Matteo Della Bordella: «La paura è una compagna di viaggio. In montagna non si lascia niente»
Dall’infanzia vissuta attraverso la montagna del padre alla Patagonia, dal rischio alla paura, dalla ricerca dell’ignoto ai cambiamenti irreversibili del clima. Matteo Della Bordella racconta a GeoMagazine.it il suo modo di vivere l’alpinismo: non come conquista, ma come esplorazione, curiosità e capacità di ascoltare la montagna.
Ci sono persone che salgono una montagna per raggiungere una vetta.
E poi ci sono persone che, salendo, cercano qualcosa che sta molto più in alto della vetta.
Matteo Della Bordella appartiene alla seconda categoria.
Alpinista, membro dei Ragni della Grignetta e protagonista di alcune delle più importanti ascensioni della sua generazione, ha portato il proprio modo di intendere la montagna dalle Alpi alla Patagonia, dalla Groenlandia al Karakorum.

Ma dietro le pareti, le spedizioni e le imprese c’è una storia molto più umana.
C’è un bambino che ha incontrato la montagna attraverso suo padre.
C’è la curiosità rimasta intatta nel tempo.
C’è la paura, che con l’esperienza non scompare ma diventa più consapevole.
C’è il desiderio di andare dove nessuno è ancora arrivato.
E c’è una montagna che, proprio perché non può essere conquistata, obbliga l’uomo a confrontarsi con i propri limiti.
La sua è una storia nella quale convivono paura e libertà, ambizione e rinuncia, esplorazione e responsabilità.
E oggi, mentre il cambiamento climatico modifica rapidamente le montagne che conosciamo, anche l’alpinismo è costretto a interrogarsi sul proprio futuro.
Abbiamo incontrato Matteo Della Bordella, ospite de “La Settimana della Montagna” a Malé (Trento), per parlare di questo.
Non soltanto di come si arriva in cima.
Ma cosa rimane dell’uomo quando davanti a sé ha una parete.
Matteo, prima dell’alpinista c’è il bambino che ha iniziato a guardare la montagna attraverso gli occhi di suo padre. Quanto di quel bambino è ancora dentro l’uomo che oggi affronta alcune delle pareti più difficili del mondo? E quanto, invece, hai dovuto costruirti da solo?
È cambiato tanto da quel giorno in cui, da bambino, ho iniziato a scalare.
Però quello che era il motore di tutto, la scintilla, penso sia rimasto lo stesso.
È la curiosità di scoprire qualcosa di nuovo, di mettersi alla prova, di imparare.
La voglia di esplorare qualcosa al di fuori di me stesso e del mondo che conosco.
Quello è rimasto uguale.
Una volta erano le pareti delle Alpi, le pareti di casa. Adesso sono luoghi geograficamente più lontani, esperienze diverse, vie nuove, magari itinerari invernali.
Ma la curiosità è rimasta la stessa.
È cambiato il luogo della scoperta, non il motivo per cui continuo a cercare.

Chi vive la montagna a questi livelli convive inevitabilmente con il rischio. Dopo tutto quello che hai vissuto, hai imparato ad avere meno paura oppure hai imparato semplicemente ad ascoltarla meglio? E qual è, per te, il confine tra coraggio e incoscienza?
Chiaramente è cambiato tanto l’approccio, perché si cresce, si cambia, si evolve e non è più la stessa cosa di trentacinque anni fa.
Penso sia un po’ così per tutti.
Paradossalmente, con il tempo, la paura aumenta.
Quando sei giovane prevalgono magari la voglia e l’inesperienza, che non ti fanno conoscere determinate cose e quindi possono portarti ad avere meno paura.
Poi fai esperienze, affronti situazioni difficili e impari a conoscere meglio determinati pericoli.
L’esperienza ti dà consapevolezza di quello che può accadere.
E questo fa sì che tu possa avere più paura.
Ma la paura, alla fine, in montagna è un bene.
È quella che ti mette in guardia nelle situazioni in cui, se ti spingi troppo oltre, tutto può sfuggire al tuo controllo.
Il mio rapporto con la paura è quindi molto simile a quello con una compagna di viaggio.
Sai che è lì.
E quando si fa viva devi ascoltarla.
Non mi vergogno a dire che a volte ho paura. Se sei consapevole di determinati rischi, devi anche essere disposto a rinunciare.
Con l’idea, però, di poter tornare successivamente.
Questo è molto importante.
E con il tempo questo aspetto capita più spesso.
Poi, insomma, si diventa un po’ vecchi.

Hai intitolato il tuo primo libro La via meno battuta. Perché scegliere una strada non convenzionale quando davanti a noi ne esiste magari una più semplice? È la difficoltà a dare significato al viaggio oppure c’è qualcosa di più profondo?
Il titolo è nato quasi come una battuta, perché il mio alpinismo è sempre stato fatto di scelte non convenzionali.
Mi piace andare a vedere quei luoghi più remoti dove non va nessuno.
È questo il fascino che trovo nell’alpinismo.
Non è tanto un discorso legato alla difficoltà. Certo, mi piacciono le pareti difficili, questo è vero.
Ma la cosa più intrigante è poter dire:
“Vado nei luoghi più sperduti, apro vie nuove, sono il primo a fare qualcosa.”
Esplorare.
Dimostrare che anche al giorno d’oggi puoi andare e tracciare la tua via dove non è mai stato nessuno.
Questa è anche un po’ una scelta di vita.
Per questo il nome La via meno battuta è legato soprattutto a questo: non alla ricerca della difficoltà fine a se stessa, delle “rogne”, ma alla curiosità di andare verso l’ignoto.
La Patagonia è diventata una parte importante della tua storia. Che cosa continua a restituirti quella terra? E davanti a una montagna come il Cerro Torre senti ancora il desiderio di conquistarla oppure hai imparato che una montagna non si conquista mai davvero?
La montagna non si conquista.
Questa è una delle prime lezioni che mi ha insegnato.
La montagna ti lascia passare, ti lascia vivere le tue avventure e soddisfare i tuoi desideri.
Quando vedo il Cerro Torre, però, mi viene ancora voglia di scalarlo.
Per me è la montagna più bella del mondo.
L’ho scalato tre volte, ma con la testa i sogni su questa montagna sono ancora tanti.
È anche una montagna alla quale ho legato ricordi drammatici e difficili.
Per questo non è così semplice dire: “Ok, vado. Ok, provo”.
Ci vogliono consapevolezza, testa e preparazione.
La conquista non mi appartiene come filosofia.
Ma il sogno di scalarlo ancora, la voglia di tornare sul Torre, quella ce l’ho.

