Luca Gandolfo: «Scendiamo nelle profondità della Terra, ma lì incontriamo anche noi stessi»
Dalle grotte del Penon agli archivi climatici custoditi nelle stalattiti, fino alla drammatica scoperta dei rifiuti abbandonati nelle cavità colombiane. Lo speleologo Luca Gandolfo racconta a GeoMagazine.it, durante la rassegna annuale de “La Settimana della Montagna” di Malè un mondo ancora in gran parte inesplorato, dove il tempo cambia ritmo, la scienza incontra l’avventura e la Terra restituisce all’uomo una domanda difficile: che cosa stiamo facendo al pianeta?
Ci sono luoghi nei quali il tempo sembra rallentare.
E poi ci sono luoghi nei quali il tempo smette completamente di essere quello che conosciamo.
Sottoterra non esistono alba e tramonto. Non c’è il cielo a ricordarci che un giorno sta finendo. Non ci sono i riferimenti abituali ai quali il nostro corpo e la nostra mente sono abituati.
C’è il buio.
C’è la roccia.
C’è l’acqua.
E c’è un mondo che continua a vivere secondo regole che l’uomo ha iniziato soltanto da poco a comprendere.
È il mondo della speleologia.
Un mondo che Luca Gandolfo conosce attraverso l’esplorazione, la ricerca e la scoperta. Un mondo nel quale esistono ancora cavità che, fino a quando qualcuno non le percorre e le mappa, ufficialmente non esistono.
Anche grazie all’associazione La Venta Esplorazioni Geografiche ci ha fatto aprire le porte del sommerso
Ma le grotte non sono soltanto luoghi da esplorare.
Sono archivi del pianeta.

Le concrezioni raccontano la storia del clima della Terra. I microrganismi custodiscono possibilità ancora sconosciute alla scienza. Le grotte glaciali mostrano ciò che accade sotto ghiacciai che si stanno trasformando rapidamente.
E poi ci sono le tracce dell’uomo.
Quelle che nessuno vorrebbe trovare.
Rifiuti gettati nei pozzi, nella convinzione che il buio possa cancellare ciò che non vogliamo più vedere.
Fino a una bambola trovata a ottanta metri di profondità, insieme ai pannolini di una bambina.
Una scoperta che ha dato un nome a una cavità: “il Pozo della muñeca”, il pozzo della bambola.
È da qui che il viaggio con Luca Gandolfo diventa qualcosa di più di un racconto di esplorazione.
Perché entrando nel cuore della Terra, forse, lo speleologo finisce per incontrare anche il cuore dell’uomo.
Luca, uno degli aspetti più affascinanti della speleologia è la perdita della percezione del tempo. Che cosa accade al corpo e alla mente quando vengono meno tutti i riferimenti che abbiamo in superficie?
In grotta si perde completamente la percezione del tempo. Se non usciamo un orologio, diventa praticamente impossibile valutare quanto tempo stia realmente passando.
Tutto diventa più lento, più dilatato.
Esistono anche numerosi studi scientifici sull’adattamento del corpo umano alla permanenza in grotta. Il nostro ritmo biologico può sfalsarsi completamente rispetto alle dieci-dodici ore alle quali siamo abituati nella vita quotidiana.
In grotta si può arrivare a sviluppare cicli di venti, ventiquattro ore o anche più. Una persona può quindi rimanere in attività per venti ore senza nemmeno rendersene conto, poi andare a dormire al campo, se il campo è confortevole e permette di riposare, per altrettante ore, e poi ricominciare.
È una vera e propria forma di riadattamento a un mondo diverso da quello al quale siamo abituati.
Viviamo in un’epoca nella quale sembra che la tecnologia possa sostituire quasi tutto. Eppure, nella speleologia, l’uomo sembra ancora indispensabile. Perché?
La speleologia è bella anche perché rappresenta un grosso limite dal punto di vista tecnologico.
Non esistono ancora tecnologie che permettano di sostituire completamente l’uomo nell’esplorazione.
Dobbiamo essere ancora noi fisicamente ad andare, adeguatamente attrezzati, per poter esplorare, mappare e portare alla luce questi vuoti che esistono nella Terra, ma che ancora ufficialmente non esistono perché non sono mai stati mappati e illuminati.
