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Cosa sono i Supervulcani?

In questi ultimi anni spesso e volentieri si sente parlare di cambiamenti climatici, inquinamento atmosferico, effetto serra e argomenti affini. Mentre sicuramente non molti sanno cosa sono i supervulcani e quali conseguenze causerebbe una loro eruzione. Non si tratta di veri e propri vulcani, bensì di caldere molto estese, con diametri che possono superare anche i 50 km. Le grandi caldere si suppone che vengano generate da un punto caldo che è situato in profondità sotto di esse. In esse non è presente un edificio vulcanico visibile, quanto semmai una depressione di origine vulcanica, ed è questo ciò che li distingue dai veri vulcani.

All’interno delle grandi caldere è possibile notare lo sviluppo di vari crateri più o meno formati e la presenza di un vulcanismo di tipo secondario (geyser, fumarole, sorgenti termali, ecc.). Per fortuna i periodi di quiescenza di queste caldere sono di centinaia di migliaia di anni, e negli ultimi millenni non è mai stata osservata un’eruzione di questi supervulcani, ma ciò non vuol dire che non siano mai avvenute, e le tracce geologiche lasciate nelle vicinanze di questi supervulcani sono testimonianza di imponenti eruzioni.

L’eruzione di un supervulcano è un processo apparentemente semplice: un’enorme bolla di magma arriva verso la superficie e fonde una parte della crosta sottostante. Al di sopra del magma la pressione rigonfia la crosta soprastante sulla quale di conseguenza si formano delle fratture, specialmente lungo un anello che corrisponde alla parte esterna del rigonfiamento. Le fratture arrivano alla camera magmatica e innescano la risalita di magmi e si formano lungo questo anello vari centri eruttivi. Le fratture aumentano di numero e di dimensione fino a che la crosta al loro interno diventa un cilindro isolato dal resto della crosta che lo circonda.  A questo punto, ovviamente, il cilindro non riesce a rimanere al suo posto e quindi collassa. Il collasso provoca lo svuotamento istantaneo della camera magmatica, con l’emissione della tipica enorme quantità di tufi, ignimbriti e quant’altro.

Per comprende la potenza eruttiva dei supervulcani esiste un indice denominato scala VEI (“Volcanic Explosivity Index”). Tale VEI suddivide i vulcani in categorie che vanno da 0 ad 8. Maggiore è il valore maggiore sarà la quantità di magma e materiale che l’eruzione provocherà e di conseguenza maggiore sarà anche la devastazione causata.

Nel mondo di supervulcani ne esistono ben 11, ed uno di questi si trova proprio in Italia, si tratta del supervulcano dei Campi Flegrei, e le sue ultime ereuzioni risalgono a circa 15.000 anni fa. Il più famoso, invece, è quello dello Yellowstone, negli Stati Uniti situato nell’omonimo parco, nello stato di Wyoming tra il Montana e l’Idaho; famoso sia per l’eruzione più violenta avvenuta sulla Terra (tale eruzione risale a circa 640.000 anni fa ed ha avuto un indice VEI pari ad 8), sia per avere l’enstensione superficiale più grande (circa 4.000 kmq), quanto il Molise.

Oltre allo Yellowstone ben altri quattro supervulcani si trovano negli Stati Uniti e sono: Il Long Valley in California, la Valle Grande nel New Messico, il Lago Crater nell’Oregon e il Mount Aniakchach in Alaska. Due sono situati in Giappone e sono l’Aso e il Kikao Caldera; uno in Australia ed è il Monte Warning; un altro si trova in Indonesia, ed è il Lago Toba, a Sumatra; e per finire c’è il Lago Taupo in Nuova Zelanda. L’eruzione più recente tra questi supervulcani è proprio quella del Taupo che risale al 181 d.c. che ha provocato la più grande eruzione degli ultimi 5000 anni. Il Taupo presenta un’attività piuttosto continua. Circa 22.600 anni fa produsse oltre 1000 chilometri cubici di materiale, formando una caldera di oltre 30 chilometri di diametro. Questa datazione, forse non a caso, è molto vicina a quella dell’ultimo massimo glaciale.

Conosciamo bene quali sono le conseguenze delle eruzioni vulcaniche, che sopratutto quelle più violente sono in grado di immettere nell’atmosfera milioni e milioni di metri cubi di ceneri, polveri e gas in grado di offuscare il cielo per un lungo periodo di tempo a livello globale provocando quello che in gergo viene chiamato Inverno vulcanico. Tali eruzioni infatti oltre a provocare morti, carestie e quant’altro causano un abbassamento termico a livello mondiale, in quanto i raggi del sole non riescono a penetrare la spessa e densa nube di cenere e gas. Così tanto più grande sarà l’eruzione quanto più lungo sarà il periodo di freddo e la differenza termica negativa.  L’ultima eruzione ad avere tale effetto è stata quella dell’aprile 1815 del vulcano Tambora in Indonesia che provocò gravi anomalie climatiche su tutto il pianeta per diversi anni, causando anche carestie dovute alla distruzione dei raccolti, tanto che il 1816 fu battezzato l’anno senza estate. Molto più recente, invece, fu l’eruzione del Pinatubo, nelle Filippine, avvenuta nel Giugno del 1991 che provocò una diminuzione della temperatura media mondiale di 0,5°c.  Ma andando ancora a ritroso nella storia, troviamo molte altre eruzioni in grado di sconvolgere non solo il clima, ma l’intero ecosistema.

  • Nel 1873 l’eruzione del Laki in Islanda provocò una diminuzione globale della temperatura media pari ad 1°c;
  • nel 1600 l’eruzione del Huaynaputina in Perù, non solo causò carestie per diversi anni ma anche lunghi periodo di freddo anche nei mesi estivi;
  • nel 1452 l’eruzione di un vulcano sottomarino il Kuwae nell’isola Tongoa causò anni di carestia in tutto il mondo.
  • E forse l’eruzione del Kaharoa in Nuova Zelanda, è la causa della grande carestia che avvenne in Europa tra il 1315-1317.

Queste non sono altro che le conseguenze avvenute “recentemente” a causa di eruzioni vulcaniche particolarmente violente, ma niente a confronto di ciò che accadde o potrebbe accadere in seguito dell’eruzione di un supervulcano. Gli effetti che si hanno dopo un’eruzione di un supervulcano sono devastanti non solo per il clima, ma per tutte le forme di vita presenti sulla terra. Una delle più gravi conseguenze sono i tufi di Bishop, ossia uno strato vulcanico spesso anche qualche centinaio di metri. Tra i vari gas che costituiscono le eruzioni vulcaniche, il diossido di zolfo è quello che causa l’effetto più intenso sull’ambiente: reagisce infatti con l’ossigeno e acqua per produrre minuscole goccioline di acido solforico. Le ceneri immesse nell’atmosfera però possono avere conseguenze ancora più drastiche.  I raggi del sole non riuscirebbero a penetrarle, e getterebbero il mondo in una nuova era glaciale. La vita come la conosciamo oggi non sarebbe più la stessa, e diverse specie rischierebbero l’estinzione.

Fonti bibliografiche e fotografiche: Pixabay.com, Invg, Icdp, Tes.com

Fabio Chipino: E' laureato in Scienze e Tecnologie Agroforestali ed Ambientali con una tesi sui "cambiamenti climatici in Calabria partendo dall'indice di aggressività delle piogge". E' divulgatore di climatologia e meteorologia, ma non tralascia altre tematiche scientifiche. Contatti: fabio.chipino@geomagazine.it
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