Tu le montagne non le osservi da lontano. Le attraversi, le tocchi e ci torni negli anni. Hai visto direttamente come il cambiamento climatico stia modificando la Patagonia e le Alpi. Che cosa stiamo perdendo realmente?
Sul cambiamento climatico, da un lato, dico finalmente che la gente si è accorta di questa cosa.
Noi che andiamo in montagna lo vediamo già da parecchi anni.
Adesso, però, sta toccando anche la gente comune.
Chiaramente dispiace quando il cambiamento climatico porta anche a eventi tragici, ma per noi era qualcosa che prima o poi sarebbe dovuto diventare evidente.
La montagna si sta modificando.
Sta diventando sempre più imprevedibile, sia in Patagonia sia sulle Alpi.
Io, sul Monte Bianco, quindici anni fa non vedevo l’ora che arrivasse l’estate per andarci a scalare.
Adesso d’estate ci sto alla larga.
Vado sul Monte Bianco fino a maggio e poi di nuovo da settembre-ottobre.
Questo dice già quanto sia cambiato il nostro rapporto con la montagna.
Che cosa stiamo perdendo esattamente non lo so nemmeno io.
Di sicuro stiamo modificando il nostro rapporto con essa.
E alcuni pezzi di montagna li stiamo perdendo davvero.
Perché crollano.
Come andrà a finire è impossibile prevederlo.
Ma sicuramente stiamo trasformando il nostro modo di vivere e di affrontare la montagna.
A questo punto dell’intervista arriva una domanda diversa.
Non riguarda una vetta.
Non riguarda una parete.
Non riguarda una spedizione.
Riguarda ciò che rimane.

Matteo, immagina di poter portare con te dalla montagna una sola cosa e di dover lasciare tutto il resto lassù. Cosa porteresti?
La mia filosofia, la regola più importante, direi l’unica regola, è che la montagna la devi lasciare come l’hai trovata.
Quindi non lasci niente di tuo e non prendi niente alla montagna.
In realtà, quindi, la risposta sarebbe: niente.
Però, se dovessi proprio dirti qualcosa, ti direi qualcosa di immateriale.
Il legame, l’amicizia con i compagni di cordata è la cosa più bella che mi porto a casa dalla montagna.
I ricordi con gli amici in montagna.
Questo.
E cosa lasceresti?
Ah, cosa lascerei…
No, quello niente. In montagna non si lascia niente.
Forse è proprio qui che si trova il senso più profondo delle parole di Matteo Della Bordella.
Dopo una vita passata a cercare nuove pareti, nuove vie e luoghi remoti, la cosa più importante che decide di portare a casa non è una vetta.
Non è una conquista.
Non è una fotografia.
È un legame.
L’amicizia con i compagni di cordata.
I ricordi.
La possibilità di aver condiviso qualcosa che, una volta tornati a valle, continua a vivere dentro di noi.
E forse non è un caso che la sua filosofia della montagna possa essere racchiusa in una frase così semplice:
“La montagna la devi lasciare come l’hai trovata.”

In un’epoca nella quale siamo abituati a misurare tutto attraverso ciò che conquistiamo, possediamo e portiamo via, l’alpinismo di Matteo Della Bordella sembra suggerire una strada diversa.
Andare.
Esplorare.
Spingersi verso l’ignoto.
Ma senza possedere.
Perché la montagna non è qualcosa da conquistare.
È qualcosa che, ogni volta, ci concede il privilegio di attraversare.
E forse è proprio questo che cambia quando si diventa alpinisti.
Da giovani si cerca la vetta.
Poi arrivano l’esperienza, la paura, le perdite, i rischi e le montagne che cambiano.
E lentamente si comprende che la vetta non era il punto.
Il punto era tutto ciò che accadeva mentre si saliva.
La curiosità del bambino.
La paura dell’uomo.
La fiducia del compagno di cordata.
La rinuncia quando necessario.
Il desiderio di tornare.
E quel momento, alla fine della salita, nel quale ci si guarda indietro e si comprende di non aver conquistato nulla.
Perché la montagna è ancora lì.
Noi siamo soltanto passati.
E forse la più grande lezione che possiamo portare con noi è proprio questa:
andare lontano senza lasciare traccia.
Intervista realizzata da Mattia Abram per GeoMagazine.it in occasione della Settimana della Montagna di Malé – Val di Sole (TN).
Matteo Della Bordella è un ambtassador Ferrino, azienda leader nell’attrezzatura per attività Outdoor che è anche partner di questa interessante rassegna che da anni vede Malé ospitare personaggi di spicco del mondo della montagna.












