Published On: gio, Lug 23rd, 2020

Duemila anni di tempeste nei Caraibi

I cicloni tropicali nell’Atlantico rappresentano una minaccia sostanziale per i Caraibi e per le aree limitrofe. La loro forza crescente e la frequenza in aumento descritte nel capitolo 15 del rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), aumenta la probabilità di catastrofi ecologiche e sociali.

I modelli climatici finora utilizzati, tuttavia, si basano su dati che mancano di profondità spaziale e temporale. I dati strumentali sul clima, come la misurazione regolare delle temperature della superficie del mare e la cronaca affidabile degli uragani, risalgono solo al XIX secolo, al massimo.

Ora, nell’ambito di un progetto di ricerca finanziato dalla German Research Foundation, il gruppo di lavoro sulla biosedimentologia presso il dipartimento di geoscienze dell’Università di Goethe è ora in grado di costruire e analizzare un “archivio” sedimentario che copre quasi l’intera Era Comune (2000 anni) con risoluzione annuale.

L’archivio comprende strati annuali a grana fine di sedimenti analizzati ai 125 metri di profondità del Blue Hole, la dolina alluvionale carsica al largo della costa del Belize (America Centrale). Lì si accumulano anno dopo anno 2,5 mm di fango calcareo, composto da detriti di conchiglie della barriera corallina, insieme a quantità variabili di materia organica.

Nel quadro di ampi studi condotti dal ricercatore Dominik Schmitt, con la collaborazione tra il gruppo di lavoro sulla biosedimentologia e i colleghi dell’Università di Berna (Svizzera), è diventato evidente che fenomeni climatici a breve e a lungo termine, come l’oscillazione meridionale di EL Niño (ENSO), l’oscillazione nordatlantica (NAO) e l’oscillazione multidecadale atlantica (AMO), hanno influenzato l’attività delle tempeste negli ultimi 2000 anni.

L’inizio del periodo caldo medievale (circa 900-1100 d.C.) costituisce un periodo di transizione importante; l’attività dei cicloni tropicali sembra sia cambiato sostanzialmente, presumibilmente in concomitanza con lo spostamento della zona di convergenza intertropicale (la zona a bassa pressione in cui convergono gli alisei) verso sud. Dal 100-900 d.C., l’attività delle tempeste nella regione tendeva a essere più stabile e più debole, mentre dal 900 d.C. fino ad oggi è risultata più variabile e più vigorosa.

È interessante notare che questo cambiamento nell’aumento della frequenza dei cicloni coincide con la fine della cultura Maya nell’America Centrale. È possibile che il maggiore impatto degli uragani sulla terraferma, combinato con le estese inondazioni nelle pianure, l’erosione indotta dalle piogge, a parte i periodi ricorrenti di siccità già noti — siano stati fattori climatici importanti che avrebbero influenzato il collasso della civiltà.

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- Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it