È una delle cose più affascinanti della speleologia: pensare che, nonostante tutta la tecnologia che abbiamo sviluppato, esistano ancora luoghi del nostro pianeta che diventano realmente conosciuti soltanto quando un essere umano decide di entrarci.

Durante la Settimana della Montagna hai parlato anche della spedizione sul Penon e del lavoro portato avanti dagli speleologi colombiani assieme all’associazione La Venta Esplorazioni Geografiche. C’è un aspetto particolare in questa storia: un’esplorazione iniziata da alcuni può essere continuata da altri. Quanto conta questo nella speleologia?
L’anno scorso, a un certo punto, sono arrivate alcune fotografie, da parte di un amico colombiano.
I ragazzi colombiani avevano lavorato per parecchio tempo ed erano riusciti a superare la frana che noi non eravamo riusciti a oltrepassare nel 2023.
Sono arrivati al portale dall’interno.
È stata una cosa molto bella, perché significa che sono tornati e hanno continuato a lavorare.
E se riusciremo a tornare a novembre di quest’anno, abbiamo quei tre speleologi che si vedevano anche nel film e che partiranno con la speranza di riuscire finalmente a capire dove vanno a finire quei passaggi.
È questo, in fondo, il bello dell’esplorazione: una scoperta non appartiene necessariamente a chi la comincia. Può continuare attraverso altre persone.
Hai definito le grotte dei veri e propri “scrigni del tempo”. Che cosa possiamo leggere dentro questi archivi naturali?
Le grotte sono veri e propri scrigni del tempo sotto diversi punti di vista.
Pensiamo alle concrezioni, alle stalattiti e alle stalagmiti: sono archivi paleoclimatici straordinari del pianeta.
Permettono di ricostruire la storia del clima della Terra andando indietro anche per milioni di anni.
Ma non c’è soltanto la geologia.
Esiste anche tutto il mondo della microbiologia.
In molte grotte si trovano forme di vita, batteri e microrganismi molto interessanti. Alcune grotte rappresentano vere e proprie nicchie evolutive nelle quali esistono microrganismi endemici, presenti esclusivamente in determinati luoghi.
E questo può avere anche un’importanza enorme dal punto di vista scientifico e farmaceutico.
Alcuni di questi microrganismi potrebbero avere grandi potenzialità per la ricerca di nuovi antibiotici.
Considerando quanto l’uomo stia diventando sempre più abituato agli antibiotici che già conosciamo, riuscire a individuare nuove tipologie di microrganismi capaci di portare allo sviluppo di nuovi antibiotici rappresenta sicuramente un valore molto importante.

La speleologia studia anche le grotte glaciali. E lì il cambiamento climatico sembra assumere una dimensione ancora più inquietante, perché non riguarda soltanto ciò che vediamo sulla superficie.
Studiamo diverse tipologie di grotte: quelle classiche, quelle vulcaniche, che si sviluppano in ambienti lavici, e quelle glaciali.
Le grotte di ghiaccio ci insegnano moltissimo sul cambiamento climatico e sul drammatico scioglimento dei ghiacciai al quale stiamo assistendo.
Abbiamo un progetto molto importante in Svizzera, sul ghiacciaio del Gorner, così come in Patagonia.
E i risultati dello scioglimento sono veramente drammatici.
Perché non dobbiamo considerare soltanto la variazione dello spessore del ghiacciaio sulla superficie.
Esiste una fusione che non vediamo.
Enormi masse d’acqua confluiscono sui ghiacciai portando energia e calore. L’acqua può infiltrarsi e creare sistemi di grotte lunghi anche chilometri sotto la superficie del ghiaccio, a contatto con la roccia.
All’esterno non se ne ha praticamente traccia.
E questi sistemi sotterranei rappresentano uno degli elementi più importanti nei processi di scioglimento.
È una parte del cambiamento climatico che rimane nascosta ai nostri occhi.
Ma c’è un altro aspetto delle vostre esplorazioni che forse racconta ancora meglio il rapporto tra uomo e ambiente. Entrando nelle grotte più remote avete trovato anche i rifiuti. Com’è possibile che l’uomo riesca a portare la propria incuria persino in luoghi così lontani?
Le grotte classiche sono un ottimo esempio di quanto possiamo essere dannosi come esseri umani per il pianeta.
Anche in luoghi sperduti, come quelli che abbiamo esplorato in Colombia, abbiamo trovato vere e proprie discariche.
