Published On: Dom, Giu 21st, 2026

La quercia di Sherwood: l’attività antropica e il clima uccidono il mito di Robin Hood

Da grandi a piccini tutti conoscono il mito inglese di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Abbiamo visto tutti il bellissimo cartone animato della Disney oppure i tantissimi film sul tema. Il mito di Robin Hood si fonde tra la leggenda e la realtà e sicuramente sintetizza un po’ una figura simile ai nostri briganti. In contrapposizione a Robin Hood, nelle ballate scritte sulla leggenda, c’era il temibile Sceriffo di Nottingham che andava a esigere le tasse dai poveri cittadini.

Dipinto di Annie D, Robin Hood e la Quercia di Sherwood
Dipinto di Annie Dorsey, FB

Il mito di Robin Hood voleva che l’eroe inglese vivesse nella foresta di Sherwood e trovasse rifugio in una quercia. Questa quercia, che prende il nome scientifico di Quercus robur ed è nota storicamente in Inghilterra come Major Oak, non sapremo mai se sia stata davvero utilizzata per dare rifugio a questi briganti, ma era stata individuata e diventata meta di visita da parte di tanti turisti. I botanici ne avevano stimato un’età di circa 800-1000 anni, dunque verosimilmente coeva con le ballate di Robin Hood (ambientate tra il 1100 e il 1200), anche se all’epoca non aveva ancora le monumentali dimensioni attuali (la chioma dei giorni nostri era pari a 28 metri di ampiezza). Nel 2002 era stata inserita fra le 50 piante più grandi della Gran Bretagna.

La targa dedicata alla “Major Oak”

È notizia di questi giorni che purtroppo, dopo circa 1000 anni, questa primavera la pianta non ha fatto più foglie e dunque si è conclusa l’epopea di questo grande albero. In passato furono fatte parecchie azioni per salvaguardarla, tipo sostenerla con tiranti, funi e pali d’acciaio fin dagli anni ’70, anche se col tempo si è compreso che tali interventi possono talvolta limitare la naturale flessibilità della pianta. Le attività antropiche, come la forte presenza di turisti, hanno causato il compattamento del terreno intorno alle radici, riducendo la porosità del suolo e rendendolo meno permeabile all’acqua e all’ossigeno. In ultimo, i cambiamenti climatici, che hanno intensificato gli eventi meteorologici estremi con sbalzi termici e piogge concentrate, hanno rappresentato un’ulteriore causa di stress fatale per l’esemplare.

Finisce così un mito ed è evidente che l’attività antropica su una pianta così delicata, ma in generale su ecosistemi delicati, possa avere effetti devastanti. Da oggi la pianta assolverà a un’altra funzione del suo ciclo vitale e continuerà a essere un microhabitat per insetti e fauna del bosco, salvo che qualcuno non decida di tagliarla oppure di “mummificarla“.



Fonti consultate: Nottingham Post, Corriere Animali, Wiki Source

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. * Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it * * IG: @latitude_45