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Il pozzo superprofondo di Kola

Il 24 Maggio 1970, nei pressi della cittadina di Zapoljarnyj, nell’area centro-occidentale della penisola di Kola, un gruppo di scienziati sovietici cominciò uno scavo al fine di studiare la geofisica e la geochimica dello strato di roccia sottostante.

E’ il pozzo superprofondo di Kola, un progetto di perforazione ambizioso che nel 1989 raggiunse l’incredibile profondità verticale di 12.262 metri con un diametro di soli 23 centimetri. Il pozzo stabilì un primato mondiale che ancora oggi, in relazione alla profondità verticale rispetto alla superficie della Terra, resta imbattuto.

In verità, già 6 anni prima il foro superò i 12 chilometri di profondità, ma la perforazione subì un arresto di circa un anno a causa di visite scientifiche e celebrative al sito di scavo. Il pozzo fu infatti realizzato ai soli fini scientifici, ed in particolare per lo studio delle rocce ignee con un’età di tre miliardi di anni. Inoltre, vista la presenza di depositi di nichel e rame, il progetto, nel quale venne utilizzato l’impianto di perforazione Uralmaš 4E e in seguito la Uralmaš della serie 15000, si prefiggeva di raccogliere informazioni utili dei minerali.

È probabile che questo periodo di inattività abbia contributo alla rottura avvenuta alla ripresa dei lavori il 27 settembre 1984: dopo aver raggiunto la profondità di 12,07 km e una sezione di 5 km, la colonna di perforazione si incastrò e rimase all’interno del pozzo. Tutti i tentativi di recuperarla furono vani e la perforazione fu successivamente ripresa con una deviazione del foro a 7 km di profondità.

L’obiettivo di raggiungere i 15 chilometri entro il 1993 non fu mai raggiunto anche a causa delle alte temperature rilevate; gli scienziati misurarono valori termici di 180°C, circa 100°C in più rispetto alle previsioni, e una densità tale che le rocce cominciavano ad assumere il comportamento di un materiale plastico. Da qui l’abbandono definitivo poi avvenuto nel 2005.

Quattro anni dopo, l’edificio principale collassò per cause ignote, e del pozzo rimasero comunque informazioni utili circa lo scudo baltico e la mancata presenza di rocce basaltiche. Furono anche scoperte 24 specie di plancton fossili in rocce sature d’acqua, intrappolata a grandi profondità dalla pressione circostante e da strati di rocce impermeabili.

Ad oggi resta la consapevolezza che il forte gradiente di temperatura a quelle profondità resta un ostacolo insormontabile. Il pozzo superprofondo tra edifici fatiscenti, materiale abbandonato e leggende metropolitane, è ormai solo un ricordo.

Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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