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Dall’Antartide al Sahara: le meraviglie del paesaggio desertico

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Un deserto è per definizione un paesaggio o una regione che riceve meno di 250 mm ogni anno di precipitazioni e le più grandi aree della Terra che si adattano a questa definizione sono le regioni polari. L’Antartide ha una superficie di circa 14 milioni di chilometri quadrati, e di fatto risulta il più grande deserto del mondo.

Anche se il Sahara è il classico deserto che rispecchia l’immaginario comune, esso è “solamente” il più grande del Nord Africa. Con una superficie di 9 milioni di chilometri quadrati si distingue non solo per la sua aridità, ma anche per le alte escursioni termiche che avvengono in prossimità del suolo. Sahara vuol dire “la pianura”, ma anche “il vuoto”, ed è questa la sensazione più immediata suscitata da un deserto: una terra disabitata, quasi priva di vita, un’immensa solitudine.

IL CLIMA – I paesaggi desertici sono legati esclusivamente al clima: essi si sono sviluppati e persistono in quelle regioni della Terra in cui l’umidità è scarsissima e l’acqua in superficie è praticamente assente. Esclusa l’Europa, esistono grandi deserti in tutte le parti del mondo: alcuni sono caldissimi, altri con inverni gelidi, altri ancora nebbiosi; certi deserti sono circondati da catene montuose, altri sono lambiti dal mare; alcuni offrono distese di sabbia ondulata, altri pianure di roccia compatta, altri ancora sono frastagliati da alti picchi; molti sono sorti su antichi fondi marini emersi, oppure hanno preso il posto di vasti laghi scomparsi. Ma tutti sono nati dove il clima è diventato arido.

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DESERTI FREDDI – Se si osserva una carta mondiale delle precipitazioni si riconoscono aree in cui le piogge sono limitate. Sono le aree delle alte latitudini, con precipitazioni scarse e quasi esclusivamente nevose, il cui clima è detto “nivale” ed è caratterizzato da temperature estremamente basse, in quanto la media del mese più caldo non arriva a 10°C. Lassù nelle regioni polari, si trovano i deserti freddi: distese immense, disabitate o quasi, in cui si raggiungono le condizioni più proibitive per la vita. Alcune zone sono perennemente coperte di ghiaccio, come l’Antartide (un tempo coperto di foreste equatoriali). Altre conoscono una breve stagione durante la quale il suolo si sgela e la vegetazione attiva i suoi cicli con ritmi vertiginosi, come la tundra canadese o siberiana. In entrambi i casi il ghiaccio modella il paesaggio, insieme con l’acqua che deriva periodicamente dalla sua fusione, con forme che rientrano nei paesaggi glaciali e periglaciali.

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DESERTI CALDI E TEMPERATI – I deserti sono distribuiti in singole aree di varia estensione grosso modo lungo le 2 cinture a Nord e a Sud dell’equatore, nelle zone temperate e calde della Terra. La fascia equatoriale con le sue precipitazioni abbondanti e costanti, impedisce l’unione delle 2 cinture. Le alte pressioni sulle aree calde tropicali vi determinano un soffio costante di aria fredda che, discendendo sui continenti, si riscalda e secca ogni traccia di umidità, favorendo anche una maggiore insolazione e un intenso riscaldamento del suolo. Le precipitazioni sono ridottissime o addirittura assenti per lunghissimi periodi. Le rare piogge si concentrano in periodi brevissimi: violenti acquazzoni localizzati capaci di riempire improvvisamente le valli secche con piene improvvise, che il suolo riarso assorbe rapidamente. La temperatura raggiunge valori altissimi, ma soprattutto l’escursione termica sia diurna che annuale è fortissima (alterando fortemente le rocce). Nelle zone temperate gli stessi effetti di inaridimento sono provocati dai venti occidentali. Questi investono i continenti carichi dell’umidità raccolta sugli Oceani e se ne liberano sotto forma di precipitazioni; verso l’interno le masse d’aria si seccano e compare il clima arido, caratterizzato, a queste latitudini, anche da una stagione fredda.

LE CATENE MONTUOSE – Analoghe conseguenze provoca la presenza di una catena montuosa disposta trasversalmente rispetto alle correnti aeree umide, che nel risalire i rilievi, perdono la loro umidità e scendono lungo il versante opposto ormai secche: è nato così il deserto della Patagonia, al riparo della cordigliera andina meridionale. La presenza di catene montuose influisce sia nel modo precedentemente descritto, sia facendo diminuire la temperatura nei deserti che si sviluppano su altipiani, spazzati da venti gelidi. Qualunque siano i motivi che portano alla degradazione arida di un clima, il risultato è lo stesso: precipitazioni scarse, inferiori ai 250 mm, temperature elevate con forti escursioni, vegetazione rara o assente.

