Published On: Dom, Lug 26th, 2026

Quando l’uomo dimentica gli alberi

C’è una domanda che da ieri sera continua a ronzarmi nella mente.

E se fossimo noi la specie più fragile del pianeta?

Siamo abituati a considerarci il vertice dell’evoluzione. Abbiamo costruito città, ponti, satelliti, intelligenze artificiali. Abbiamo imparato a piegare i fiumi, scavare montagne, perforare gli oceani e modificare il paesaggio con una facilità che nessun’altra specie possiede.

Eppure c’è qualcosa che non sappiamo fare.

Non sappiamo creare un suolo vivo.

Può sembrare una frase banale, ma racchiude una delle più grandi lezioni che la natura possa impartirci.

Durante una serata organizzata dal Comune di Pellizzano (TN), in collaborazione con il Comune di Ossana (TN) e il Parco Nazionale dello Stelvio, il botanico e divulgatore Stefano Mancuso ha ricordato come il terreno naturale rappresenti una delle risorse più preziose del nostro pianeta. Un suolo ricco di vita non nasce in pochi anni: è il risultato di processi biologici e geologici lentissimi. Quando viene compromesso o sigillato dall’urbanizzazione, la sua ricostituzione può richiedere tempi lunghissimi, anche nell’ordine di molti decenni o più, a seconda delle condizioni ambientali.

È una riflessione che dovrebbe inquietarci.

Perché continuiamo a parlare di sviluppo come se ogni metro quadrato di terra fosse sostituibile.

Non lo è.

Quando osserviamo un prato vediamo il verde.

Quando osserviamo un bosco vediamo gli alberi.

Quando osserviamo una montagna vediamo la roccia.

Quello che non vediamo è la parte più importante.

Sotto i nostri piedi esiste un universo fatto di batteri, funghi, radici, insetti, minerali e microrganismi che lavorano incessantemente.

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Ogni cucchiaio di terreno fertile contiene miliardi di organismi viventi.

È un mondo che sostiene il nostro.

Noi costruiamo sopra quel suolo.

Loro costruiscono la vita.

Eppure continuiamo a consumarlo come se fosse infinito.

Per troppo tempo abbiamo considerato gli alberi come un elemento decorativo.

Sono molto di più.

Sono climatizzatori naturali.

Filtrano l’aria.

Assorbono anidride carbonica.

Producono ossigeno.

Regolano il ciclo dell’acqua.

Proteggono il terreno dall’erosione.

Mitigano le temperature.

Custodiscono biodiversità.

Sono, in fondo, una delle più sofisticate infrastrutture naturali che esistano.

E hanno una caratteristica straordinaria.

Non chiedono nulla.

Lavorano ogni giorno per noi senza presentare il conto.

Esiste una frase che sentiamo ripetere spesso.

“La natura si sta vendicando.”

Non è vero.

La natura non conosce la vendetta.

Conosce gli equilibri.

Siamo noi ad averli alterati.

Quando impermeabilizziamo il terreno, l’acqua non riesce più a infiltrarsi.

Quando riduciamo i boschi, diminuisce la capacità del territorio di trattenere l’umidità e stabilizzare i versanti.

Quando aumentano le concentrazioni di gas serra, cresce l’energia disponibile nell’atmosfera, rendendo più probabili eventi meteorologici estremi.

La natura non punisce.

Risponde.

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Chi vive la montagna sa che essa non è immobile.

Lo abbiamo visto anche in Pakistan.

Le devastanti alluvioni del 2022 hanno mostrato con estrema chiarezza quanto un equilibrio possa cambiare nel giro di poche settimane.

Interi villaggi sommersi.

Milioni di persone costrette a lasciare la propria casa.

Campi agricoli cancellati.

Un paesaggio trasformato.Torrenti che modificano il proprio corso.

Ponti compromessi.

Strade interrotte.

Versanti instabili.

La montagna continua a vivere.

Siamo noi che spesso dimentichiamo di ascoltarla.

Ogni evento estremo dovrebbe rappresentare non soltanto un’emergenza da affrontare, ma anche un’occasione per ripensare il nostro rapporto con il territorio.

Negli ultimi anni immagini provenienti da ogni parte del pianeta ci hanno mostrato incendi sempre più estesi, alluvioni improvvise, lunghi periodi di siccità e precipitazioni eccezionali.

Anche eventi geologici come i terremoti ricordano quanto la Terra sia un sistema dinamico, governato soprattutto dalla tettonica delle placche e da processi naturali che non dipendono dal cambiamento climatico. È importante distinguere fenomeni con cause diverse per comprendere correttamente ciò che accade.

Il cambiamento climatico, invece, influenza soprattutto il ciclo dell’acqua, le temperature e la frequenza o l’intensità di molti eventi meteorologici estremi. Ogni crisi ambientale mette in evidenza la vulnerabilità delle comunità e la necessità di adattare territori e infrastrutture.

La geografia del pianeta non cambia soltanto sulle carte.

Cambia nella vita delle persone.

Stefano Mancuso ha richiamato una stima discussa da numerosi studi internazionali: nei prossimi decenni centinaia di milioni, e secondo alcune proiezioni fino a un miliardo di persone, potrebbero essere costrette a spostarsi anche a causa degli effetti del cambiamento climatico.

È un numero che colpisce.

Ma ancora più della cifra, colpisce la domanda.

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Dove andranno?

Quali città potranno accoglierle?

Quali Stati saranno pronti?

Quali risorse saranno sufficienti?

Parliamo spesso di immigrazione come se fosse soltanto una questione politica.

Rischia di diventare, sempre di più, una questione climatica.

E il clima non conosce confini.

Forse continuiamo a discutere di ambiente come se fosse un tema tra i tanti.

Non lo è.

È il contenitore dentro il quale esistono tutti gli altri temi.

Economia.

Agricoltura.

Salute.

Sicurezza.

Energia.

Pace.

Persino la demografia.

Non esiste prosperità su un pianeta degradato.

Forse non dovremmo chiederci soltanto quale mondo lasceremo ai nostri figli.

Dovremmo domandarci anche quali figli sapranno ancora riconoscere un bosco come una casa e non come un semplice spazio vuoto da occupare.

Gli alberi continueranno a crescere, quando potranno.

La natura continuerà a cercare un nuovo equilibrio.

La vera incognita non è se il pianeta sopravvivrà.

La Terra lo ha già fatto per miliardi di anni.

La domanda è un’altra.

Saremo capaci di cambiare abbastanza in fretta da continuare a chiamarlo casa?

About the Author

- Diplomato a Milano in osteopatia, è appassionato di arte contemporanea e jazz. Ama la montagna, la sua sostenibilità e la cultura delle terre alte. Scrittore di fantasy e pittore per passione, intreccia linguaggi e immaginari diversi per raccontare il presente con uno sguardo sensibile e trasversale. Su GeoMagazine.it esplora i legami tra creatività, territorio e culture visive contemporanee.