I pozzi vengono utilizzati come discariche, come luoghi bui nei quali buttare l’immondizia, quasi che una volta gettata lì la cosa semplicemente sparisse.
Ma non funziona così.
L’acqua passa attraverso quelle grotte e può arrivare alle popolazioni che vivono più a valle e che magari utilizzano proprio quell’acqua.
C’è quindi un grande lavoro di sensibilizzazione da fare.
Purtroppo, più che trovare soluzioni, queste esplorazioni ci mostrano sempre più quanto siamo dannosi per la natura e per gli ecosistemi.
Tra tutte queste immagini ce n’è una particolarmente forte: una bambola trovata a ottanta metri di profondità. Una scoperta che ha dato il nome a una cavità. Che cosa avete provato davanti a quella scena?
Una delle cavità che abbiamo scelto di esplorare l’abbiamo soprannominata “il posto della muñeca”, il posto della bambola.
Hanno trovato proprio una bambola in fondo a un pozzo profondo ottanta metri.
E lì c’erano anche i pannolini della bambina sparsi per il pozzo della grotta.
Erano stati gettati lì perché era semplicemente comodo fare così.
È una cosa difficile da accettare.
Perché dimostra ancora una volta che spesso pensiamo che, se qualcosa scompare dalla nostra vista, allora sia scomparsa anche dal mondo.
Ma non è così.
La natura non cancella quello che facciamo.
Lo trasforma.
Lo trasporta.
E prima o poi ce lo restituisce.

Forse è proprio questo il paradosso della speleologia: scendete sottoterra per conoscere la Terra e, proprio lì sotto, trovate alcune delle prove più evidenti dell’impatto dell’uomo. Dopo tutto quello che hai visto, cosa pensi che dobbiamo ancora imparare?
La speleologia ci permette di vedere cose che normalmente non vediamo.
Vediamo la storia del pianeta.
Vediamo il cambiamento climatico.
Vediamo forme di vita ancora poco conosciute.
Ma vediamo anche le conseguenze delle nostre azioni.
E forse questa è una delle responsabilità più importanti che abbiamo come speleologi: non soltanto esplorare, ma anche raccontare ciò che troviamo.
Perché se una persona comprende che l’acqua che passa attraverso una grotta può arrivare alle comunità che vivono a valle, allora forse cambia anche il modo in cui guarda quel rifiuto che sta per buttare.
Ci sono persone che entrano nelle montagne per cercare nuove strade.
Luca Gandolfo entra nelle montagne per cercare ciò che ancora non conosciamo.
Scende dove il tempo perde la sua misura.
Dove il corpo deve imparare un nuovo ritmo.
Dove la tecnologia non è ancora sufficiente e l’uomo deve continuare a essere esploratore, cartografo e testimone.
Scende dentro grotte che possono diventare archivi del clima della Terra.
Dentro ghiacciai che si sciolgono dall’interno.
Dentro nicchie biologiche capaci forse di custodire risposte importanti per il futuro della medicina.
Ma, a volte, scendendo incontra anche una bambola.
Un pannolino.
Un rifiuto.
Un gesto apparentemente piccolo che, a ottanta metri di profondità, diventa improvvisamente enorme.
Perché sottoterra non esiste più la possibilità di fingere che qualcosa sia scomparso.
L’acqua continua a scorrere.
La roccia conserva.
Il ghiaccio registra.
La Terra ricorda.
E ciò che noi gettiamo nel buio non rimane necessariamente nel buio.
Forse è questa la lezione più potente che arriva dalle profondità esplorate da Luca Gandolfo.
Per conoscere veramente la Terra dobbiamo imparare a guardare ciò che normalmente non vediamo.
E forse, alla fine, la speleologia non ci insegna soltanto quanto sia grande il pianeta.
Ci mostra anche quanto siano profonde le conseguenze delle nostre azioni.
Luca Gandolfo continua a scendere.
Noi, invece, dovremmo forse imparare a fermarci un momento e chiederci cosa stiamo lasciando dietro di noi.
Perché là sotto, nel buio, la Terra continua a parlare.
E questa volta sarebbe davvero importante imparare ad ascoltarla.
Intervista realizzata da Mattia Abram per GeoMagazine.it in occasione della Settimana della Montagna di Malè (TN) – Powered by Ferrino Contemporary Outdoor Since 1870
Il video dell’esplorazione della grotta in Colombia lo trovate QUI











