Published On: Dom, Ago 16th, 2026

Etna 1992: gli eroi che domarono il gigante

C’è un bellissimo documentario del 1991 di Jean-Paul Delouche sull’Etna, la cui voce narrante è del mitico doppiatore Claudio Capone, storica voce dei documentari di Quark. Questo documentario, quasi presagio, precede una delle eruzioni più imponenti del ‘900, destinata a tenere con il fiato sospeso l’Italia e il mondo intero. È il 14 dicembre 1991 quando, dopo due anni di silenzio, il vulcano più alto d’Europa riprende la sua attività eruttiva. L’evento si protrarrà fino al 30 marzo 1993, segnando uno dei fenomeni eruttivi più lunghi della storia recente.

Estratto “La Stampa – 17 Dicembre 1991”

Le bocche eruttive, sorte a quote relativamente basse (intorno ai 2.200 metri e quindi circa 1.000 metri sotto il cono principale), misero in serio pericolo i paesi pedemontani. L’attenzione si concentrò sul comune di Zafferana Etnea, un centro sulle pendici sud-orientali del vulcano che contava allora circa 7.000 abitanti. Chi ha vissuto quel periodo ricorda come non passasse giorno senza che i telegiornali ne parlassero: non c’erano i social, ma in tutta Italia si seguiva con apprensione l’evoluzione degli eventi in Sicilia.

La lava puntava dritta verso l’abitato. Per fermarla, i tecnici guidati dal vulcanologo Franco Barberi, allora alla guida del Gruppo Nazionale per la Vulcanologia del CNR (non esisteva ancora l’INGV) e della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile, dovettero studiare un piano di contenimento senza precedenti. Gestire un flusso di circa 30 metri cubi al secondo non era un compito semplice. La lava, inoltre, scorreva per gran parte all’interno di tunnel sotterranei che isolavano termicamente il flusso, permettendogli di rimanere fluido e incandescente a grandi distanze.

Il primo sbarramento: la diga di Portella Calanna

Inizialmente si tentò la via di barriere passive. A Portella Calanna la Protezione Civile e il Genio dell’Esercito eressero a tempo di record una gigantesca diga in terra battuta e roccia alta 21 metri. Il terrapieno riuscì a trattenere la lava per circa due mesi, fino all’8 aprile 1992, quando la colata tracimò e proseguì la sua corsa verso contrada Piano dell’Acqua. A quel punto divenne chiaro che le sole barriere fisiche di contenimento non bastavano: serviva un intervento attivo per deviare la lava.

L’operazione “Tappo” e la deviazione del flusso

Con l’opinione pubblica e la popolazione sempre più preoccupate per il destino di Zafferana, nel maggio del 1992 si decise di tentare il tutto per tutto. Non bastava più rallentare il flusso; bisognava deviarlo verso la deserta Valle del Bove. Nacque così l’operazione “Tappo”, un intervento ad alto rischio guidato dal Gruppo Operativo Incursori (COMSUBIN) della Marina Militare.

L’operazione prevedeva l’uso di cariche esplosive per sventrare la parete laterale del tunnel lavico principale a quota 2.200 metri. Contemporaneamente, enormi blocchi in calcestruzzo vennero calati nel canale orfano per ostruire il flusso originale e forzare la lava a incanalarsi nel nuovo alveo artificiale.

Schema degli interventi – Tratto da Il Vulcanico

L’eroe con il cingolato: “Saro Ruspa”

Accanto a tecnici, vulcanologi, ingegneri e geologi, serviva chi mettesse in pratica le operazioni sul campo. Tra tutti si distinse Rosario Di Carlo, noto a tutti come “Saro Ruspa”. Lavorando a temperature elevatissime e a pochi metri dal margine della colata, Di Carlo guidò il suo escavatore per settimane, spianando il terreno, creando le vie d’accesso per i mezzi e piazzando materiale di supporto. Per il suo coraggio gli venne conferita la nomina a Cavaliere della Repubblica da parte del Presidente Oscar Luigi Scalfaro.

L’operazione fu un successo: il 27 maggio 1992 il flusso principale verso il paese fu definitivamente interrotto e la lava deviata. La sfida tra l’uomo e la natura si concluse con il sacrificio di un’area boschiva per salvare il centro abitato.

Estratto “La Stampa” – 28 maggio 1992

Un gigante “buono” ma imprevedibile

L’eruzione continuò in quota fino al 30 marzo 1993, ma Zafferana Etnea era ormai in salvo. Vennero messe in campo le risorse migliori per contrastare quel gigante che lo stesso Franco Barberi definì “buono, ma incline a qualche capriccio”. Un gigante con cui le popolazioni locali convivono da millenni, accettando i rischi in cambio della straordinaria fertilità regalata dai minerali della cenere a vigneti, agrumeti e frutteti.

I “capricci” dell’Etna continuano tuttora: nell’estate del 2026 l’aeroporto di Catania ha subito nuove chiusure a causa delle emissioni di cenere a cavallo di ferragosto, a dimostrazione che non è il vulcano ad essere un problema, ma la costante necessità dell’uomo di adattarsi e convivere con la sua forza imprevedibile.

Fonti Consultate: Archivio Storico La Stampa, Blog Il Vulcanico, Focus, Associazione Aviazione Navale, VHS Italia, Alfio Di Carlo

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. * Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it * * IG: @latitude_45