto un suo affinamento?
“Ci si trova, ci si perde.”
La risposta di Fogli è quasi narrativa. Racconta di aver trovato molto presto una propria direzione con i “Disegni neri”, per poi attraversare anni di deviazioni e sperimentazioni. “Normalmente dopo dieci o quindici anni il cammino si fa più personale”, spiega, “ma non bisogna mai chiudersi in una formula”.
E qui torna il suo sguardo critico sul sistema dell’arte contemporanea, descritto come un supermercato dove le opere vengono “fabbricate per stare lì”, sugli scaffali. Qui, improvvisamente, arriva una delle immagini più belle dell’intervista: “L’arte è forse quel surplus che separa un sugo fatto con i pomodori del proprio orto da una qualsiasi scatoletta di pelati.”

Una frase semplice, ma capace di dire moltissimo sul senso autentico della creazione.
7 – Se dovesse indicare ai giovani non una strada da seguire, ma una postura da assumere davanti all’arte e alla vita, quale sarebbe?
Fogli non parla di successo, tecnica o carriera. Parla di postura.
“Partirei da una posizione orizzontale, onirica, introspettiva”, dice. Poi invita ad alzarsi e diventare viandanti dei luoghi concreti, non dei mondi digitali. E infine parla della danza: del sollevarsi da terra per sfuggire a chi vorrebbe catturarci.
“Per avanzare dritti e forti non serve avere postura militaresca o presupponenza accademica”, conclude. Serve piuttosto “il radicamento armonico nella flessibilità e fragilità del vivente”.

Con Andrea Fogli non si esce da un’intervista con delle certezze rassicuranti.
Si esce, piuttosto, con una sensazione di resistenza.
La sensazione che, anche dentro un tempo dominato dal rumore, dalla velocità e dalla superficialità, esista ancora la possibilità di un gesto lento, fragile, profondamente umano.
Un gesto che non cerca di conquistare il mondo.
Ma semplicemente di restare vivo.