IL VENTO – L’altro aspetto che accomuna dei luoghi così tanto diversi, tra i vari tipi di deserto è il vento. La sua impronta ci ricorda quanto sia fondamentale nel modellamento della superficie terrestre. In queste condizioni l’acqua ha scarsissime possibilità di modellare il paesaggio e, allora, l’unico padrone rimane il vento. Quando la superficie terrestre, non protetta dalla vegetazione né dall’umidità, viene spazzata dal vento, nubi di sabbia e polvere si innalzano per centinaia di metri; i granelli di sabbia più grossolani possono percorrere decine di Km, quelli più fini e leggeri (silt) anche centinaia di migliaia. L’azione del vento che asporta materiale sciolto di piccole dimensioni (deflazione) pulisce i rilievi e porta ad affiorare la roccia nuda, priva di quel mantello di alterazione che costituisce in condizioni normali il suolo: si forma così il deserto roccioso (hammada). Dove il vento incontra, invece, pianure formate da sabbia e ciottoli (come antiche piane fluviali), i frammenti grossolani vengono lasciati in posto e si forma un vasto mosaico di ciottoli: è il deserto sassoso (reg o serir). Ma il vento è anche un ottimo abrasivo: un’auto esposta senza riparo ad una tempesta di sabbia, si ritrova con i vetri smerigliati!! Questo fenomeno però non è capace di formare grandi forme, come le vallate. Ma il paesaggio arido ha anche un altro volto, sicuramente più familiare: quello delle distese di sabbia, con limite solo l’orizzonte. Non tutti sono a conoscenza che questo volto rappresenta solo una parte minore del deserto del Sahara (30%), mentre in quelli americani è solo del 2%. La loro presenza è dovuta essenzialmente dall’instaurarsi di un clima arido più che al vento, come sedimenti di vasti bacini un tempo costellati di laghi (deserto del Kalahari) o di fondi marini emersi (Austalia meridionale).

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L’azione del vento è inoltre fondamentale per rimaneggiare continuamente il materiale, rimodellando continuamente la superficie. Dove la sabbia è abbondante il vento modella ondulazioni anche molto alte: sono i campi di dune Le dune non sono forme esclusive del deserto, ma si possono formare ovunque il vento possa aggredire accumuli sabbiosi, come molti litorali. Se il vento è costante, come nei deserti tropicali battuti dagli alisei, la forma della duna è caratteristica. Il fianco a riparo dal vento, assume una pendenza maggiore, e viene chiamato pendio di riposo naturale della sabbia. Esistono varie forme di dune: a mezzaluna (barkane), a lunghe catene sabbiose separate da corridoi (Gassi), a forma di S per venti variabili (Sif), cristallizzate (dune morte). L’altezza max misurata di una duna è stata di 200 m dalla base (nel Sudan e in Iran). Oltre queste dimensioni l’accumulo di sabbia smette di accrescersi. Ma tutta “la struttura” può spostarsi in modo integro anche di 10 m all’anno, in quanto i granuli risalgono il versante più dolce e ricadono verso quello riparato.Venti forti che spirino a lungo possono spingere le dune sino a soffocare le palme di un’oasi, mentre ai margini del deserto piccoli villaggi possono rimanere sommersi dalla sabbia.

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L’EROSIONE FLUVIALE – L’aridità è la causa fondamentale del deserto. Tuttavia, anche se in certe zone la media delle precipitazioni è meno di 1 cm all’anno, non esiste l’aridità assoluta, e l’acqua viene a lasciare la sua impronta anche nei paesaggi aridi: ma si tratta di un’impronta davvero particolare. Le piogge sono così rare e scarse da non poter alimentare corsi d’acqua perenni. Le precipitazioni, inoltre, sono concentrate in periodi brevissimi, anche di poche ore, intervallati da lunghissimi periodi di siccità. Le piogge del deserto sono, quindi, violenti acquazzoni localizzati; i rilievi su cui cadono non hanno la protezione del suolo e della vegetazione e le acque vi scorrono selvaggiamente per raccogliersi nelle valli profondamente incise, trascinando grandi quantità di detriti.

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L’erosione fluviale, che altrove modella lentamente il paesaggio, lavora qui con violente pennellate. Quando sboccano bruscamente nella pianura, questi torrenti perdono i detriti che trasportano, che finiscono per formare un ampio e continuo mantello di alluvioni, modellato con notevole regolarità (Glacis). I torrenti lo attraversano seguendo dei solchi a volte poco incisi, valli secche tranne il breve periodo delle piogge, e finiscono per espandersi in qualche ampia piana (playa) dove il suolo assorbe avidamente ciò che riesce a sottrarre all’evaporazione. Qualche ora dopo la pianura è solo un lago di fango umido e, poco dopo, una piatta distesa dura, segnata da un fitto mosaico di screpolature. Queste piane sono in genere piane “ribassate” rispetto a quelle circostanti, per cui le acque vi confluiscono da ogni parte, ma non hanno poi uno sbocco per uscirne: se l’aridità non è eccessiva può formarsi un lago salato (sebha o chott). La salinità di questi laghi è dovuta alle acque stesse che li formano, le quali dilavano piccole quantità di sali dai terreni che attraversano: in condizioni normali i sali proseguirebbero la loro corsa con l’emissario per raggiungere il mare, ma nella playa l’acqua evapora ed essi finiscono per concentrarsi. Dove tutta l’acqua evapora il fondo del lago si trasforma in una dura, abbacinante crosta di sale. Ma non tutta l’acqua del deserto è legata al sale: lo dimostra un altro elemento tipico del paesaggio desertico, l’oasi.

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LE OASI – Queste isole di vegetazione circondate dal vuoto del deserto, segnano i punti in cui l’acqua filtra in superficie, o attraverso un pozzo artesiano oppure perché le condizioni del sottosuolo favoriscono l’emergenza di una falda acquifera. Anche nel deserto i terreni del sottosuolo, se sono impermeabili sono impregnati da falde d’acqua, alimentate dalle zone d’infiltrazione ai margini del deserto. Molte di tali falde sono profonde, ma altre sono abbastanza superficiali, tanto che un avvallamento fa affiorare la falda e nasce l’oasi. Ma le “isole verdi” non sono solo la controprova che il deserto con il suo vuoto è dovuto solo alla mancanza di acqua: sono anche il segno che il deserto non è qualcosa di definitivo, immutabile. Si possono fissare le dune, si può anche portarvi l’acqua, con acquedotti o attingendola alle falde profonde: sconfiggendo l’aridità, si conquista il deserto.

Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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